Agriturismi veneti, più strutture e soggiorni rurali

I dati regionali mostrano una crescita dell’offerta e degli arrivi: Verona e Treviso concentrano metà delle aziende, ma i servizi e i soggiorni cambiano da una destinazione all’altra.

28 settembre 2026 09:15
Agriturismi veneti, più strutture e soggiorni rurali -
Condividi

Nel Veneto l’agriturismo non è più soltanto la stanza in campagna o il pranzo della domenica. È una parte sempre più riconoscibile dell’economia rurale e dell’offerta turistica, con una geografia molto concreta: più aziende nelle province di Verona e Treviso, più posti letto dove prevale il soggiorno, più coperti dove la ristorazione è il servizio centrale, e una domanda che cambia tra costa, lago, montagna e pianura.

La fotografia più aggiornata arriva dalla Statistica Flash di settembre 2026 della Regione Veneto, elaborata dall’Ufficio di statistica regionale su dati Istat. Nel 2025 gli agriturismi attivi erano 1.738, dato ancora provvisorio ma in aumento del 3,3% rispetto ai 1.656 rilevati nel 2024. Non è un’espansione uniforme né una semplice appendice dell’ospitalità tradizionale: racconta imprese agricole che affiancano alla produzione servizi di alloggio, ristorazione, vendita diretta e attività all’aria aperta.

Un’offerta che si concentra in poche aree, ma non funziona tutta allo stesso modo

Verona è il primo territorio per numero di agriturismi: 525 attività, pari al 30,2% del totale regionale. Segue Treviso con 384 strutture (22,1%), poi Vicenza con 245, Padova con 205, Belluno con 162, Venezia con 159 e Rovigo con 58. In altre parole, poco più di un’azienda su due è localizzata nelle sole province veronese e trevigiana.

Questa concentrazione ha ragioni territoriali visibili. Nel Veronese convivono lago di Garda, entroterra gardesano, Valpolicella, Lessinia, pianura e città; nel Trevigiano incidono in modo particolare l’area del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene e le colline attorno ad Asolo. Il report regionale conta 179 agriturismi nell’area turistica del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene e 104 sul lago di Garda; nell’entroterra gardesano ne risultano 149. Sono esempi utili per capire che il termine “agriturismo” non descrive un prodotto unico: può essere una base per una vacanza lacustre, un alloggio nelle colline vitate, una ristorazione legata all’azienda o un luogo di acquisto dei prodotti.

La distribuzione dei servizi conferma la differenza. Il 69,4% degli agriturismi veneti offre alloggio, il 54,9% ristorazione e il 9,4% degustazioni; le autorizzazioni non sono alternative, perché la stessa azienda può averne più di una. Il 25,9% vende prodotti agricoli o alimentari di propria produzione. Le attività con equitazione o mountain bike riguardano il 4,3% delle aziende, quelle di escursionismo o osservazione naturalistica il 5,1%; corsi e fattorie didattiche, considerate insieme, coinvolgono il 15,7%.

Per chi vive nei territori rurali questo significa che la multifunzionalità non è un’etichetta astratta. Una parte dell’offerta crea occasioni di consumo e lavoro oltre il raccolto: ospiti che pernottano, pasti serviti, prodotti venduti in azienda, attività per scuole e famiglie. Per le imprese, però, significa anche organizzare servizi diversi dalla sola produzione agricola e adeguare spazi, personale e aperture alla stagionalità della domanda.

Posti letto e ristorazione: le differenze provinciali

I numeri regionali indicano 19.703 posti letto e 60.115 posti a sedere autorizzati per la ristorazione. Verona guida per capacità di alloggio, mentre Treviso è al primo posto per la disponibilità della ristorazione. La distinzione conta: una struttura pensata soprattutto per chi pernotta intercetta una domanda diversa da quella di un’azienda che lavora principalmente con il pranzo, la cena o l’esperienza di giornata.

Nelle province più orientate al turismo di soggiorno la quota di aziende con alloggio supera l’80%: Verona 86,2%, Venezia 80,5% e Rovigo 81,5%. Belluno, Padova e Treviso mostrano invece un equilibrio più vicino tra pernottamento e ristorazione, con valori attorno o poco oltre il 60% per entrambi i servizi. A Vicenza la ristorazione è relativamente più diffusa dell’alloggio. La degustazione resta un’attività minoritaria: dal minimo dello 0,6% a Belluno al massimo del 15,1% nel Vicentino.

La conseguenza pratica è che non ha senso trattare tutti gli agriturismi come equivalenti quando si ragiona di sviluppo locale o di flussi turistici. Nelle aree con più pernottamenti, l’azienda concorre alla ricettività diffusa; nelle zone dove prevale la tavola, il peso è maggiore sul consumo locale e sull’integrazione con i prodotti aziendali. La stessa presenza di vendita diretta è molto diseguale: il report segnala, per esempio, 36 aziende che vendono prodotti tra Colli Euganei Unesco e terme su 105 agriturismi dell’area, 34 nell’entroterra gardesano su 149 e 31 nel Delta del Po su 38.

