Una malattia gravissima fin da piccolo: «Il trapianto di polmoni mi ha salvato la vita» | STORIE DI VITA

Michele Dalla Valle racconta a Patrick Ganzini la malattia, il trapianto di polmoni e la rinascita nella puntata di “Storie di vita”.

08 ottobre 2026 10:53
Una malattia gravissima fin da piccolo: «Il trapianto di polmoni mi ha salvato la vita» | STORIE DI VITA -
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STORIE DI VITA - Prima la fatica di stare al passo con gli altri bambini, poi una diagnosi che ha accompagnato tutta l’adolescenza. A vent’anni il peggioramento, l’attesa di un donatore e il trapianto di entrambi i polmoni. Per Michele Dalla Valle, oggi 24enne, tornare alla vita ha significato anche dover imparare nuovamente a parlare, mangiare e camminare.

Michele ha raccontato il suo percorso a Patrick Ganzini, nella puntata di “Storie di vita”, il format di interviste e approfondimenti di Nordest24. Una testimonianza che attraversa la paura, le complicazioni del ricovero e la riabilitazione, fino all’impegno nelle scuole per far conoscere ai ragazzi il valore della donazione di organi.

La fatica da bambino e la diagnosi in prima media

Per molto tempo Michele ha interpretato la propria difficoltà nello sport come un limite personale. Quando giocava a calcio, correva o partecipava alle attività dei coetanei, si sentiva molto più affaticato degli altri.

«Sono cresciuto con la convinzione di essere scarso», ha raccontato. Il fiato mancava presto e, qualche volta, comparivano fitte al torace: era necessario fermarsi, aspettare e soltanto dopo ripartire.

La svolta è arrivata durante un campo estivo, quando si è sentito male. Un elettrocardiogramma ha evidenziato un’anomalia, dando avvio agli approfondimenti che hanno portato alla diagnosi di ipertensione polmonare.

Era il 2013 e Michele frequentava la prima media. La notizia ha disorientato lui e i genitori, ma ha anche dato un significato a quella fatica che fino ad allora non riuscivano a spiegare.

«Abbiamo dato finalmente un nome a tutta quella fatica che io facevo ogni volta che dovevo fare qualche sforzo», ha ricordato.

Quasi dieci anni di terapia e una quotidianità da adattare

Seguito all’ospedale di Padova, Michele ha iniziato una terapia farmacologica con vasodilatatori, rimodulata più volte durante la crescita.

Le cure gli hanno consentito di affrontare gli anni della scuola e di mantenere una parte delle proprie attività. Anche l’esercizio fisico, nei limiti delle sue condizioni, ha continuato a trovare spazio nella quotidianità: fino a poco prima del trapianto riusciva ad andare in palestra, svolgendo esercizi moderati.

Un equilibrio durato quasi dieci anni, che gli ha permesso di studiare, completare la laurea triennale e cominciare a lavorare.

Il peggioramento: anche portare la spesa diventava insostenibile

Alla soglia dei vent’anni, la situazione è cambiata rapidamente. Inizialmente Michele ha cercato di ridimensionare i sintomi, attribuendo la maggiore stanchezza anche alla sedentarietà del periodo successivo al Covid.

Poi sono aumentate le sincopi, gli svenimenti improvvisi. Portare i sacchi della spesa o spostare una valigia era diventato insostenibile.

Il peggioramento si è concentrato in circa quattro mesi, un intervallo brevissimo rispetto agli anni trascorsi a gestire la malattia.

«Come se il mondo mi fosse crollato addosso»

Quando i medici gli hanno indicato il trapianto di entrambi i polmoni come unica possibilità, Michele si trovava all’inizio di una nuova fase della vita.

Aveva terminato l’università e appena iniziato a lavorare. Si aspettava opportunità e progetti, mentre il suo corpo gli imponeva di fermarsi.

«È una notizia che spiazza, come se il mondo mi fosse crollato addosso», ha raccontato. «Ho dovuto mettere tutto in pausa».

Con il tempo, però, quella prospettiva ha assunto anche un altro significato: una possibilità concreta di cambiare la situazione, dopo il progressivo aggravamento della malattia.

Due mesi in lista, con il telefono sempre acceso

La chiamata è arrivata circa due mesi dopo l’inserimento in lista. Un’attesa relativamente breve, ma vissuta senza sapere quando sarebbe terminata.

«Finché non arriva la chiamata non lo sai che sono solo due mesi», ha osservato Michele, descrivendo una quotidianità sospesa, con il telefono sempre acceso e il timore che il tempo disponibile non fosse sufficiente.

La famiglia gli è rimasta accanto, organizzandosi perché ci fosse sempre qualcuno pronto ad accompagnarlo in ospedale. Durante l’intervista Michele ha ricordato anche il lavoro dei medici per ottimizzare i tempi una volta disponibili gli organi.

Oltre cento giorni in ospedale e la riabilitazione

Il trapianto è stato seguito da un percorso più lungo e difficile di quanto Michele si aspettasse. Nel suo caso, ha spiegato, l’ipotesi iniziale era un ricovero di circa 28 giorni, tra terapia intensiva e reparto.

Le complicazioni hanno invece prolungato la permanenza in ospedale oltre i cento giorni. Il risveglio è stato difficile e il periodo in rianimazione si è allungato.

«Ho imparato a parlare perché con la tracheostomia non parlavo più, ho imparato di nuovo a mangiare, ho imparato di nuovo a camminare», ha raccontato.

La ripresa ha richiesto tempo, assistenza e controlli. Prima delle dimissioni, ogni passaggio doveva essere affrontato con attenzione, per verificare che potesse tornare a casa nelle condizioni adeguate.

La nuova vita, dalla palestra alle uscite con gli amici

Oggi Michele descrive una quotidianità profondamente diversa. Restano i farmaci antirigetto, i controlli e le precauzioni necessarie, ma molte delle limitazioni che segnavano la sua vita prima dell’intervento hanno lasciato spazio a nuove possibilità.

È tornato in palestra e svolge più attività. Anche la vita sociale è cambiata: camminate, passeggiate e occasioni alle quali prima doveva rinunciare sono diventate esperienze da condividere.

«Adesso riesco a partecipare e mi diverto anche molto», ha detto. Il trapianto, nel suo racconto, ha rappresentato una vita salvata e una quotidianità ritrovata.

Nelle scuole con AIDO per diffondere la cultura del dono

Da questa esperienza è nato il desiderio di incontrare gli studenti. Michele collabora con AIDO e partecipa a iniziative dedicate alla cultura della donazione, rivolte soprattutto ai ragazzi delle classi quinte delle scuole superiori.

Durante la puntata ha citato le attività con Città del Dono e AIDO Veneto, il progetto “Giovani Ambasciatori del Dono” e il successivo percorso “Generazioni”.

L’obiettivo è coinvolgere gli studenti anche in modo attivo, formando ragazzi che possano diventare referenti e portavoce del messaggio nelle altre classi.

Michele fa parte di un gruppo di circa quindici testimoni, tutti sotto i 35 anni. Una vicinanza generazionale che, secondo la sua esperienza, aiuta gli studenti a riconoscersi nelle persone che hanno davanti e a comprendere il significato concreto della donazione.

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