Cosa vedere e fare a Gorizia: itinerario tra centro storico, natura e cucina

Gorizia, cosa fare e vedere: 10 esperienze tra storia, confini, natura e cucina mitteleuropea.

12 gennaio 2026 15:00
Cosa vedere e fare a Gorizia: itinerario tra centro storico, natura e cucina -
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GORIZIA – Ci sono città che si lasciano attraversare in poche ore e altre che, invece, chiedono tempo, attenzione e una certa predisposizione all’ascolto. Gorizia appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non è una meta che si concede con immediatezza, né una città da cartolina costruita per stupire a colpo d’occhio. Gorizia è una città da comprendere, prima ancora che da visitare. Una città che porta impressi, nei suoi spazi urbani e nei suoi silenzi, i segni profondi della storia europea del Novecento, ma anche di secoli di incontri, contaminazioni e convivenze.

Qui il concetto di confine non è astratto. È stato reale, fisico, doloroso. Ha diviso quartieri, famiglie, vite quotidiane. Per decenni Gorizia è stata una città spezzata, sospesa tra mondi diversi, simbolo di una frattura geopolitica che ha attraversato l’Europa. Eppure, proprio da quella ferita è nata una delle sue identità più autentiche: quella di luogo di passaggio, di mediazione, di dialogo. Una città che ha imparato a convivere con la complessità e a trasformarla in valore.

Passeggiare oggi per Gorizia significa muoversi dentro un tessuto urbano elegante e raccolto, dove convivono Mitteleuropa e Mediterraneo, cultura italiana, slovena e friulana, memoria asburgica e storia nazionale. Nulla è urlato, nulla è eccessivo. I palazzi, le piazze, i giardini e le colline che la circondano raccontano una bellezza discreta, che si svela poco alla volta, a chi è disposto a rallentare lo sguardo.

Gorizia è anche una città di memoria. La Prima guerra mondiale ha lasciato qui un’impronta indelebile: il fronte dell’Isonzo, le battaglie, le trincee, i bombardamenti che per mesi hanno coinvolto anche la popolazione civile. Ma la memoria, a Gorizia, non è mai fine a se stessa. Non è retorica. È piuttosto uno strumento per leggere il presente, per capire come i luoghi possano cambiare significato e trasformarsi, da simboli di divisione, in spazi di incontro.

Accanto alla storia, c’è poi la natura, che entra in città senza chiedere permesso: i giardini storici, le colline del Collio, il Monte Sabotino, il fiume Isonzo. Tutto contribuisce a creare un equilibrio raro tra ambiente, paesaggio e presenza umana. Un equilibrio che si riflette anche nella cucina locale, autentica sintesi di culture diverse, capace di raccontare la storia del territorio attraverso sapori, profumi e tradizioni tramandate.

Visitare Gorizia significa dunque intraprendere un viaggio stratificato, fatto di luoghi simbolici, scorci intimi, musei, piazze e percorsi naturali. Significa accettare che ogni tappa abbia qualcosa da dire, che ogni angolo custodisca una storia, spesso complessa, talvolta dolorosa, ma sempre profondamente umana.

È da qui che nasce questo itinerario: non come semplice elenco di attrazioni, ma come racconto di una città che ha saputo reinventarsi, trasformando il confine in opportunità e la memoria in identità. Un percorso che invita a scoprire Gorizia passo dopo passo, lasciandosi guidare dalla sua voce discreta, ma intensa.

Tra confini e memoria: la Stazione Transalpina

Il punto di partenza più simbolico per comprendere Gorizia non può che essere la Stazione Transalpina, un luogo che da solo racchiude l’intera storia del Novecento europeo. Più che una semplice stazione ferroviaria, la Transalpina è una soglia geografica e mentale, uno spazio che per decenni ha rappresentato divisione, frattura e separazione, e che oggi è diventato emblema di riconciliazione e dialogo tra popoli.

Inaugurata nel 1906, quando Gorizia faceva ancora parte dell’Impero austro-ungarico, la stazione nasceva come snodo strategico della linea Transalpina, pensata per collegare le regioni meridionali dell’Impero con Vienna senza transitare per Udine. Un’infrastruttura moderna e imponente, affacciata su un ampio piazzale monumentale, che già allora testimoniava l’importanza geopolitica di questa città di confine.

