A Sauris, quando il bosco buio diventa il palcoscenico di una libertà arcaica

La Notte delle Lanterne del Carnevale Saurano è rito di passaggio, espulsione rituale dell'inverno, momento in cui 400 abitanti di una valle isolata rinascono sotto false identità.

03 febbraio 2026 18:00
A Sauris, quando il bosco buio diventa il palcoscenico di una libertà arcaica - Foto: Pagina Facebook Sauris Zahre
Foto: Pagina Facebook Sauris Zahre
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Il significato che nessuno pronuncia

Quando il Rölar sfila per le borgate con i campanacci legati alla cintura, non sta semplicemente annunciando che è febbraio: sta convocando il confine tra due mondi. Quello della penuria invernale e quello della rinascita primaverile. Sta dicendo, in gesti che non hanno bisogno di parole, che una comunità intera ha deciso di spazzare via simbolicamente il freddo, la fame, il letargo e di invocare forze nuove.

Questo è il Carnevale Saurano, il Zahrar Voschankh. Non è uno spettacolo. Non è una festa turistica. È un'operazione culturale di purificazione che Sauris—una valle isolata a 1.200 metri d'altezza tra le Alpi Carniche, abitata da appena 400 persone che parlano ancora un dialetto tedesco medievale—rinnova da quando la memoria umana non può risalire più indietro.

Se leggi le descrizioni online, sentirai dire che è "tradizionale", che è "antico", che le maschere sono "bellissime" in legno intagliato. Giusto. Ma questo lascia intatta la vera questione: perché una comunità così piccola, così isolata, così estranea ai ritmi del resto del mondo, continua ogni anno a trasformarsi? Cosa serve davvero questa metamorfosi?

La risposta non sta nei dettagli etnici o folklorici. Sta nel fatto che quando indossi una maschera—vera, di legno, con i fori degli occhi e il volto alterato—il tuo ruolo sociale scompare. Il contadino diventa il buffone. Il lattaio diventa il demone. La vecchia signora che conosci da tutta la vita diventa irriconoscibile. E in quel momento di anonimato temporaneo, la comunità si permette ciò che non potrebbe permettersi il resto dell'anno: una libertà senza gerarchia, una parola senza conseguenze, un diritto all'inversione.

Chi è il Rölar, davvero

Il Rölar non è un personaggio da album fotografico. È il messaggero del caos controllato. Con la faccia annerita dalla fuliggine—un nero che non lava via facilmente, che simboleggia l'abrasione della civiltà quotidiana—il Rölar entra nelle case il primo, tre volte durante i giorni di carnevale, agitando i röln, i campanacci di bronzo che squillano come un avvertimento primitivo.

È l'unico personaggio del carnevale saurano autorizzato a mostrarsi a viso scoperto. Tutti gli altri devono scegliere l'anonimato. Ma il Rölar, no. Lui deve essere identificabile, perché il suo compito è mostrare il volto della trasformazione stessa. È il catalizzatore rituale.

Con lui arriva il Kheirar—"quello che spazza"—armato di una scopa da stalla fatta di rami di ontano e di saggina. Non è la scopa della nonna che ripulisce la cucina. È uno strumento di purificazione. Il Kheirar entra nelle case per primo (dopo il Rölar), batte il manico della scopa sulla porta tres volte—il numero magico—spazza il pavimento con gesti ampi e circolari, per cacciare via la sfortuna e il cattivo tempo, poi fa spazio alle altre maschere, iniziando dalle "scheana schembln", le maschere belle.

Questo accadeva fino agli anni '60 in quasi ogni casa di Sauris. Oggi è cambiato il rituale, ma la struttura simbolica rimane: il Kheirar guida il corteo, la scopa rimane il suo scettro, il gesto di spazzare rimane il gesto di prepararsi.

La divisione tra belle e brutte è il resto della storia

Le maschere belle—scheana schembln—rappresentano la speranza. Vestiti colorati, nastri, campanelli, la famosa Riké (la giovane primavera) con il viso coperto da una veletta di pizzo bianco, fiori nella capigliatura. Allegria. Rinascita. Sesso.

Le maschere brutte—scheintena schembln—sono il male che fuggirà. Visi grotteschi intagliati nel legno, dipinti di nero o marrone. Abiti laceri, fuori moda, fuori misura. Il Vecchio Inverno. Le forze che vanno cacciate.

Non è necessario spiegare il significato: nel repertorio antropologico alpino, ogni carnevale montano ripete la stessa struttura narrativa. L'inverno è demone. La primavera è promessa. Il carnevale è il momento di incenerire il demone e di invocare la promessa.

Quello che differenzia Sauris da tutti gli altri carnevali alpini non è la bellezza delle maschere—anche se le maschere intagliate da Hermann Plozzer e dalla sua bottega Legnostile sono straordinarie, copiate da modelli di fine ottocento, realizzate in legno di cirmolo con finiture naturali—ma è la persistenza assoluta della comunità nel mantenerlo vivente, non come spettacolo, ma come necessità collettiva.

