Il gigante in mezzo alla strada: il Platano dei Cento Bersaglieri e la magnifica storia mai raccontata

Un albero monumentale in mezzo a un incrocio, tra guerra, traffico e memoria. Perché capire il Platano dei Cento Bersaglieri cambia il modo di leggere il paesaggio.

24 gennaio 2026 06:00
Il gigante in mezzo alla strada: il Platano dei Cento Bersaglieri e la magnifica storia mai raccontata - Foto: Syrio/Wikipedia
Foto: Syrio/Wikipedia
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Un albero che obbliga a guardare

A Platano, minuscola frazione che prende il nome proprio da lui, l’albero monumentale non sta in un parco protetto ma in mezzo a un bivio di strade asfaltate, con le auto che gli girano intorno come all’ennesima rotonda di provincia. Chi arriva dal Garda o dal Baldo spesso lo nota all’ultimo momento: un tronco massiccio, cavo, che si apre come una stanza, con la chioma che si allarga sopra l’asfalto. Non è un fondale: è un ostacolo fisico, un corpo vivo che costringe il paesaggio moderno ad adattarsi.

La sua età non è un dettaglio folkloristico: si parla di una pianta messa a dimora fra Trecento e Cinquecento, comunque vecchia di oltre quattro secoli, sopravvissuta a cambi di regime, confini, linguaggi e mezzi di trasporto. Nel tempo il paese attorno ha cambiato nome – da Salgarèa all’attuale Platano – fino a farsi definire dall’albero stesso: è come se la toponomastica avesse sancito che, prima delle persone e delle case, qui esiste innanzitutto questo tronco enorme.

Perché proprio qui, a un incrocio

La posizione del Platano non è casuale: sorge accanto al torrente Tasso, su un punto di passaggio che collegava le campagne di Caprino alle vie verso il Baldo e il Garda. Nel Nord-Est preindustriale, un albero così non era solo ombra: era segnale, punto di riferimento, spazio di sosta per chi lavorava i campi o si muoveva tra valle e montagna.

Piantarlo qui significava “marcare” una soglia: tra i terreni coltivati e il corso d’acqua, tra il paese e la strada che porta altrove. Oggi la stessa funzione si è deformata: il platano continua a segnalare un bivio, ma lo fa a moto e SUV, non più a carretti e greggi. Il conflitto è visibile: il fusto misurato in centimetri di circonferenza – oltre 10 metri, fino a 15 in alcune rilevazioni – viene raccontato come dato da Guinness, mentre la sua antica funzione di “segnale di paesaggio” viene data per scontata.​

Un corpo ferito dalla guerra

La storia che tutti conoscono è quella del 1937: durante le Grandi Manovre dell’esercito italiano, un’intera compagnia di bersaglieri si sarebbe nascosta tra i rami e nelle cavità del tronco, al punto da dare all’albero il nome con cui è conosciuto oggi. È un episodio quasi teatrale, perfetto per i racconti scolastici: cento uomini che scompaiono dentro un albero, tra mimetismo, disciplina e orgoglio militare.

Ma la parte meno raccontata è che lo stesso albero, pochi anni dopo, viene considerato un problema militare. Nell’inverno del 1944 le truppe tedesche decidono di sfoltirne la chioma, perché potrebbe diventare rifugio per i partigiani, punto ideale per imboscate e colpi improvvisi. Quel che nel ‘37 è un vanto – un albero che “protegge” i soldati italiani – nel ‘44 diventa minaccia da mutilare. Nella corteccia e nei rami mancanti, chi abita la zona legge ancora oggi la stratificazione di queste due guerre: una di rappresentazione, l’altra di paura concreta.

L’albero come archivio di paure collettive

Ogni paesaggio del Nord-Est porta con sé una memoria di guerra, ma spesso è affidata a lapidi, cippi, monumenti costruiti a tavolino. Il Platano dei Cento Bersaglieri, invece, registra la storia sul proprio corpo: l’uso bellico della chioma, la potatura forzata, il modo in cui il tronco cavo diventa riparo sia nella leggenda dei soldati sia nell’immaginario dei partigiani.

Non è un caso che venga dichiarato albero monumentale, inserito tra i grandi alberi veneti da tutelare e monitorare anche attraverso progetti di riproduzione per talea. Dietro la retorica del “monumento nazionale” c’è una domanda implicita: fino a che punto un albero che ha ospitato e spaventato eserciti può essere lasciato alla sola logica del traffico e dell’erosione urbana?

Una creatura troppo grande per il presente

I numeri che di solito compaiono nelle schede tecniche – oltre 25 metri di altezza, chioma stimata attorno ai 300 metri quadrati, età superiore ai 400 anni – non servono a stupire, ma a capire perché questo albero fatichi a “stare dentro” il presente. Il suo apparato radicale si è sviluppato in un contesto di suolo permeabile, margini agricoli e ristagni d’acqua: esattamente l’opposto dell’asfalto, dei marciapiedi stretti, delle canalette che oggi lo circondano.