Il destino della Stazione Transalpina cambia radicalmente nel secondo dopoguerra. Nel 1947, con il nuovo assetto dei confini europei, proprio qui venne tracciata con il gesso una linea bianca che spezzò improvvisamente Gorizia in due: da una parte l’Italia, dall’altra la Jugoslavia. Case divise, strade interrotte, famiglie costrette a scegliere da che lato vivere. Per anni questo piazzale fu uno dei punti più visibili e dolorosi della Cortina di ferro, una ferita aperta nel tessuto urbano e umano della città.

Oggi quello stesso spazio ha cambiato completamente significato. Al centro del piazzale si può osservare un mosaico simbolico che ricorda l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea, avvenuto nel 2004: una data che segna non solo un passaggio politico, ma anche la fine definitiva del confine fisico tra Gorizia e Nova Gorica. Dove un tempo c’erano controlli, filo spinato e divisioni, oggi si cammina liberamente, senza barriere, attraversando una piazza che appartiene contemporaneamente a due Stati e a una stessa comunità.

La Stazione Transalpina è tornata così a essere un luogo di connessione. Da qui partono treni che collegano Italia e Slovenia, mentre periodicamente transitano anche convogli storici e turistici, alcuni diretti verso mete iconiche come il lago di Bled, rafforzando il legame tra Gorizia e l’Europa centro-orientale. Il passato non è stato cancellato, ma rielaborato: la memoria resta visibile, leggibile, integrata nello spazio urbano.

Visitare la Stazione Transalpina significa quindi compiere un primo, fondamentale passo nella comprensione di Gorizia. È qui che si percepisce con maggiore chiarezza come questa città abbia saputo trasformare una linea di separazione in un punto di incontro, facendo della propria storia complessa un elemento identitario. Un luogo che non racconta solo ciò che è stato, ma anche ciò che Gorizia è diventata: una città europea, consapevole del proprio passato e capace di guardare avanti.

Il Castello di Gorizia e la vista sulla città

Dominando dall’alto l’intero abitato, il Castello di Gorizia rappresenta uno dei luoghi più emblematici e identitari della città. Salire sul colle su cui sorge significa non solo raggiungere uno dei punti panoramici più suggestivi del territorio, ma anche compiere un vero e proprio viaggio attraverso i secoli, seguendo l’evoluzione storica di Gorizia e del suo ruolo strategico.

Le origini del castello risalgono all’XI secolo, quando la struttura venne edificata come presidio difensivo e residenza dei conti di Gorizia. Nel corso del tempo, il complesso ha cambiato più volte funzione e volto: fortezza militare, prigione, caserma, fino a diventare simbolo del potere politico e militare che per secoli ha controllato questo delicato punto di confine tra mondi diversi. La sua posizione dominante non era casuale: dal colle si controllavano le vie di comunicazione, la pianura dell’Isonzo e l’accesso al Collio, rendendo il castello un elemento chiave negli equilibri regionali.

Dopo secoli di trasformazioni e danni, soprattutto durante la Prima guerra mondiale, il Castello di Gorizia venne ricostruito nel 1934, assumendo l’aspetto medievale che ancora oggi lo caratterizza. Le mura, le torri e le bifore romaniche restituiscono un’immagine solida e severa, capace di evocare immediatamente l’atmosfera del Medioevo, pur trattandosi di una ricostruzione attenta e filologica.

Il vero incanto, però, si rivela una volta raggiunta la sommità. Dalle mura del castello lo sguardo abbraccia tutta Gorizia, con i tetti del centro storico, i campanili, i giardini e le piazze. Oltre la città, il panorama si apre sul Collio Goriziano, con le sue colline morbide e ordinate, e sulla pianura dell’Isonzo, che accompagna l’occhio fino al Carso e, nelle giornate più limpide, verso l’orizzonte sloveno. È uno di quei luoghi in cui il paesaggio racconta meglio di qualsiasi libro il rapporto profondo tra geografia e storia.

All’interno del complesso si snodano diversi percorsi museali, pensati per approfondire le varie anime del castello. Tra questi spicca il Museo del Medioevo goriziano, che accompagna il visitatore tra armi bianche, armature, ricostruzioni di macchine d’assedio come catapulte e trabucchi, e ambienti che illustrano la vita militare e quotidiana tra il Duecento e il Cinquecento. Le sale, curate nei dettagli, permettono di comprendere non solo le tecniche belliche, ma anche l’organizzazione sociale e politica dell’epoca.

