Cellina, il fiume che ha ridisegnato il Friuli senza che ce ne accorgessimo
Dal Medioevo alle dighe, il Cellina ha cambiato paesaggi, lavoro e rischi della pianura pordenonese. Capire questo torrente oggi vuol dire capire il Nord-Est che abitiamo.
Un torrente di montagna che parla di pianura
Chi lo incontra nella forra tra Montereale e Barcis lo vede come un torrente di montagna: acqua turchese incassata nella roccia, gole profonde, vento che risale dal fondovalle. Ma il Cellina è molto di più di un paesaggio spettacolare: è uno di quei corsi d’acqua che hanno lavorato in silenzio per secoli, ridisegnando la pianura pordenonese e il modo in cui la gente vive, coltiva, si sposta.
La domanda da cui vale la pena partire non è “che torrente è?”, ma “perché esiste proprio così, qui, e cosa cambierebbe se non ci fosse?”. Perché dietro il suo corso breve, tutto interno alla provincia di Pordenone, si nasconde una storia di legname che scendeva dai boschi, mulini medievali, centrali elettriche pionieristiche, dighe contestate e campi che dipendono ancora oggi, in modo meno visibile, dall’acqua che arriva da lassù.
Prima dell’energia: il Cellina dei mulini e delle rogge
Molto prima che la parola “idroelettrico” diventasse di uso comune, il Cellina era già un’infrastruttura. Non si chiamava così, naturalmente: era “roggia”, “canale”, “presa”. Nel Quattrocento la Serenissima autorizza il nobile Nicolò di Maniago a scavare una nuova roggia, quella di Aviano, che attinge proprio dal Cellina per alimentare mulini e canali esistenti, come la roggia di San Foca. La scena è quella di un Friuli ancora di frontiera, ma già inserito nelle logiche economiche veneziane: l’acqua serve a far girare le ruote, macinare cereali, muovere segherie, dare regolarità a una pianura che di regolare, per natura, ha ben poco.
Non è un dettaglio tecnico: senza quelle derivazioni, la fascia di alta pianura pordenonese non avrebbe mai avuto la stessa densità di insediamenti agricoli e manifatturieri. L’idea che la pianura “esista” di per sé è ingannevole: i suoli su cui ancora oggi si coltiva sono, per una parte significativa, il risultato delle alluvioni del Cellina, che per secoli ha depositato ghiaie, sabbie, limi, creando un gradiente di terreni poveri, drenanti, e zone più fertili dove l’acqua si ferma e alimenta le falde. Capirlo cambia lo sguardo: non è la città che domina il torrente, è il torrente che ha reso possibile la città.
L’azzardo del Novecento: quando il Cellina diventò una fabbrica di luce
All’inizio del Novecento, il Nord-Est entra nella modernità con una scelta che oggi darebbe adito a infinite conferenze pubbliche: trasformare un torrente montano in un sistema industriale dell’energia. Nel 1906 entra in funzione la centrale di Malnisio, primo dei tre grandi impianti che sfruttano il salto d’acqua del Cellina; per alimentarla si costruiscono la cosiddetta “vecchia diga” e un lungo canale adduttore sospeso e incassato nella roccia.
Bisogna immaginare la scena: una valle stretta, fino ad allora percorsa solo da sentieri, che diventa un cantiere continuo di ponti-canale, gallerie, muri di sostegno, strade sospese a metà parete. Il canale corre lungo la forra, sostenuto da 57 ponti-canale, attraversa cinque gallerie, supera orridi, colate di roccia, frane potenziali. Dietro queste opere non c’è solo la fame di energia di Pordenone, Spilimbergo e della pianura industriale nascente: c’è l’ambizione di collegare un territorio periferico ai flussi economici che passano per Venezia, Milano, l’Europa che si elettrifica.
La centrale di Malnisio e i successivi impianti sul Cellina raccontano una scelta politica non detta: accettare di trasformare radicalmente un corridoio naturale per evitare che la pianura resti ai margini dei grandi flussi produttivi. Se oggi, guardando la forra, ci chiediamo “perché questa strada sospesa? perché questa diga qui?”, la risposta non sta solo nella geologia, ma nella paura, molto concreta, di restare indietro rispetto ad altri distretti italiani.
La vecchia strada della Valcellina: laboratorio di modernità e rischio
Quella che oggi viene venduta come “vecchia strada della Valcellina”, percorso panoramico con gallerie, pareti a picco e un ponte tibetano sospeso sul vuoto, nasce in realtà come pura infrastruttura di servizio: una strada di cantiere per portare uomini, cemento e ferro nei punti esatti in cui il progetto idroelettrico richiede di intervenire.
Realizzata sopra il canale del Cellina, la strada viene inaugurata nel 1906 dall’ingegner Aristide Zenari, lo stesso che ha progettato l’intero sistema di centrali. In alcuni tratti è scavata direttamente nella roccia, in altri procede su volte in calcestruzzo gettate sopra l’acqua che corre nel canale, con tre gallerie e decine di arcate che sostengono il piano stradale. È, di fatto, una lunga linea di contatto tra la montagna e l’idea di progresso del primo Novecento.
