L'Altopiano che ha respinto il boom: la storia incredibile di un confine invisibile
Su un confine dimenticato tra Veneto e Friuli, l'Altopiano di Casera Razzo ha scelto la memoria contro il turismo di massa: scopri perché oggi resiste e cosa significa per chi lo abita.
Il confine che non si vede sulla carta
Cammini su quell'altopiano a 1800 metri e il vento porta voci di due regioni diverse: Veneto da un lato, Friuli dall'altro, divise da creste che la Prima Guerra Mondiale ha forato di trincee e cunicoli. Non è solo geografia, è un confine invisibile che ha salvato Razzo dal destino di troppi altri altopiani. Nato come pascolo per malghe, il luogo si è aperto negli anni '50 grazie a Celeste da Ronch, che trasformò una casera incendiata dai tedeschi nel '44 in rifugio alpino dedicato a un tenente caduto. Qui, tra Vigo di Cadore e la Val Pesarina, la strada sterrata da Laggio ti fa arrivare in 20 minuti, ma una volta su, capisci perché i piani turistici degli anni '60 – skilift nel '68, pic-nic di massa fino agli '80 – si sono fermati: una frana nel '81 ha chiuso l'accesso da un lato, e la Regola di Vigo ha ripreso i pascoli, scegliendo l'alpeggio contro gli hotel. Perché qui? Perché queste malghe, con mucche e capre che brucano sotto i Brentoni, servono ancora a tenere vivo un'economia che non dipende dai turisti stagionali.
La memoria militare che plasma il paesaggio
Alza lo sguardo verso il Monte Tudaio o il Col Ciampon: lì ci sono i resti del Vallo Alpino Littorio, gallerie scavate tra '39 e '42 su ordine di Mussolini per blindare il confine nord-orientale. Quei bunker semisepolti non sono reliquie, ma risposte a una domanda che i locali si pongono ogni primavera: chi controllerà questi prati domani? Durante la Grande Guerra, l'altopiano era linea di fuoco tra italiani e austriaci, con postazioni che oggi gli escursionisti calpestano senza saperlo; poi, fascismo e incendi della Liberazione hanno lasciato cicatrici che Da Ronch ha curato con il suo rifugio. Oggi, la Magnifica Regola gestisce malga e pascoli, producendo formaggi a km zero come il frico o la zuppa montanara, venduti direttamente ai viandanti. Conta ancora perché senza questa stratificazione storica – guerra, fascismo, resistenza locale – Razzo sarebbe un parcheggio per sci, non un luogo dove un abitante di Vigo si chiede se l'orso che ha attaccato qui anni fa tornerà a sfidare le mandrie.
Pascoli contro Orsi: le domande dei pastori
Un pastore di Laggio ti dirà che l'inverno trasforma i pascoli in distese per ciaspole o sci di fondo, ma la vera prova è l'estate, quando gli animali risalgono e l'orso – sì, quello che sbranò pecore qui intorno – diventa il confine vero tra uomo e natura. Perché esiste ancora l'alpeggio qui? Perché senza, la Regola perderebbe i boschi per legname e i prati per il foraggio, e Vigo, con le sue borgate come Pinié o Pelos, resterebbe solo un ricordo oltrepiave. La malga apre da giugno a settembre, con piatti come gnocchi di ricotta o gulash su terrazza panoramica verso la Catena Carnica, ma chiama prima: il meteo decide. Se non ci fosse Razzo, i locali perderebbero non solo reddito, ma identità: è il luogo dove la "Regola" medievale, assemblea di capifamiglia, gestisce beni comuni da secoli, resistendo a Google Maps e agli e-bike invernali.
Oggi, un altro futuro respinto
Nel nuovo millennio, proposte di bike park o ampliamenti sciistici sono rimaste sulla carta; un ghiacciaio roccioso sotto il Col Marende e geositi come i Campanili del Lander hanno convinto a preservare. Camminaci su e senti: questo altopiano serve a ricordare che il Nord-Est italiano non è solo Dolomiti patinate, ma spazi dove la trasformazione si ferma per scelta. Per un abitante, significa pascoli sicuri e sentieri per MTB o cavallo; per te che sali da Sauris o Pesariis, una sosta dove capire perché certi confini – regionali, storici, naturali – valgono più di un impianto nuovo.