Visitare il Castello di Gorizia significa dunque unire conoscenza e contemplazione: da un lato la scoperta di una storia complessa e stratificata, dall’altro il piacere di fermarsi ad osservare la città dall’alto, cogliendone l’armonia discreta e la posizione unica di crocevia tra culture. Una tappa imprescindibile per chi vuole capire davvero l’anima di Gorizia.

La Grande guerra raccontata dal fronte dell’Isonzo

A Gorizia la Prima guerra mondiale non è un capitolo lontano dei libri di storia, ma una presenza concreta, incisa nei luoghi e nella memoria collettiva. Questa dimensione emerge con forza visitando il Museo della Grande Guerra, ospitato nei sotterranei di Casa Dornberg e Casa Tasso, nel cuore di Borgo Castello, a pochi passi dalle mura del castello.

Il museo propone un percorso immersivo e fortemente emotivo, pensato per accompagnare il visitatore dentro l’esperienza reale del conflitto sul fronte dell’Isonzo, uno dei più duri e sanguinosi dell’intera guerra. Qui la narrazione non è astratta né celebrativa: la guerra viene restituita nella sua dimensione umana, fatta di fatica quotidiana, paura costante, attese interminabili e destini spezzati.

Attraversando le sale si entra idealmente nelle trincee, ricostruite con grande attenzione ai dettagli, tra rumori, ambientazioni e scenografie che aiutano a comprendere cosa significasse vivere per mesi sottoterra, esposti al freddo, al fango e ai bombardamenti. Accanto alle ricostruzioni, trovano spazio oggetti originali recuperati sui campi di battaglia: elmetti, armi, utensili, lettere, effetti personali che raccontano la vita dei soldati molto più di qualsiasi statistica.

Un elemento centrale del museo è l’attenzione riservata anche alla popolazione civile, spesso dimenticata nei racconti bellici. Gorizia, per oltre trenta mesi, fu sottoposta a bombardamenti continui, costringendo migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Fotografie, documenti e testimonianze dirette restituiscono il dramma di una città trasformata in retrovia del fronte, dove la guerra entrava nelle abitazioni, negli ospedali, nella vita quotidiana.

Il percorso museale è arricchito da filmati d’epoca, plastici e pannelli esplicativi che seguono un ordine cronologico, permettendo di comprendere l’evoluzione del conflitto fino ai momenti più critici. Particolare attenzione è dedicata all’anno 1917, con un approfondimento sui prigionieri di guerra e sulle conseguenze della disfatta di Caporetto, che segnò profondamente l’Italia e l’intero fronte isontino.

Una sala significativa è dedicata al generale Armando Diaz, figura centrale nella riorganizzazione dell’esercito italiano dopo Caporetto e protagonista della successiva riscossa. Documenti, immagini e materiali aiutano a contestualizzare il suo ruolo e a comprendere le scelte strategiche che portarono al cambiamento delle sorti del conflitto.

Il Museo della Grande Guerra di Gorizia non è solo un luogo di esposizione, ma uno spazio di riflessione. La visita lascia emergere con chiarezza l’assurdità del conflitto e il peso umano pagato da intere generazioni. Uscendo dai sotterranei, con la città che si apre di nuovo alla luce, si ha la sensazione di aver attraversato non solo un museo, ma una pagina viva di storia europea, indispensabile per comprendere fino in fondo l’identità di Gorizia e il suo rapporto profondo con la memoria.

Il centro storico e Via Rastello

Scendendo dal colle del castello verso il cuore della città, Gorizia cambia ritmo e dimensione. Il centro storico si presenta raccolto, ordinato ed elegante, con un impianto urbano che invita naturalmente a essere esplorato a piedi, senza fretta. È qui che la città rivela il suo volto più autentico, fatto di architetture antiche, piccole piazze, dettagli discreti e atmosfere che raccontano secoli di vita quotidiana.

L’asse simbolico di questo percorso è Via Rastello, una delle strade più caratteristiche e identitarie di Gorizia. Il nome deriva dal rastello, il cancello che in passato separava questa zona dal resto dell’abitato, segnando un confine interno alla città medievale. Oggi quel confine non esiste più, ma la via conserva intatto il suo carattere storico e una forte identità urbana.

