A Padova i modelli 3D rendono più personalizzata la cura degli aneurismi dell’aorta

Tre procedure recenti riportano l’attenzione sul percorso dell’Azienda Ospedale-Università: l’immagine tridimensionale serve a pianificare casi complessi, non sostituisce diagnosi, controlli e valutazione specialistica.

05 ottobre 2026 17:15
A Padova i modelli 3D rendono più personalizzata la cura degli aneurismi dell’aorta -
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PADOVA – Un modello tridimensionale dell’aorta non è una scorciatoia tecnologica né una protesi pronta da impiantare. È una ricostruzione dell’anatomia di una singola persona, ottenuta dalle immagini diagnostiche e usata per studiare prima della procedura i punti più delicati: il diametro del vaso, le curve dell’aorta, l’origine dei rami che portano sangue agli organi, lo spazio disponibile per un’endoprotesi e le possibili vie di accesso.

È questo il cambiamento concreto dietro ai tre interventi innovativi sugli aneurismi aortici comunicati il 5 ottobre dall’Università di Padova. Il dato da non semplificare è che la tecnologia non trasforma ogni aneurisma in un caso da trattare senza chirurgia aperta. Rafforza invece la pianificazione dei casi selezionati, soprattutto quando l’anatomia è complessa e una decisione presa solo davanti alle immagini bidimensionali può richiedere più passaggi e maggiori margini di incertezza.

Per il Veneto, dove Padova è uno dei poli di riferimento della chirurgia vascolare ed endovascolare, l’interesse va oltre il primato del giorno. La novità racconta come sta cambiando il lavoro prima della sala operatoria: diagnosi per immagini, misurazioni digitali, simulazione e discussione multidisciplinare diventano parte della cura. Per pazienti e famiglie significa soprattutto una cosa: capire che il percorso non parte dal dispositivo, ma da una valutazione specialistica che stabilisce se osservare, seguire nel tempo o intervenire.

Che cosa fa davvero un modello 3D

Un aneurisma è una dilatazione patologica di un’arteria. Nel caso dell’aorta, il vaso principale che porta il sangue dal cuore al resto del corpo, sede e forma fanno una differenza sostanziale. Un aneurisma addominale non è uguale a uno toracico; una lesione lontana dai rami viscerali pone problemi diversi da una vicina alle arterie dirette a reni, intestino o cervello. Per questo non esiste una misura tecnologica valida indistintamente per tutti.

Il modello 3D parte di norma da esami come l’angio-TC. I dati vengono segmentati per isolare aorta e rami, poi tradotti in una ricostruzione digitale o fisica. Questo consente all’équipe di ruotare l’anatomia, misurare lunghezze e angoli, valutare dove una endoprotesi possa aderire e anticipare la posizione delle sue aperture o diramazioni. Nella letteratura scientifica dell’Università di Padova sul progetto dedicato alla stampa 3D e alle patologie aortiche, i modelli sono indicati come supporto alla pianificazione e alla simulazione sia degli interventi aperti sia di quelli endovascolari, oltre che alla comunicazione con il paziente.

Il vantaggio pratico non è “vedere meglio” in senso generico. È provare a ridurre l’incertezza su una geometria individuale prima che cateteri e protesi vengano introdotti nel corpo. In un’anatomia favorevole il trattamento può essere più lineare; in una complessa il modello aiuta a valutare se il percorso meno invasivo sia possibile, quale dispositivo sia compatibile e quali rami debbano restare perfusi. Se non ci sono condizioni di sicurezza, la pianificazione accurata serve anche a riconoscerlo per tempo.

Il punto di svolta è la pianificazione, non l’idea di “operare senza aprire”

La chirurgia endovascolare tratta alcuni aneurismi raggiungendo l’aorta attraverso i vasi sanguigni, generalmente da accessi periferici, e rilasciando una endoprotesi che esclude il tratto dilatato dal flusso. Non richiede necessariamente l’apertura del torace o dell’addome, ma è pur sempre una procedura specialistica che richiede imaging, sala attrezzata, dispositivi adeguati e controlli successivi. Descriverla come un’alternativa automatica alla chirurgia tradizionale sarebbe fuorviante.

La Clinica di Chirurgia vascolare ed endovascolare dell’Università di Padova dichiara di seguire circa 1.200 pazienti all’anno e di trattare aneurismi dell’aorta addominale, toracica discendente e toraco-addominale. Tra le procedure riportate figurano endoprotesi per aneurismi addominali e dispositivi fenestrati, branched o personalizzati per anatomie più complesse. Sono proprio queste parole – fenestrato, branched, custom – a spiegare perché una ricostruzione 3D può essere utile: la protesi deve lavorare rispettando rami e conformazione dell’aorta reale, non di un disegno standard.

