È morto Alex Zanardi: addio al campione paralimpico
È morto Alex Zanardi, ex pilota di Formula 1 e campione paralimpico, protagonista tra motorsport e handbike.
Alex Zanardi se n’è andato a 59 anni, dopo una vita che ha attraversato la velocità, il dolore, la gloria sportiva e una lunga battaglia vissuta lontano dai riflettori. La notizia della scomparsa è stata comunicata dalla famiglia il 2 maggio 2026: il campione si è spento nella serata del 1° maggio, circondato dall’affetto dei suoi cari. Nato a Bologna il 23 ottobre 1966, avrebbe compiuto 60 anni in autunno.
La morte di Alessandro Zanardi, per tutti Alex, chiude una delle storie più intense dello sport italiano contemporaneo. Ex pilota di Formula 1, due volte campione nella serie americana CART, poi protagonista assoluto del paraciclismo internazionale, Zanardi era diventato nel tempo molto più di un atleta: un riferimento umano, un volto capace di raccontare la forza della ripartenza senza retorica e senza scorciatoie.
Il suo nome resta legato a due vite sportive diverse eppure unite dalla stessa energia. La prima vissuta tra kart, monoposto, Formula 3000, Formula 1 e corse americane. La seconda costruita dopo il gravissimo incidente del 2001, quando perse entrambe le gambe al Lausitzring, e trasformata in una nuova stagione di successi con la handbike.
La storia di Zanardi comincia a Bologna, ma cresce soprattutto a Castel Maggiore, in una famiglia semplice: la madre Anna lavorava come sarta, il padre Dino come idraulico. In quella provincia emiliana, dove i motori fanno parte del paesaggio culturale prima ancora che sportivo, Alex sviluppò presto un’attrazione istintiva per le corse.
Non fu una passione facile da accettare in casa. La famiglia aveva conosciuto un dolore profondo con la morte della sorella maggiore Cristina, scomparsa nel 1979 in un incidente d’auto. Eppure, per Alex, il richiamo della velocità diventò presto una direzione precisa. A quattordici anni ricevette dal padre il primo kart: non un mezzo da campione già costruito, ma l’inizio concreto di un percorso fatto di officina, sacrifici, gare locali e risultati conquistati con pochi mezzi.
Il debutto agonistico arrivò all’inizio degli anni Ottanta, prima con le corse in kart e poi con la partecipazione al campionato nazionale nella categoria 100cc. Il padre lo seguiva anche come meccanico, simbolo di una carriera nata senza grandi risorse ma con una determinazione già evidente.
Nel 1988 il passaggio alla Formula 3 italiana, al volante di una Dallara-Alfa Romeo, segnò una tappa decisiva. Furono anni di crescita, difficoltà e primi successi, fino all’approdo in Formula 3000 nel 1991. Da lì si aprirono le porte dei test con una monoposto Footwork Arrows e, nello stesso anno, il debutto in Formula 1 con la Jordan al Gran Premio di Spagna, quando sostituì Roberto Moreno nelle ultime gare della stagione.
La carriera in Formula 1 proseguì con Minardi nel 1992, quindi con Lotus nel 1993 e 1994. Il miglior risultato nella massima serie fu un sesto posto con la Lotus nel 1993; complessivamente Zanardi prese parte a 44 Gran Premi, con 41 partenze effettive. Dopo una fase senza contratto nel 1995, trovò negli Stati Uniti il terreno ideale per esprimere il suo talento.
Nel campionato CART, antenato dell’attuale IndyCar, Zanardi divenne rapidamente un protagonista. Il debutto americano nel 1996 fu seguito da due titoli consecutivi, conquistati nel 1997 e nel 1998, anni in cui il pilota italiano costruì una reputazione di talento spettacolare, aggressivo e creativo. BMW ricorda quella fase come il periodo dei suoi primi grandi successi negli Stati Uniti, prima del ritorno in Formula 1 e poi della nuova avventura nelle corse americane.
Nel 1999 rientrò in Formula 1 con la Williams, ma la stagione fu complicata e non aprì il ciclo sperato. Zanardi tornò così negli Stati Uniti, dove nel 2001 riprese il cammino nella CART. Quell’anno, però, avrebbe cambiato per sempre la sua vita.
Il 15 settembre 2001, sul circuito tedesco del Lausitzring, Zanardi fu protagonista di un incidente devastante durante una gara CART. Dopo una rimonta costruita giro dopo giro, mentre era nelle posizioni di vertice, la sua monoposto perse il controllo dopo una sosta ai box e attraversò la pista. L’impatto con la vettura di Alex Tagliani fu violentissimo.
Le conseguenze furono drammatiche: Zanardi sopravvisse in condizioni disperate, affrontò interventi chirurgici complessi e subì la doppia amputazione delle gambe. La sua carriera, almeno secondo ogni logica ordinaria, sembrava finita. Ma proprio da quel punto cominciò la parte più sorprendente della sua storia.