Via Rastello è una strada pedonale, viva ma mai caotica, dove si alternano botteghe artigiane, piccoli negozi, caffè e facciate cinquecentesche che testimoniano l’antica prosperità della città. Camminando lungo la via si ha la sensazione di attraversare un luogo sospeso nel tempo, dove ogni scorcio sembra raccontare una storia diversa: portali in pietra, finestre decorate, insegne discrete che dialogano con l’architettura senza sovrastarla.

Questo tratto di città rappresenta bene l’anima di Gorizia: sobria, mai ostentata, ma ricca di stratificazioni. È una bellezza che non si impone, ma si lascia scoprire poco alla volta, a chi osserva con attenzione. Non a caso Via Rastello è considerata uno dei luoghi più amati dai goriziani stessi, oltre che dai visitatori in cerca di un’esperienza autentica.

Proseguendo lungo la via, lo spazio urbano si apre progressivamente fino a sfociare in Piazza Vittoria, la piazza più ampia e scenografica della città. Qui il centro storico cambia scala: dagli spazi intimi si passa a una dimensione monumentale, dominata da edifici religiosi e civili che raccontano il ruolo centrale di Gorizia nei secoli passati.

Il passaggio da Via Rastello a Piazza Vittoria non è solo fisico, ma anche simbolico: è il percorso che conduce dal tessuto urbano medievale alla Gorizia più rappresentativa, luogo di incontro, celebrazioni e vita pubblica. Un itinerario breve, ma densissimo di significati, che permette di cogliere in pochi passi l’essenza di una città capace di fondere storia, quotidianità e misurata eleganza.

Sant’Ignazio e le grandi piazze

Il cuore monumentale di Gorizia trova il suo fulcro naturale in Piazza Vittoria, uno spazio ampio e solenne che rappresenta da secoli il luogo della vita pubblica e religiosa della città. A dominarla, con una presenza scenografica che cattura immediatamente lo sguardo, è la Chiesa di Sant’Ignazio, uno dei capolavori barocchi più significativi del Friuli Venezia Giulia.

Edificata dai Gesuiti alla fine del Seicento, la chiesa si impone per la sua facciata slanciata, affiancata dalle inconfondibili torri campanarie con cupole a cipolla, elementi che richiamano chiaramente l’influenza mitteleuropea e che rendono l’edificio immediatamente riconoscibile nel panorama urbano. L’esterno, elegante e solenne, anticipa la ricchezza decorativa che si rivela una volta varcata la soglia.

All’interno, Sant’Ignazio conserva un’impronta barocca di grande raffinatezza. Spicca l’altare di San Giuseppe, impreziosito da colonne in marmo, angeli scolpiti e motivi ornamentali che dialogano con la luce naturale. Lo sguardo è poi naturalmente attratto dal pulpito e dall’affresco settecentesco “La Gloria di Sant’Ignazio”, opera del pittore Christoph Tausch, che celebra la spiritualità gesuitica attraverso un linguaggio pittorico ricco e dinamico. Nonostante i danni subiti durante i conflitti, la chiesa ha mantenuto nel tempo una straordinaria fedeltà alla struttura originale, restituendo oggi un’immagine di grande armonia.

Lasciandosi alle spalle Piazza Vittoria, basta percorrere pochi passi per raggiungere altri due luoghi emblematici della Gorizia storica: Piazza Cavour e Piazza Sant’Antonio. Qui il tono cambia: l’imponenza monumentale lascia spazio a un’atmosfera più intima e nobiliare, fatta di palazzi storici, corti eleganti e dettagli che raccontano la vita della città tra Medioevo e Rinascimento.

Piazza Cavour è delineata da edifici di grande valore storico, come il Palazzo degli Stati Provinciali e la Casa del Comune, testimoni del ruolo amministrativo e politico che Gorizia ha ricoperto nei secoli. Poco distante, Piazza Sant’Antonio sorprende per la sua dimensione raccolta e per la presenza di alcune tra le dimore più antiche e prestigiose della città, come il Palazzo dei Baroni Lantieri e il Palazzo dei Conti di Strassoldo.

