Le rovine che Gorizia ha scelto di non toccare: quel tempio distrutto dice tutto sul confine ferito
A Gorizia, il Parco della Rimembranza custodisce macerie deliberate: un tempietto non ricostruito che i locali interrogano ancora oggi su identità e ferite di confine.
Un cimitero che diventa sacrario
Camminando lungo Corso Italia, a due passi dal traffico quotidiano di Gorizia, il Parco della Rimembranza si apre come un rettangolo verde di 2,5 ettari, silenzioso testimone di strati storici sovrapposti. Nato nel 1923 sull'area di un vecchio cimitero comunale – chiuso nel 1880, con una cappella del 1833 ornata da una pala di Giuseppe Tominz al centro – questo spazio non è solo un polmone urbano, ma un luogo dove la terra ha assorbito generazioni di dolori. I goriziani lo sanno: qui, sotto i pini e i sentieri ombreggiati, non si seppelliscono più corpi, ma si custodiscono scelte radicali che interrogano l'identità di una città al confine.
Perché proprio qui? Perché Gorizia, presa dagli italiani nell'agosto 1916 durante la Sesta Battaglia dell'Isonzo, simboleggiava la "sagra di Santa Gorizia" cantata da Vittorio Locchi, interventista toscano fucilato dagli austriaci. I volontari locali, disertori dall'esercito asburgico per unirsi agli italiani, meritavano un omaggio tangibile in pieno centro, non in periferia. Oggi, un abitante si chiede: senza questo parco, la memoria della Grande Guerra svanirebbe tra i palazzi art nouveau del quartiere residenziale circostante?
Il tempietto che grida silenzio
Al cuore del parco, le rovine del tempietto circolare progettato da Enrico Del Debbio – posata la prima pietra nel 1925, inaugurato nel 1929 – dominano lo sguardo. Ispiro alla tomba di Lisicrate in Grecia, era dedicato a quei volontari caduti; ma la notte del 12 agosto 1944, domobranci sloveni, con dinamite fornita dai nazisti, lo fecero saltare in aria. La cittadinanza protestò in silenzio, deponendo fiori per giorni sulle macerie, mentre la polizia tedesca vietava manifestazioni.
La scelta clou: non ricostruirlo. Non un gesto di povertà post-bellica, ma un monito deliberato contro il terrorismo etnico, lasciato intatto come ferita visibile per le generazioni future. In tempi recenti, dibattiti su una ricostruzione per "riconciliazione" sono caduti nel vuoto: quelle pietre sbrecciate ricordano che la memoria goriziana rifiuta cancellazioni facili. Un locale ti dirà: "Se lo avessimo rifatto, avremmo perso il racconto brutale di come Gorizia, tra occupazioni jugoslave e foibe, ha sanguinato per il suo essere italiana".
Monumenti che sussurrano nomi locali
Lungo i viali, busti e lapidi aggiungono strati: Giovanni Maniacco ed Emilio Cravos, irredentisti fucilati dagli austriaci; Locchi, poeta della conquista; monumenti ai Lupi di Toscana (copia del 1955, originale distrutto sul Sabotino) e alla Brigata Julia. A destra del viale principale, un muro commemora i 665 goriziani deportati e trucidati dai jugoslavi nel maggio 1945, durante l'occupazione post-bellica.
Questi non sono trofei turistici, ma punti di frizione per chi abita qui: perché i nomi di Maniacco e Cravos evocano il prezzo dell'irredentismo in una Gorizia multilingue? Cosa cambierebbe senza quel muro, che lega la Grande Guerra alle foibe, se non la capacità di spiegare ai giovani il "perché" di un confine che divideva famiglie? Il parco serve a questo: trasformare date in domande personali, per un lettore che magari ci passa davanti in bici e si ferma a leggere una targa.
Oggi, tra panchine e dibattiti irrisolti
Il parco resta accessibile – marciapiedi lisci, panchine all'ombra – ma non sempre curatissimo, come notano i visitatori. Nel 2025, con Gorizia Capitale Verde Europea condivisa con Nova Gorica, eventi ne ravvivano i sentieri, ma i locali si chiedono: le rovine resisteranno alle mode della riconciliazione transfrontaliera? Senza questo spazio, la città perderebbe il suo "confine invisibile": natura che ricopre storia, alberi che ombreggiano dolori non sanati.
Capirlo serve a navigare il presente: in un FVG dove europeismo e tradizioni si intrecciano, il Parco insegna che la memoria non è neutra, ma radicata nel suolo. Per un goriziano, non è solo verde pubblico, ma specchio di ciò che non dire alle guide turistiche.