Nel 2003, a meno di due anni dall’incidente, Zanardi tornò sullo stesso circuito tedesco per completare simbolicamente i tredici giri che non aveva potuto concludere nel 2001. Lo fece con una vettura modificata, adattata alle sue nuove condizioni fisiche. Fu un gesto sportivo, ma anche un messaggio pubblico: la sua identità non era stata cancellata dall’incidente.
Negli anni successivi continuò a correre nel turismo, con esperienze tra Gran Turismo e WTCC, dimostrando che il rapporto con la velocità non era terminato. L’International Paralympic Committee ricorda anche il suo ritorno alle competizioni automobilistiche con BMW e le vittorie ottenute nel Mondiale turismo dopo l’incidente.
Il passaggio alla handbike non fu una parentesi, ma una vera rifondazione sportiva. Zanardi iniziò a misurarsi con il paraciclismo fino a diventare uno degli atleti più riconoscibili al mondo. Il primo segnale arrivò nel 2007 alla maratona di New York, chiusa con un piazzamento sorprendente. Da lì cominciò una progressione continua: titoli italiani, podi mondiali, successi su strada e una capacità agonistica rimasta intatta.
Nel 2011 vinse la maratona di New York nella sua categoria, poi si impose anche a Roma. Nel frattempo cresceva la sua competitività internazionale, fino all’appuntamento che avrebbe consacrato definitivamente la seconda carriera: i Giochi paralimpici di Londra 2012.
A Londra 2012 Zanardi conquistò due medaglie d’oro, nella cronometro e nella prova su strada, più un argento nella staffetta mista. Quattro anni dopo, a Rio 2016, aggiunse altri due ori e un argento, confermandosi tra i grandi interpreti mondiali del paraciclismo. Il bilancio paralimpico complessivo è di quattro ori e due argenti, oltre a successi mondiali e internazionali che ne hanno consolidato il mito sportivo.
La forza di Zanardi non fu solo nella quantità dei risultati, ma nel modo in cui arrivarono. A cinquant’anni era ancora capace di competere ai massimi livelli, reinventando il proprio corpo, il proprio allenamento e perfino il proprio rapporto con la fatica. La sua immagine con la handbike sollevata dopo la vittoria a Londra è diventata una delle fotografie più riconoscibili dello sport paralimpico moderno.
Il 19 giugno 2020, durante una staffetta benefica in handbike legata a Obiettivo Tricolore, Zanardi rimase coinvolto in un nuovo gravissimo incidente nei pressi di Pienza, lungo la Statale 146. Perse il controllo del mezzo e si scontrò con un camion che procedeva in senso opposto. Trasportato d’urgenza al policlinico Le Scotte di Siena, fu sottoposto a un delicato intervento neurochirurgico e maxillo-facciale.
Le sue condizioni apparvero immediatamente molto gravi. Dopo il ricovero in terapia intensiva, ulteriori interventi e il trasferimento in un centro specializzato di Lecco, nuove complicazioni portarono a un successivo ricovero al San Raffaele di Milano. Nel novembre 2020 fu trasferito all’Azienda Ospedaliera di Padova, dove nel gennaio 2021 riacquistò la coscienza.
Nel dicembre 2021 Zanardi riuscì a tornare a casa, al fianco della moglie Daniela e del figlio Niccolò, dopo un percorso ospedaliero lungo e complesso. La famiglia aveva raccontato quel rientro come un passaggio importante, pur nella consapevolezza di una riabilitazione ancora difficile e di condizioni da seguire con estrema attenzione.
Da quel momento, la vita di Alex si è svolta quasi interamente lontano dalla scena pubblica. Il silenzio mediatico degli ultimi anni non ha cancellato l’affetto di chi lo aveva seguito come pilota, atleta paralimpico e uomo capace di parlare al Paese senza proclami. La famiglia, nell’annunciare la scomparsa, ha chiesto rispetto per il proprio dolore e per la privacy in questo momento di lutto.
Alex Zanardi lascia un’eredità che supera il perimetro dello sport. È stato pilota, campione, atleta paralimpico, comunicatore naturale, volto pubblico della disabilità vissuta senza compatimento e senza concessioni alla retorica. Ha attraversato la Formula 1, dominato in America, ricominciato dopo un incidente che avrebbe spezzato chiunque, poi ha trovato nella handbike una seconda grande carriera.
La sua storia resta quella di un uomo che non ha negato il dolore, ma lo ha trasformato in movimento. Non una favola semplice, non un racconto lineare, ma una vita segnata da talento, tragedie, ripartenze e risultati straordinari. Per questo l’Italia oggi piange non solo un campione, ma una figura capace di cambiare il modo in cui si guarda alla forza, alla fragilità e alla possibilità di ricominciare.