L’impressione, per chi lo osserva da vicino, è quella di un organismo fuori scala rispetto alla cornice che gli abbiamo costruito addosso. Non è un albero nato per fare da arredo stradale, ma un relitto vivente di un paesaggio fluviale e rurale che non esiste più. Le ripetute misurazioni del tronco e gli studi sul suo stato di salute – classificato “sufficiente” nelle schede degli alberi monumentali – sono il segnale che la convivenza con l’infrastruttura moderna è fragile, da rinegoziare continuamente.

Le domande che un abitante si fa (e che di solito non trovano risposta)

Chi abita a Platano o passa lì ogni giorno, magari per andare al lavoro verso Verona o il lago, non si chiede tanto “da quanti secoli è lì?”, ma piuttosto: quanto durerà ancora in mezzo alle macchine? È sicuro? Verrà un giorno in cui lo taglieranno?

Queste domande raramente trovano spazio nelle brochure turistiche, che preferiscono parlare di primati (“il più grande d’Italia”, “il più vecchio”) o di aneddoti pittoreschi. Eppure sono domande decisive: se il Platano è un monumento vivente, significa che la comunità ha la responsabilità di scegliere ogni volta se proteggerlo o sacrificarlo all’ennesimo allargamento stradale. Capirlo serve a leggere il paese non solo come un agglomerato di case, ma come una comunità che negozia quotidianamente il proprio rapporto con ciò che è più lento di lei.

Quando un albero diventa toponimo, identità, vincolo

Il fatto che la località si chiami Platano significa che chi vive lì porta, nel proprio indirizzo, il nome di un albero. Non si tratta solo di orgoglio locale: vuol dire che ogni documento, ogni spedizione, ogni navigatore digitale riporta la traccia di questa presenza vegetale. È un modo in cui la natura entra nella burocrazia, nei sistemi di geolocalizzazione, nel linguaggio quotidiano.

Se il Platano dei Cento Bersaglieri non ci fosse più, Platano continuerebbe a chiamarsi così, ma sarebbe un nome svuotato, un guscio linguistico che tradirebbe un’assenza. Sarebbe come avere una Via del Mulino senza mulino, o una Via delle Miniere in un luogo che ha coperto ogni scavo con un parcheggio multipiano. Per questo il tema non è solo la tutela botanica, ma la coerenza tra ciò che un territorio dice di sé e ciò che è disposto a perdere.

Il valore simbolico per chi attraversa il Nord-Est

In un Nord-Est spesso raccontato come spazio di capannoni, rotatorie e villette, il Platano dei Cento Bersaglieri è una fenditura nel racconto dominante. Ricorda che, prima della “civiltà delle corsie preferenziali”, esisteva una trama di segni naturali a cui affidare orientamento, riparo, memoria. Chi si ferma, anche solo per pochi minuti, percepisce questa frizione: sotto la stessa chioma che ha funzionato da nascondiglio per bersaglieri e potenziale rifugio per partigiani, oggi passano auto in coda la domenica sera.

Capire questo albero serve, concretamente, a leggere il paesaggio che si attraversa in autostrada o in statale non come un “vuoto” tra un’uscita e l’altra, ma come una sequenza di luoghi in cui natura e storia si sono incastrate in modi a volte scomodi, mai neutri. Il Platano non chiede solo di essere fotografato: chiede di rimettere al centro, nel Nord-Est che corre, la domanda su cosa merita di invecchiare insieme alle nostre strade.

Se un giorno non ci fosse più

È una domanda che a livello locale si evita di fare ad alta voce, ma che aleggia ogni volta che una tempesta piega gli alberi o una nuova norma stradale impone più sicurezza: cosa accadrebbe se il Platano dovesse essere abbattuto o crollare?

Da un punto di vista pratico, sparirebbe un ostacolo: l’incrocio potrebbe diventare più lineare, più ampio, più “sicuro” secondo criteri ingegneristici. Ma sul piano simbolico il vuoto sarebbe enorme: non ci sarebbe più un organismo vivente capace di collegare in un colpo solo il Trecento, le manovre del ‘37, il 1944, il boom del traffico privato, i progetti di clonazione botanica per conservarne il genotipo.

Il paesaggio perderebbe uno dei pochi elementi che impongono, fisicamente, la memoria nel quotidiano. In un territorio dove buona parte della storia è stata “messa da parte” in musei e sacrari, il Platano obbliga ancora oggi a fare i conti con un passato che non sta dietro a una teca, ma continua a crescere – con fatica – in mezzo alle nostre traiettorie accelerate.

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