Il Buonconsiglio che Trento nasconde: perché i locali lo chiamano ancora "Malconsiglio"

A Trento, il Castello del Buonconsiglio non è solo un museo: per i trentini evoca processi, esecuzioni e un’identità contesa tra vescovi e imperi. Scopri cosa significa oggi per chi ci vive accanto.

20 gennaio 2026 06:00
Il Buonconsiglio che Trento nasconde: perché i locali lo chiamano ancora "Malconsiglio" - Foto: Jakub Hałun/Wikipedia
Foto: Jakub Hałun/Wikipedia
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Il dosso che "consiglia male"

Camminando per via Bernardo Clesio, con il traffico di Trento che sfreccia ai piedi del rilievo roccioso, il castello non appare come una fortezza invincibile, ma come un dirupo che sfida la città moderna. Edificato nel XIII secolo su quel dosso chiamato originariamente Malconsey – un nome che sa di presagio nefasto, forse per i briganti o le esecuzioni sommarie – i principi vescovi lo ribattezzarono Buonconsiglio per ripulirne l'immagine. Perché qui, e non altrove? Perché quel colle dominava Trento come un occhio vigile sulle Alpi, un punto strategico tra Italia e Impero, dove il vescovo poteva essere signore temporale e spirituale senza interferenze. Senza questo dosso, Trento sarebbe rimasta un borgo ai margini, non il crocevia del Concilio che cambiò la Chiesa.]​

Qui non si tratta solo di mura: i locali si chiedono spesso perché quel nome "malvisto" persistette nelle storie di valle, tramandato nei racconti di nonne che parlavano di streghe processate o briganti impiccati nella torre bassa, prima che Augusto la rendesse "d'onore". Oggi, passeggiando nel giardino all'italiana – quel fazzoletto verde tra bastioni cilindrici – un abitante del centro storico capisce: il castello serviva a controllare non solo nemici esterni, ma le paure interne della comunità.

Da rocca a caserma: il trauma che non finisce

Immagina di entrare da Castelvecchio, il nucleo duecentesco con merli a coda di rondine che si evolvono in bifore gotiche: è il simbolo del potere vescovile che si ammorbidisce nel lusso, ma solo per chi comandava. Dal 1255 al 1796, qui risiedevano i principi vescovi, da Giorgio di Liechtenstein che fece affrescare la Torre Aquila con il Ciclo dei Mesi – undici scene di nobili a caccia e contadini al lavoro, un mondo feudale al crepuscolo – fino a Bernardo Clesio, che nel 1528 eresse il Magno Palazzo rinascimentale.

Ma per un trentino doc, la domanda vera è: perché conta ancora, se Napoleone lo rese caserma austriaca e la Grande Guerra lo macchiò di sangue? Nel cortile, nel 1916, gli austriaci impiccarono Cesare Battisti e Fabio Filzi dopo un processo nella Stua della Famea, trasformata in tribunale. La Fossa dei Martiri là fuori è il prato dove caddero: senza quel patibolo, l'identità italiana del Trentino post-1918 sarebbe stata meno feroce, meno radicata nel risentimento. Oggi, con l'autonomia provinciale, il castello è museo dal 1923, ma i locali lo vedono come specchio di un'identità strattonata: vescovi tirolesi, Asburgo, fascismo, e ora Province che ne fa sede di collezioni. Se sparisse, Trento perderebbe il suo "perché siamo qui", quel mix di sudditanza e ribellione.[

Affreschi che interrogano l'oggi

Sali sulla Torre Aquila e il Ciclo dei Mesi ti colpisce: non è solo gotico boemo del 1400, ma un diario del paesaggio alpino che i trentini riconoscono ancora. Contadini che falciano fieno su colline identiche a quelle del Bondone, nobili che falconano nei boschi della Vigolana – è il Trentino pre-industriale, dove natura e potere si intrecciano. Perché qui? Perché Clesio voleva emulare le corti italiane, chiamando Dosso Dossi e Romanino per affreschi che legano Asburgo a Roma antica, un messaggio: Trento è cerniera d'Europa. Nella Loggia del Papiro, Romanino dipinge Lucrezia suicida o Fetonte che precipita: moniti alla virtù per cortigiani, ma per noi oggi domande su come governare passioni in un territorio autonomo ma fragile.

La Giunta Albertiana barocca, con stucchi su Vienna assediata dai turchi, aggiunge: questo castello ha sempre difeso l'Europa dal "diverso", un'eco che i locali sentono nel dibattito su migrazioni alpine. Visitarlo ora, con mostre come "L’Inverno nell’arte" fino a marzo 2026, risponde a: cosa cambierebbe senza? Trento perderebbe il suo hub culturale – 331mila ingressi nel 2024, eventi con falconieri e concerti – e quel senso di continuità che lega preistoria a contemporaneo.

L'identità che il turista ignora

Per un residente di Trento, il Buonconsiglio è spazio di memoria viva, non teca: qui l'archeologia dalla preistoria all'alto medioevo – romani di Tridentum, longobardi – ricorda che il Trentino non è "invenzione" ottocentesca, ma strato su strato. I collezionisti del XIX secolo donarono reperti per affermare l'italianità contro Innsbruck, un gesto che ancora definisce l'orgoglio locale.

Perché conta oggi? In un 2026 di autonomie tese, capirlo significa come un castello "malconsigliato" abbia forgiato un popolo che bilancia tradizione e modernità – da caserma a festival della famiglia. Senza, i trentini perderebbero quel confine invisibile tra sudditanza passata e sovranità quotidiana.

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