Lessinia tra pascoli eterni: ecco perché l'uomo li difende dal bosco che avanza
In Lessinia, i pascoli modellati da secoli di mani cimbre rischiano di sparire sotto il bosco. Un giornalista del territorio spiega tensioni locali, ritorno del lupo e perché questo altopiano conta più di un semplice parco.
Il taglio che ha forgiato un altopiano
Cammini sui Lessini, tra i 1200 e i 1800 metri, e il paesaggio ti parla di mani callose, non di guide turistiche. Questi pascoli vasti, tra i più grandi dell'arco alpino, non sono un dono della natura, ma un'opera umana. Dal Neolitico, con i primi incendi per aprire radure, passando per i Romani che intensificarono l'allevamento, fino ai Cimbri arrivati nel XIII secolo dalla Baviera e dal Tirolo. Hanno disboscato querce e faggi per far pascolare pecore e mucche, creando un mosaico di prati che resiste grazie alla transumanza stagionale. Perché qui? Perché la roccia calcarea carsica, povera d'acqua, favorisce erbe resistenti ideali per l'alpicoltura, legando l'uomo al suolo in un patto silenzioso. Senza quel lavoro, l'altopiano sarebbe foresta fitta, non il "luogo della luce" – Lexinum – nominato nel IX secolo.
Cimbri: echi di un idioma nei muretti a secco
Un lessiniano ti guarda strano se chiami i pascoli "selvaggi". Per lui, sono eredità: stalle e stele di pietra che narrano migrazioni e pastorizia. I Cimbri, coloni tedeschi invitati da Verona per l'industria della lana medievale, trasformarono l'altopiano con malghe e muretti, preservando tradizioni etniche che il Parco tutela dal 1990. Oggi ne parlano in pochi, ma i riti – come la produzione di formaggi in malga – vivono nei prodotti locali, dalla pecora Brogna a rischio estinzione alla pietra rosata estratta dalle cave per Verona. Cosa cambierebbe senza? Il paesaggio rurale storico svanirebbe, lasciando un bosco ombroso che inghiotte identità e biodiversità pascoliva. Un abitante locale si chiede: "Il Parco ci aiuta a mantenere le malghe o ci lega le mani con regole da città?"
Il lupo torna, i pastori contano i danni
Nel 2012, un maschio dinarico e una femmina italica – Romeo e Giulietta – hanno riformato un branco, primo nelle Alpi orientali dopo un secolo di assenza. Simbolo di rinascita ecosistemica, ma incubo per chi malga: predazioni su agnelli e vitelli senza recinzioni adeguate. Il Parco, nato per bilanciare natura e tradizioni cimbre, si trova al centro: tutela fossili di 50 milioni di anni a Bolca, trincee della Grande Guerra e foreste come Giazza, ma deve mediare con 150 aziende agricole. Locali lamentano fili spinati anti-bestie invece di staccionate lignee, segnaletica scarsa sul versante veronese e gestione frammentata fino al 2019. Conta ancora oggi perché impedisce l'abbandono: senza pascolo, il bosco avanza, erodendo suoli e specie erbacee endemiche.
Tensioni tra malghe e manifestanti: il vero confine
Nel 2020, 7mila da pianura marciarono contro una proposta leghista di tagliare il 20% del Parco, salvando i "vaj" – valli agro-pastorali – ma ambientalisti bloccarono tutto. I locali, invece, spingono per confini naturali: "Siamo i primi ambientalisti, ma il Parco deve supportare allevatori, non solo divieti". Interviste a 168 aziende rivelano: solo il 3% vede utilità nei 30 anni di gestione, percepita come assente o contraddittoria. Il ritorno del lupo amplifica: grande per la fauna (cervi, camosci, aquile), ma serve coesistenza con cani da guardiania e indennizzi rapidi. Perché esiste? Per congelare un paesaggio antropico unico, dove uomo e natura non combattono, ma si intrecciano – e senza, Verona perderebbe un polmone culturale oltre che verde.
Pascoli o bosco? La scommessa lessiniana
Capire la Lessinia significa vedere oltre il Ponte di Veja dipinto da Mantegna: è un laboratorio vivo di resilienza. Oggi, con lupi che uniscono popolazioni separate da secoli e pascoli candidati a paesaggi storici nazionali, il Parco deve innovare: più aiuti per Brogna e malghe, meno burocrazia. Un locale si pone: "Se il bosco vince, chi pagherà i sentieri che portano turisti?" Serve equilibrio, perché questi prati non sono reliquie, ma motore di economia montana contro spopolamento. Attraversali in autunno, con il latte che profuma di erba alta, e capirai: la Lessinia resiste grazie a chi la calpesta da generazioni.