Qui, accanto alla storia ufficiale, emergono anche curiosità poetiche: lungo il bordo delle panchine si possono leggere brevi poesie incise, piccoli frammenti letterari che trasformano la piazza in uno spazio di contemplazione e riflessione, dove il tempo sembra rallentare.

Sant’Ignazio e le grandi piazze non sono solo luoghi da vedere, ma spazi da vivere. Raccontano una Gorizia colta, misurata, profondamente europea, in cui arte, spiritualità e vita quotidiana convivono in un equilibrio raro. Un passaggio fondamentale per comprendere l’identità della città e il suo modo discreto, ma intenso, di raccontarsi a chi la visita.

Palazzo Coronini Cronberg, tra re e giardini romantici

Immerso in uno dei contesti più suggestivi di Gorizia, Palazzo Coronini Cronberg è molto più di una residenza storica: è un luogo in cui storia europea, vita privata e paesaggio si intrecciano in modo armonioso. Situato nel cuore verde della città, il palazzo rappresenta una delle testimonianze più raffinate della Gorizia aristocratica, capace di raccontare epoche e destini che vanno ben oltre i confini locali.

Il palazzo è noto soprattutto per essere stato l’ultima dimora del re di Francia Carlo X di Borbone, sovrano in esilio che trascorse qui gli ultimi anni della sua vita. Un dettaglio che restituisce immediatamente la dimensione internazionale di Gorizia, città che nei secoli ha accolto nobili, diplomatici e intellettuali, diventando crocevia discreto ma centrale nella storia europea dell’Ottocento.

Varcando l’ingresso, si entra in un ambiente rimasto straordinariamente fedele alla vita quotidiana dei suoi abitanti. Gli interni conservano arredi originali, suppellettili, oggetti personali e una ricchissima biblioteca di oltre 23.000 volumi, che comprende incunaboli, cinquecentine e testi rari. Le sale sono arricchite da opere d’arte di grande valore, con dipinti attribuiti a maestri come Bernardo Strozzi e Rubens, testimoniando il gusto colto e cosmopolita della famiglia Coronini.

La visita al palazzo non è solo un’esperienza museale, ma un vero viaggio nella vita privata dell’aristocrazia europea, dove ogni stanza racconta una storia fatta di relazioni politiche, passioni culturali e legami internazionali. Nulla appare artificioso o ricostruito: tutto contribuisce a creare un’atmosfera autentica, intima, lontana dall’idea di museo tradizionale.

All’esterno si apre uno degli angoli più affascinanti della città: il parco romantico, esteso per circa cinque ettari, concepito secondo il gusto paesaggistico ottocentesco. Il giardino sfrutta la naturale conformazione del terreno, articolandosi in terrazzamenti, vialetti sinuosi e scorci studiati per sorprendere il visitatore. Tra cascate, specchi d’acqua e angoli ombreggiati, si alternano piante rare ed essenze esotiche, come ginkgo biloba, bambù, magnolie, oleandri e nespoli giapponesi.

A rendere il parco ancora più affascinante è la presenza di reperti archeologici provenienti da Aquileia, integrati nel paesaggio come elementi decorativi e simbolici. Un dialogo continuo tra natura, storia antica e gusto romantico, che trasforma la passeggiata in un’esperienza contemplativa, quasi fuori dal tempo.

Palazzo Coronini Cronberg rappresenta così una pausa silenziosa e raffinata all’interno dell’itinerario urbano. È il luogo ideale per comprendere una Gorizia elegante e colta, capace di custodire storie regali e memorie private all’interno di un contesto naturale di grande bellezza. Una tappa imprescindibile per chi desidera scoprire il volto più intimo e aristocratico della città.

Il Giardino Viatori, un’oasi botanica inattesa

Meno conosciuto ma sorprendente è il Giardino Viatori, noto come giardino delle azalee. Un percorso su terrazze che ospita centinaia di varietà di azalee, rododendri, rose, camelie e magnolie, con viste che spaziano dal Castello al Carso. Un luogo nato anche da una ferita della guerra, trasformata in bellezza.

Monte Sabotino e il Parco della Pace

Per chi ama camminare, il Parco della Pace del Monte Sabotino è una tappa imprescindibile. Teatro di aspre battaglie durante la Prima guerra mondiale, oggi è un parco transfrontaliero che unisce Italia e Slovenia. Sentieri, trincee, gallerie su più livelli e un piccolo museo all’aperto ricordano l’assurdità del conflitto, offrendo al tempo stesso panorami spettacolari.