Oggi quella strada è chiusa in inverno, riapre a periodi, viene percorsa da famiglie, fotografi, curiosi che si affacciano sulla forra e attraversano il ponte tibetano di 55 metri sospeso sulle acque del Cellina. È cambiato il modo in cui la raccontiamo, non la sua funzione originaria. Il paradosso è che quella che ci sembra wilderness spettacolare è, in buona parte, un paesaggio costruito per domare e sfruttare il torrente: guardarla con questa consapevolezza significa anche leggere diversamente il confine, sempre fragile, tra sicurezza e rischio idrogeologico.
Dighe, laghi e un torrente che non è più solo “torrente”
A metà Novecento, il rapporto tra Cellina e pianura compie un’ulteriore torsione: nasce il lago artificiale di Barcis, che prende forma nel 1954 con la costruzione della nuova diga che sbarra la stretta forra poco a monte del paese. Per realizzare l’opera, il lago viene prosciugato più volte, lasciando riemergere il letto del torrente, che torna a scorrere libero per alcuni mesi come se nulla fosse successo. Poi l’acqua sale di nuovo, cambia il microclima, cambia la percezione del luogo, cambiano le possibilità di produzione energetica e irrigua.
Nel frattempo entra in scena un’altra diga strategica, quella di Ravedis, pensata per trattenere le piene del Cellina e proteggere la pianura pordenonese dalle alluvioni, oltre che per accumulare risorsa idrica ai fini irrigui. Qui la domanda che un abitante della bassa si pone, magari senza formularla in questi termini, è molto concreta: “quando piove forte in montagna, chi decide quanta acqua arriva da noi?”. La risposta è che il regime del torrente è ormai il risultato di un sistema coordinato di opere: dighe, scaricatori, canali di derivazione, centrali elettriche, impianti irrigui.
Nonostante ciò, lo stato ambientale ufficiale del Cellina viene classificato come “non buono”, proprio a causa di dighe, prelievi idroelettrici, barriere che interrompono la continuità ecologica. Capire il Cellina oggi significa accettare questa ambivalenza: da un lato garantisce energia, irrigazione, sicurezza idraulica; dall’altro frammenta habitat, altera le portate naturali, costringe la fauna ittica e gli ecosistemi ripariali a una continua adattamento.
La pianura che “deve” al Cellina più di quanto creda
Il Consorzio di bonifica Cellina Meduna lavora su circa 116.000 ettari della pianura pordenonese, coordinando l’uso delle acque dei torrenti principali, Cellina e Meduna, e di quelli minori, per alimentare reti irrigue e difendere i centri abitati dalle acque in eccesso. Se ci si chiede “perché esiste un consorzio con questo nome?”, la risposta è semplice e scomoda: perché senza una gestione collettiva e continua del sistema, il patrimonio agricolo e industriale della zona sarebbe esposto a rischi strutturali.
Le convenzioni del Novecento con le società elettriche, poi confluite nella SADE, hanno portato alla costruzione del serbatoio di Barcis anche a scopo irriguo. Il risultato è che il mais, la vite, i frutteti della pianura ricevano, in parte, acqua che è “passata” per centrali, dighe, gallerie, in un equilibrio elettro–irriguo che oggi diamo per scontato ma che è frutto di decenni di accordi, progetti, conflitti tra usi diversi della stessa risorsa.
Quando si sente parlare di siccità nel Nord-Est, il Cellina entra in scena in maniera indiretta: abbassamenti di invasi, turnazioni irrigue, discussioni sulla priorità tra produzione elettrica e agricoltura. Comprendere come funziona questo sistema significa anche poter partecipare, come cittadini, a un dibattito che non riguarda solo i “tecnici”, ma il futuro stesso del modello di sviluppo della pianura.
Un confine instabile tra natura, memoria e infrastruttura
C’è un dettaglio che colpisce chi torna in Valcellina a distanza di anni: la capacità del paesaggio di cambiare volto senza cambiare struttura. Il letto del torrente si sposta, le piene modellano nuove isole di ghiaia, il lago di Barcis appare e scompare a seconda dei livelli, la vecchia strada apre e chiude seguendo logiche di sicurezza e manutenzione. Eppure, sotto questa superficie mobile, resta la trama delle opere del Novecento, dei canali medievali, delle scelte energetiche ed economiche che hanno fissato i vincoli entro cui il torrente può muoversi.
Per chi abita il Nord-Est, il Cellina è un promemoria concreto: nessun paesaggio è neutro, nessun “torrente naturale” è davvero tale dopo secoli di uso, nessuna infrastruttura è solo tecnica. Guardarlo oggi, a monte e a valle, significa riconoscere che l’identità del territorio non sta solo nei borghi, nelle fabbriche o nelle vigne, ma anche in questa linea d’acqua che ha scritto – e continua a scrivere – la geografia fisica e sociale della pianura pordenonese.