Il Redentore che salvò Palmanova dalla peste: il voto dimenticato della fortezza
Una fortezza nata per resistere ai Turchi, protetta da un Cristo contro il contagio invisibile. Perché questa chiesa esiste davvero qui, e cosa dice di noi oggi.
La prima pietra contro l’invisibile nemico
Cammini nella piazza esagonale di Palmanova, sotto lo sguardo dei bastioni che ancora odorano di polvere da sparo veneziana, e ti ferma la facciata bianca, con quel Cristo Redentore al centro che sembra vegliare non solo sui passanti, ma sul confine tra vita e morte. Non è un duomo qualunque: è il voto di una città-fortezza contro la peste, eletto protettore perché qui transumavano migliaia di mercenari da oltralpe, pronti a portare il morbo come un’arma peggiore dei cannoni turchi. Venezia, reduce dal flagello del 1576, impose il culto del Redentore fin dal 1602, quando Girolamo Cappello posò la prima pietra proprio per ospitare il Sacramento in una chiesa di legno provvisoria.
Perché qui, e non altrove? Palmanova non era solo un baluardo contro gli Uscocchi e gli Ottomani – era un crocevia di soldati, un incubo sanitario. Senza quel protettore, la fortezza sarebbe crollata prima di un assedio: la peste del 1630 fermò i lavori, ma il tetto di larice slavo arrivò nel 1636, consacrando un edificio che simboleggiava la vittoria sulla paura più grande del tempo, più dei nemici visibili. Oggi, un palmarino si chiede: e se quel voto non ci fosse stato, quanta storia avremmo perso?
Il cedimento che tradì le ambizioni veneziane
Entri, e la navata unica ti avvolge con un’eco di passi che rimbalza sulle capriate dipinte, ma alza lo sguardo alla facciata: quella curvatura concava non è un vezzo rinascimentale, come credono i turisti, ma la cicatrice di un cedimento del 1619, quando il muro si inclinò di un metro e mezzo per il suolo ghiaioso inzuppato di pioggia. Gli architetti veneti – da Longhena a Baldassarre – accorsero, puntellarono, e solo dopo la peste ripartirono, adottando la calce idraulica per i mattoni e la pietra d’Istria da Orsera.
Per un abitante locale, non è solo architettura: è la domanda su quanto la fortezza fosse fragile, umana, nonostante la forma stellata perfetta. I Veneziani la volevano bassa il campanile per non dare appigli al nemico, ma quel crollo dice di più: Palmanova non era invincibile, dipendeva dal territorio ostile, dalle piogge friulane che scioglievano le fondamenta come speranze. Se non ci fosse stata, la piazza Grande sarebbe vuota? No, ma priva di quel simbolo di resilienza che ancora oggi, nei restauri del 2006, ricorda come la storia qui si pieghi ma non rompa.
Protettori per milizie e madri: dentro le cappelle
Sotto la pala del Padovanino all’altare delle Milizie – san Bartolomeo col coltello, santa Barbara sul cannone – capisci il doppio volto di Palmanova: luogo di guerra e di grazia, dove i santi guerrieri vegliavano sui mercenari mentre la Vergine tolmezzina, dalla cappella del Carmine, accoglieva i bimbi delle "Arca degli Angioletti". Quelle figlie del capitano Ciceri, sepolte lì nel 1630, chiedono: perché un duomo per anime in transito? Perché contava: battezzava, seppelliva, univa civili e soldati in un’identità friulana-veneziana.
Nella sacrestia, i ritratti dei Provveditori – futuri Dogi come Loredan – fissano i visitatori: domanda locale tabù: serviva davvero tanto sfarzo in una fortezza? Sì, perché trasformava un avamposto in patria, con reliquie di santa Giustina (l’auspice di Lepanto) e affreschi eucaristici di Fabris che, nel 1861, rispondevano al colera del 1855. Oggi conta perché lega il lettore al Nord-Est: senza questa chiesa, Palmanova sarebbe solo stelle e bastioni; con essa, è memoria viva di come la fede ha forgiato il nostro paesaggio umano.
L’eco che resiste oltre i bastioni
Attraversi contrada Donato, noti l’affresco del leone marciano scampato ai Francesi del ’97, e ti chiedi: perché conta ancora nel 2026? Perché Palmanova, UNESCO dal 2022 per le fortificazioni, vive di domande non da guida: i palmarini si interrogano sui restauri recenti, sulle lapidi tombali censite, su come quel Redentore protegga dal "contagio" moderno – migrazioni, cambiamenti climatici che allagano la Bassa. Capirlo serve a chi abita qui: rivela che la fortezza non era solo difesa, ma rifugio spirituale, e senza, il Friuli perderebbe un pezzo d’identità contro l’oblio.