Il Collio, tra vigneti e confini naturali

A pochi chilometri dalla città si apre il Collio Goriziano, uno dei territori vitivinicoli più pregiati d’Italia. Qui il paesaggio è tutelato: solo una parte dei 7.000 ettari è coltivata a vigneto. Percorsi tra colline, cantine, castelli e agriturismi permettono di scoprire un equilibrio raro tra natura e lavoro dell’uomo, ideale da esplorare a piedi, in bici o in vespa.

A tavola, tra Mitteleuropa e Friuli

Chiudere un viaggio a Gorizia senza passare dalla tavola sarebbe impossibile, perché è proprio nella cucina che questa città racconta forse meglio di ogni altro ambito la sua identità di confine. La gastronomia goriziana è una sintesi autentica e mai forzata di tradizioni mitteleuropee, influenze slovene e radici friulane, frutto di secoli di convivenze, scambi e contaminazioni culturali. Ogni piatto è una piccola mappa storica, capace di raccontare il passato attraverso sapori decisi, profumi speziati e preparazioni che parlano di stagioni, territorio e memoria.

La cucina locale è robusta ma equilibrata, profondamente legata alla qualità delle materie prime. Tra i piatti simbolo spicca la jota, la minestra identitaria per eccellenza, a base di fagioli, crauti o rape, patate e farina di mais: un piatto povero solo in apparenza, che racchiude secoli di cultura contadina e di adattamento ai climi rigidi. Accanto alla jota non possono mancare gli gnocchi di susine, una specialità dal gusto sorprendente, in cui il dolce della frutta incontra il burro fuso e la cannella, creando un contrasto che racconta chiaramente l’eredità austro-ungarica.

Il confine orientale emerge con forza in piatti come il gulasch, ricco e speziato, spesso accompagnato da polenta, e nel cotechino con i crauti, grande classico invernale che unisce carne e fermentazioni in un equilibrio intenso. Non mancano poi i cevapcici, piccole salsicce di carne speziata tipiche dell’area balcanica, entrate stabilmente nella tradizione locale e oggi considerate parte integrante della cucina goriziana. Tra le preparazioni più legate al Friuli spicca il frico, formaggio di malga fuso con patate, semplice e potente, capace di raccontare l’anima montana della regione.

Anche i salumi e i formaggi meritano un capitolo a parte: il prosciutto di Cormons, grazie al microclima del Collio, assume note particolarmente delicate e dolci, mentre le produzioni casearie artigianali riflettono la varietà del territorio, dalle colline alle zone più alpine. Le uova, le verdure di stagione, i funghi e il miele artigianale completano una cucina attenta, mai eccessiva, sempre rispettosa delle origini.

Il capitolo dei dolci è un vero viaggio nella Mitteleuropa. La gubana, con il suo ripieno ricco di noci, uvetta, grappa e spezie, e la potiza, dolce arrotolato di origine slovena a base di miele e frutta secca, raccontano una tradizione che guarda a Vienna, Lubiana e Trieste, più che all’Italia centrale. Sono dessert pensati per l’inverno, da gustare lentamente, magari accompagnati da una bevanda calda.

Il tutto trova il suo completamento naturale nei vini del territorio, tra i più apprezzati a livello internazionale, soprattutto per quanto riguarda i bianchi. Sauvignon, Merlot, Ribolla Gialla e Friulano accompagnano con eleganza la cucina locale, esaltandone i contrasti e la complessità. A fine pasto, non manca mai un buon caffè, seguito dal pelinkovac, amaro intenso a base di artemisia, eredità diretta della tradizione mitteleuropea, o da una delle grappe artigianali della zona.

Sedersi a tavola a Gorizia significa dunque fare un ultimo, fondamentale passo nel viaggio: un’esperienza che non è solo gastronomica, ma culturale, capace di riassumere in un piatto la storia di una città che ha fatto dell’incontro tra mondi diversi la propria più grande ricchezza.

Gorizia non è una città da consumare in fretta. È una meta che chiede tempo, curiosità e voglia di ascoltare una storia fatta di confini, incontri e rinascite. Chi la sceglie, difficilmente se ne va senza il desiderio di tornare.

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