Dieci anni di Dolomiti Mountain School: come rendere la montagna un luogo dove restare
A Forni di Sopra i dieci anni della Dolomiti Mountain School: servizi, giovani e futuro della montagna. Il programma del 12 settembre.
Si è conclusa alle 18 di oggi a Forni di Sopra, la prima parte della due giorni della Dolomiti Mountain School, che quest’anno raggiunge il traguardo dei dieci anni di attività. Un decennio di incontri, ricerca, formazione e confronto dedicato alle trasformazioni della montagna, alle sue criticità e alle opportunità da cui ripartire per costruire il futuro delle terre alte. Nell’accogliente Casa dai Fornés, dopo i saluti istituzionali di Pierpaolo Zanchetta, del Servizio biodiversità della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, e di Iginio Coradazzi, sindaco di Forni di Sopra, ad aprire i lavori è stato Gianpaolo Carbonetto, giornalista, studioso delle culture della montagna e coordinatore della Dolomiti Mountain School. Nel suo intervento introduttivo Carbonetto ha tracciato un bilancio, senza nascondere soddisfazioni e criticità del percorso compiuto. “Dieci anni di vita non sono poca cosa in un’iniziativa di questo genere”, ha sottolineato, indicando tra gli aspetti positivi “la grande qualità dei relatori” intervenuti nel corso degli anni, la partecipazione e soprattutto la capacità della scuola di generare ulteriori iniziative. Tra gli esempi citati, una collaborazione tra Università degli Studi di Udine e Università di Bergamo dedicata al divenire dei rifugi di montagna e alla trasformazione della loro funzione, da luoghi tradizionalmente rivolti ad alpinisti ed escursionisti a strutture sempre più orientate verso una clientela con esigenze differenti. Ma dal coordinatore della Dolomiti Mountain School è arrivata anche una riflessione critica. “Ci aspettavamo una partecipazione più importante non tanto del pubblico, quanto di coloro per i quali questa scuola è nata, cioè gli uomini politici, gli amministratori, i tecnici”.
In dieci anni, ha ricordato Carbonetto, si sono succedute centinaia di personalità di alto livello, portatrici di conoscenze e strumenti capaci di illuminare molti aspetti di ciò che sta accadendo nelle terre alte e delle possibili risposte. La sfida del prossimo futuro sarà dunque riuscire a far conoscere ancora di più l’attività della scuola e coinvolgere maggiormente proprio amministratori, politici e tecnici, trasformando il patrimonio di conoscenza costruito in dieci anni in uno strumento sempre più vicino ai luoghi nei quali vengono assunte le decisioni. È quindi intervenuto Andrea Zannini, professore ordinario di Storia moderna all’Università degli Studi di Udine e componente del Club Alpino Accademico Italiano (CAAI), con una relazione dedicata alla lunga storia delle differenze territoriali italiane tra vicende storiche e scelte politiche. Per Zannini, quella della Dolomiti Mountain School è “un’esperienza importante a livello nazionale, se non internazionale” proprio per la capacità di proporre periodicamente temi concreti e legati alle trasformazioni del presente. “I problemi della montagna non sono problemi semplici e quindi richiedono attenzione. Se trattati in maniera grossolana, in realtà non sono problemi risolvibili”, ha spiegato. Da qui il valore di dieci anni di riflessione e approfondimento, pur nella consapevolezza che una scuola non possa da sola risolvere una questione che riguarda l’intero arco alpino e appenninico e che assume ormai dimensioni nazionali e internazionali. Zannini ha richiamato anche la necessità di non affidare al turismo il ruolo di soluzione unica: «Basta che non sia una monocultura turistica. Non c’è un’unica risposta alla crisi della montagna». Il cambiamento climatico sta infatti modificando domanda e offerta turistica e impone un continuo adeguamento alle trasformazioni ambientali, sociali ed economiche. Soprattutto, Zannini invita a cambiare il modo stesso di guardare alle terre alte.
