L'ex convento di Pordenone che inghiotte i silenzi del fiume: qui la città respira ancora
Scopri perché l'ex Convento dei Domenicani non è solo una biblioteca, ma il cuore nascosto di Pordenone dove storia e acqua sotterranea dettano il ritmo della vita quotidiana. Una prospettiva unica per capire il territorio.
Il terreno che nessuno voleva, scelto dai frati
Camminando oggi in piazza XX Settembre, con il traffico che sfiora l'ingresso della biblioteca, è difficile immaginare quel lotto come un pantano ostinato, pieno di risorgive che gorgogliavano senza sosta. Nel 1696 i domenicani di Venezia lo comprarono da Daniele di Montereale Mantica proprio per questo: un'altura modesta su un terreno accidentato, fuori dalle mura, che dovettero spianare a fatica per piantare le fondamenta. Perché qui, e non altrove? Perché Pordenone, città di fiumi e mercati, aveva bisogno di un avamposto spirituale che domasse quelle acque ribelli, simbolo del Noncello che lambiva le difese urbane – un luogo che unisse preghiera e pragmatismo idraulico, tipico del Nordest veneto-friulano dove l'uomo plasma il paesaggio o ne viene inghiottito.
Quei frati non costruirono su un prato qualunque: scelsero un punto dove la natura selvaggia sfiorava la civiltà, aprendo una porta nelle mura e un ponte – battezzato delle monache – per far arrivare i fedeli. Senza quel gesto, la piazza non esisterebbe nella forma attuale; il convento ha forzato la città a espandersi, rispondendo alla domanda pratica di un abitante locale: "Come mai questa piazza sembra un'aggiunta improvvisa al centro storico?". Capirlo serve a vedere Pordenone non come un'accozzo di epoche, ma come un organismo che cresce lottando contro l'acqua.
Demolizioni napoleoniche e vite profane: cosa resta del Rosario
La chiesa del Rosario, descritta da Vendramini Candiani come la più bella della città con i suoi marmi rubati poi al Duomo, svanì nel 1812 per mano di Antonio Villalta, che la smantellò per materiali edili. Immaginate i frati processionalmente entrati nel 1728, con il campanile elegantissimo – eco di Venezia – e poi tutto polverizzato: Napoleone aveva chiuso il convento nel 1806-1808, ma fu un imprenditore locale a cancellarne il cuore sacro. Qui emerge il valore simbolico per chi vive Pordenone oggi: un edificio che passa da prediche a caserme (fino al 1866), scuole, tribunali, ospedali in guerra e licei fino al 2000, incarnando la domanda che un pordenonese si pone passeggiandoci davanti: "Perché non c'è più la chiesa che tutti nommano nelle storie di famiglia?".
Senza quel vuoto, non ci sarebbe stata la spinta a restauri continui – dal 1919 post-bellico al mega-intervento 2003-2010 – che ha preservato il chiostro e le ali superstiti. Perdere il convento avrebbe significato una piazza qualunque; invece, resta un moncone che racconta come Pordenone, tra Veneto e Friuli, ricicli il sacro in profano senza rimpianti, trasformando eredità in spazi vivi.
Biblioteca tra risorgive: memoria idrica e identità quotidiana
Oggi, dal 2010, l'ex convento è la Biblioteca Civica, con il chiostro che echeggia letture per bimbi e gruppi under 18, eventi come "Silent Project" o "Nati per Leggere" che riempiono gli spazi un tempo monastici. Ma il vero segreto sta sotto: quelle risorgive domate nel '600 ribollono ancora, influenzando umidità e acustica – un pordenonese lo sa, sentendo l'odore di muffa umida nei giorni di pioggia, e si chiede: "Perché qui fa così fresco d'estate, anche coi termosifoni accesi?". Capire questo conta per l'identità locale: il convento simboleggia la lotta friulana contro l'acqua carsica, da convento a hub culturale che respira il territorio.
Se non ci fosse, piazza XX Settembre perderebbe il suo ruolo di cerniera tra centro e periferia, e la biblioteca – con 17:30 di presentazioni come "Libera" di Lea Ypi – non avrebbe quel fascino sotterraneo che attira famiglie e ragazzi. Per un lettore di qui, serve sapere che visitarla significa toccare le vene idriche del Friuli: entri per un libro, esci con la mappa nascosta della città.
Il brolo fantasma e domande che i turisti ignorano
Quei frati veneziani portarono non solo pietre, ma un'idea di autosufficienza: il terreno ricco d'acqua era perfetto per un brolo, orto monastico recintato contro selvatico e inondazioni – pratica medievale nordestina che qui sfociò in un complesso funzionale. Un locale si chiede: "Perché il convento è su una altura che sembra artificiale?". Perché fu terraformato, cambiando la morfologia urbana; senza, Pordenone avrebbe mura intatte ma un corso d'acqua ingestibile. Questo dettaglio, taciuto nelle guide, spiega perché l'area resiste alle piene del Noncello ancora oggi.