Il bosco di notte, il fuoco, il vin brulè

Scesa la sera del 14 febbraio, quando il gelo ha già trasformato i sentieri in trappole di ghiaccio e il buio avvolge le frazioni, il corteo delle maschere si raduna a Sauris di Sopra per intraprendere la camminata notturna verso Sauris di Sotto. È il momento più suggestivo, quello che ha il nome di Notte delle Lanterne.

Ogni partecipante porta una lanterna a petrolio (si possono noleggiare per pochi euro). Non sono candele. Non sono LED freddi. Sono lanterne a petrolio che danzano con il fuoco vero, il fuoco che brucia consumando qualcosa, il fuoco che fa rumore nel silenzio.

Il sentiero è largo 2,5 chilometri. Ci sono 250 metri di dislivello. Il bosco è nero, e solo le lanterne tagliano le ombre. In quella luce tremolante, le maschere di legno diventano ancora più inquietanti, le loro espressioni—fisse, immutabili—si moltiplicano tra gli alberi. Ogni volta che una lanterna si muove, la maschera respira con un'ombra falsa.

A metà percorso, in una radura segreta called Hinterseilke, c'è il falò propiziatorio. Intorno al fuoco acceso, il corteo si ferma. Viene servito vin brulè e tè, preparati con le spezie della montagna, serviti in tazze scure, intorno al fuoco che ripete il gesto di purificazione.

Il fuoco è sempre stato il centro del rito. Non solo per il calore, non solo per il simbolismo arcaico (il fuoco che rinnova, che distrugge, che trasforma). Il fuoco al centro del bosco, circondato da maschere irriconoscibili, è il punto di contatto tra il caos controllato del carnevale e l'ordine che tornerà quando le ceneri si spegneranno.

Poi si cammina ancora, verso Sauris di Sotto, dove la festa continua fino all'alba con musica, balli, degustazione di prodotti tipici locali. Ma il punto non è la festa finale, il Kursaal affollato, i dolci da mangiare. Il punto è la camminata nel bosco. Tutto il resto è conseguenza.

L'intaglio come custodire il tempo

Nessuno sa quando esattamente le maschere di legno hanno cominciato ad essere intagliate a Sauris. La tradizione si perde nel XIII secolo, quando i primi colonizzatori dall'Austria si insediarono in questa valle impossibile. Quello che sappiamo è che il legno è sempre stato il linguaggio di Sauris: zoccoli tradizionali (khöispn), mobili, oggetti quotidiani, tutto intagliato.

Hermann Plozzer—scultore e falegnarne che gestisce il laboratorio Legnostile insieme ai suoi fratelli—è custode vivo di questo. Non è un "maestro artigiano" nel senso turistico, una figura pietrificata. È un uomo che ogni anno insegna ai corsi come intagliare le maschere, che permette ai visitatori e ai giovani di Sauris di crearsi la propria maschera, che mantiene vive le tecniche del legno mentre sperimenta con finiture moderne e certificazioni di sostenibilità.

L'intaglio di una maschera non è decorazione. È un atto di creazione rituale: ogni maschera che Plozzer scolpisce, ogni maschera che un turista crea nel laboratorio durante i giorni di carnevale, è una replica della stessa mano che ha intagliato maschere cento anni fa, duecento anni fa, forse mille anni fa.

Quando la maschera di legno è finita, il viso è secco, invariabile, perfetto. Ma quando la indossi nel bosco al lume di una lanterna, improvvisamente il legno respira con le ombre, il volto scolpito parla con la luce che danza.

Cosa succede quando le luci si spengono

Il Carnevale a Sauris finisce il sabato (14 febbraio nel 2026). Mercoledì inizia la Quaresima. Il legno rimane, le maschere vengono ripulite e ripustate negli armadi e nelle soffitte. Ma la comunità—400 persone in una valle isolata a 1.200 metri, dove l'inverno dura e il silenzio è la norma—ha rinnovato il suo patto con se stessa.

Hanno detto collettivamente: "Ancora un anno siamo qui. Ancora un anno la tradizione ha senso. Ancora un anno la luce nel bosco ha scacciato le ombre."

Non è retorica. È una comunità di montagna che sa, nel suo corpo genetico, quanto fragile sia l'equilibrio tra permanenza e abbandono. Quanto sia vicino il confine tra "villeggio del fine settimana" e "luogo vuoto". Quanto la tradizione sia l'unica moneta di scambio che una valle isolata possa offrire per restare viva.

Per questo il Carnevale non è un evento. È una dichiarazione di resistenza.

Che continua, puntuale, ogni febbraio. Con il Rölar che busca alle porte, il Kheirar che spazza il male, le lanterne che tagliano il bosco buio, il vin brulè intorno al fuoco, e la maschera di legno che, nel silenzio della montagna, parla lingue che la quotidianità non sa più pronunciare.

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