“La prima risposta è non considerare la montagna solo sotto la lente della crisi. La montagna non è né una tomba né un deserto. La montagna è piena di iniziative, è piena di vitalità, è piena di persone”. “La storia dimostra, - ha ricordato -che la montagna ha attraversato molti periodi di crisi riuscendo a risollevarsi. Per questo le risposte devono essere ricercate anche «in quello che la montagna riesce a sviluppare al suo interno”. La mattinata è proseguita con Alessio Fornasin, demografo, che ha affrontato i recenti sviluppi demografici del Friuli Venezia Giulia mettendo a confronto montagna, pianura e città; con Paolo Ermano, economista, che ha approfondito le dinamiche demografiche, sociali ed economiche delle terre alte friulane; e con Pier Giorgio Sturlese, direttore del GAL Montagna Leader, intervenuto sul ruolo del GAL nelle progettualità delle Dolomiti Friulane. Nel pomeriggio il confronto si è concentrato sugli strumenti e sulle politiche necessari a favorire una presenza stabile nelle terre alte. Sono intervenuti Annibale Salsa, antropologo ed ex presidente generale del Club Alpino Italiano, sul tema degli strumenti per favorire l’insediamento stabile in montagna; Patrizia Gridel, della Comunità di montagna della Carnia, sul ruolo dell’ente sovracomunale tra pianificazione e nuove sfide; Anna Micelli, sindaca di Resia e presidente del Parco Naturale delle Prealpi Giulie, sulla gestione locale delle aree naturali protette; e Marco Breschi, demografo e sindaco di Sambuca Pistoiese, con una riflessione sulla “Rivoluzione appenninica” e sulle proposte urgenti per la sopravvivenza dei territori fragili. A chiudere il percorso di riflessione della giornata è stata Sabrina Lucatelli, direttrice dell’Associazione Riabitare l’Italia e vicepresidente del gruppo di lavoro OCSE sulle Politiche Rurali, con l’intervento “Riabitare le Aree Interne: una riflessione a 10 anni dalla SNAI – Strategia nazionale per le aree interne”.
“La sfida è più che mai importante – ha sottolineato Lucatelli – anche perché rispetto agli anni in cui nasceva questa scuola, la questione demografica è diventata una questione demografica del Paese”. Uno scenario oggi reso ancora più complesso dalle condizioni geopolitiche internazionali, dalla crisi economica e dagli elevati costi dell’energia. I dati continuano a mostrare una montagna alpina che si spopola, la monofamiglia e una forte presenza maschile. Segnali che, secondo Lucatelli, riportano al problema fondamentale della qualità della vita e alla necessità di rendere concretamente abitabili questi territori. “Ci si deve convincere che le aree montane devono essere vivibili. L’assunto della Strategia nazionale delle aree interne, che bisogna partire dai servizi alla persona e agevolare la vita nelle aree interne, è importante”. Ma il quadro non è soltanto negativo. “Ci sono anche delle luci, e a me piace sempre sottolineare le luci: i giovani delle aree interne vogliono rimanere, vogliono fare un progetto di vita. Dobbiamo lavorare sulle luci, soprattutto dobbiamo fare politiche diverse, molto più incisive”. Vicinanza alla natura, una diversa organizzazione del lavoro e la dimensione delle comunità possono rappresentare elementi di elevata qualità della vita. Ma tutto questo, ha sottolineato Lucatelli, non può compensare l’assenza di servizi fondamentali. Il tema della scuola diventa emblematico: se un ragazzo che vive in una valle non dispone delle stesse possibilità di scelta formativa di un coetaneo che vive in città, la conseguenza continuerà a essere l’abbandono delle aree interne. Una questione che Lucatelli riconduce direttamente anche al principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione.
La prima parte della due giorni si è conclusa alle 18, ma il programma della Dolomiti Mountain School prosegue questa sera, venerdì 11 settembre, alle 20.30 alla Ciasa dai Fornés di Forni di Sopra, con la proiezione del film “Talis Mater” di Marco Rossitti, alla presenza del regista. Domani, sabato 12 settembre dalle 9.30 alle 12.30, la Dolomiti Mountain School tornerà a riunirsi a Forni di Sopra per una mattinata espressamente dedicata al bilancio dei suoi primi dieci anni. Sono previsti, tra gli altri, gli interventi di Francesco Marangon, docente di Economia dello sviluppo sostenibile all’Università degli Studi di Udine, Ugo Morelli, docente di Scienze cognitive, Marco Albino Ferrari, giornalista e scrittore, e Mariagrazia Santoro, architetto ed ex presidente della Fondazione Dolomiti UNESCO. La mattinata comprenderà una tavola rotonda e si concluderà con l’intervento di Gianpaolo Carbonetto, “Un’idea per dare corpo alle idee”. Nel pomeriggio il programma si trasferirà a Socchieve. Alle 16.30, al Centro Culturale – Casa del Paesaggio, sarà inaugurata la mostra fotografica di Ulderica Da Pozzo, “Sconfinare, germogliare. Viaggio tra memoria e presente nelle giovani famiglie di Carnia”, presentata da Gian Paolo Gri, docente emerito di Antropologia culturale all’Università degli Studi di Udine.
La Dolomiti Mountain School è un progetto sostenuto dalla regione Friuli Venezia Giulia con la partecipazione della Fondazione Dolomiti Unesco, dell’Università di Udine e di numerosi partner istituzionali, tra cui la Comunità di Montagna della Carnia e il Parco Naturale delle Dolomiti Friulane.