Arrivi in aumento, ma soggiorni più brevi

Il cambiamento più netto riguarda la domanda. Gli ospiti degli agriturismi veneti con alloggio sono passati dai 339 mila del 2019 ai 486 mila del 2025: +43,4% in sei anni. Le presenze hanno raggiunto 1,4 milioni, con un incremento del 28,8%. Il divario tra le due variazioni segnala una riduzione della permanenza media: arrivano più persone, ma mediamente restano meno notti rispetto al periodo pre-pandemico.

Il Veneto è terzo in Italia per presenze in agriturismo, dietro Toscana e Trentino-Alto Adige. La quota sul totale delle presenze turistiche regionali è però dell’1,9%: un segmento in crescita e rilevante per molte zone rurali, senza essere sovrapponibile ai grandi numeri della ricettività veneta nel suo complesso. Per confronto, la banca dati del turismo regionale registra per il 2025 74,2 milioni di presenze e 22,3 milioni di arrivi in tutte le strutture ricettive del Veneto.

Il report rileva inoltre che, nei primi sette mesi del 2026, gli agriturismi hanno segnato un +2,4% di arrivi e un +1,1% di presenze sullo stesso periodo del 2025; sono dati provvisori e vanno letti come tali. Anche qui la crescita più rapida degli arrivi rispetto ai pernottamenti è coerente con la tendenza a soggiorni più brevi. Non autorizza a prevedere il consuntivo dell’anno, ma indica che il segmento continua a muoversi dopo il 2025.

Dove cambia il pubblico: mare, lago, montagna e città d’arte

La provenienza degli ospiti varia in modo marcato. Nelle località di mare e di lago, nel 2025 gli stranieri hanno superato gli italiani; in montagna e alle terme prevalgono invece gli ospiti italiani. Sulla costa il soggiorno medio in agriturismo arriva a cinque notti e tra gli stranieri spiccano tedeschi e austriaci; fra gli italiani, veneti e lombardi. Sul Garda le provenienze principali sono simili, ma la durata media scende a quattro notti per gli stranieri e a due per gli italiani.

In montagna resta forte il turismo di prossimità, con veneti e lombardi ai primi posti fra gli italiani; tra gli stranieri il report cita soprattutto tedeschi e statunitensi. La permanenza media non supera le tre notti. Nelle località classificate come città d’arte — una categoria statistica che include anche pianura e colline non comprese negli altri ambiti — si registra il maggior numero di clienti che dormono in agriturismo, con una presenza equilibrata di italiani e stranieri e una permanenza media di due giorni e mezzo.

Queste differenze incidono sulle imprese e sui comuni. Dove la vacanza è più lunga, diventano centrali la disponibilità di camere e la continuità dell’offerta. Dove il soggiorno è breve, pesano accessibilità, visibilità dell’azienda, possibilità di integrare la notte con un’esperienza o con la visita di un territorio. Dove prevale la clientela locale, ristorazione, vendita diretta e didattica possono avere un ruolo più importante della ricettività.

Che cosa sta cambiando per i territori rurali

Il dato strutturale non è soltanto l’aumento di 82 aziende tra 2024 e 2025. È l’evoluzione verso attività che combinano agricoltura e accoglienza. La Regione stima in 419 milioni di euro il valore delle attività secondarie delle imprese agricole venete — tra cui agriturismo, trasformazione, energia rinnovabile, artigianato, acquacoltura e vendite dirette — pari al 4,9% del valore della produzione agricola regionale. La stima del valore della sola attività agrituristica è disponibile a livello nazionale e si avvicina ai 2 miliardi di euro, con oltre 73.300 euro medi per azienda: un valore da non trasferire automaticamente al Veneto, ma utile a inquadrare il peso economico nazionale del comparto.

Per i residenti la crescita può tradursi in servizi, recupero di edifici rurali e nuovi canali per i prodotti locali; per le amministrazioni pone anche il tema della qualità dell’accoglienza, dei collegamenti e della capacità di far convivere attività agricola, ospitalità e tutela del paesaggio. Per le imprese non basta aggiungere un servizio: i dati mostrano che ogni area costruisce la propria offerta su una domanda diversa.

Il quadro, aggiornato alle rilevazioni disponibili, suggerisce quindi una lettura meno generica del turismo rurale veneto. Verona e Treviso concentrano le aziende, il Garda e le colline hanno profili distinti, la costa allunga i soggiorni, la montagna vive anche di prossimità e la pianura-città d’arte raccoglie molti pernottamenti brevi. È in queste differenze, più che nel solo numero delle insegne, che si misura il cambiamento dell’agriturismo in Veneto.

Le migliori notizie, ogni giorno, via e-mail