Il centro padovano partecipa inoltre a registri e collaborazioni dedicati ai trattamenti aortici, dal registro triveneto per la riparazione dell’aneurisma addominale fino a progetti con altri ospedali italiani. Non è una garanzia che ogni caso sia candidabile alla stessa tecnica, ma documenta un’attività strutturata in cui la scelta non dipende da un singolo strumento. Età, condizioni cliniche, diametro e sede dell’aneurisma, qualità dei vasi di accesso, precedenti interventi e necessità di proteggere rami importanti entrano tutti nella decisione.

Perché i casi complessi richiedono una cura su misura

Nell’aorta addominale semplice, in presenza delle condizioni anatomiche previste dalle istruzioni dei dispositivi, la pianificazione può seguire percorsi consolidati. La complessità cresce quando la dilatazione è vicina alle arterie renali o coinvolge segmenti da cui originano vasi per intestino e altri organi; cresce ancora nelle patologie toraciche e toraco-addominali. In queste situazioni, coprire un ramo senza una strategia può essere pericoloso, mentre preservarlo richiede soluzioni e valutazioni dedicate.

Le linee di indirizzo dell’Istituto superiore di sanità ricordano che la cura della patologia aneurismatica deve essere adattata alle caratteristiche cliniche, alle comorbidità e al rapporto tra rischi, benefici e costi delle procedure. L’aggiornamento nazionale sulla prevenzione, diagnosi e trattamento degli aneurismi addominali e aorto-iliaci include espressamente anche le forme juxta- e pararenali, cioè quelle più impegnative dal punto di vista anatomico. Il messaggio è rilevante: l’innovazione serve a personalizzare una scelta clinica, non a sostituirla con una formula uguale per tutti.

Per residenti e imprese sanitarie del territorio questa evoluzione può avere due effetti. Da un lato concentra competenze, imaging e tecnologie in centri in grado di gestire procedure avanzate; dall’altro richiede un collegamento ordinato con medici di medicina generale, specialisti ambulatoriali e ospedali che intercettano il problema. L’alta specializzazione funziona bene solo se il passaggio dal sospetto alla presa in carico è chiaro e se il controllo dopo l’intervento non viene perso.

Diagnosi e sorveglianza: il cambiamento che riguarda più persone

Il dibattito sui modelli 3D rischia di far dimenticare il passaggio più comune e più utile: individuare correttamente chi ha bisogno di un esame e seguire nel tempo gli aneurismi che non richiedono un trattamento immediato. Molti aneurismi dell’aorta addominale non danno sintomi e possono essere scoperti durante accertamenti eseguiti per altre ragioni. La scelta di intervenire non dipende dall’ansia generata dalla parola aneurisma, ma dall’insieme di dimensioni, crescita, forma e condizioni della persona.

Nel giugno 2026 l’ISS ha pubblicato una raccomandazione di buona pratica sull’appropriatezza dell’ecocolorDoppler per identificare e sorvegliare l’aneurisma dell’aorta addominale. Il documento, elaborato con società scientifiche e professionisti, indica l’ecocolorDoppler dei grossi vasi addominali come esame di primo livello per persone con sospetto o rischio di aneurisma. È un punto importante anche per le liste d’attesa: l’obiettivo non è moltiplicare gli esami in modo indiscriminato, ma prescrivere quello corretto alla persona corretta e attivare il percorso tempestivamente quando serve.

Un esame di primo livello non equivale a una diagnosi operativa né alla prenotazione di un intervento. Se emerge un reperto, il medico stabilisce se occorrano approfondimenti con angio-TC o altre indagini, quale specialista coinvolgere e con quale cadenza controllare. La ricostruzione 3D entra molto più avanti, quando la diagnosi e l’eventuale indicazione terapeutica rendono utile una pianificazione dettagliata.

Che cosa cambia per chi è già seguito e per chi ha familiarità

Chi ha un aneurisma già noto non dovrebbe interpretare la notizia di Padova come motivo per saltare controlli, anticipare autonomamente richieste o cercare un dispositivo specifico. Il dato utile è un altro: oggi i centri che trattano patologie aortiche complesse dispongono di strumenti aggiuntivi per discutere il caso in modo personalizzato. La domanda da portare alla visita non è “posso avere il modello 3D?”, ma quale sia il piano di sorveglianza, quali esami servano e perché una certa strategia sia preferibile nel proprio quadro clinico.

Anche chi riferisce familiarità per aneurismi o ha fattori di rischio cardiovascolare non deve autodiagnosticarsi. Il punto di ingresso resta il medico curante, che valuta storia clinica e indicazione all’accertamento. Questo approccio è coerente con la raccomandazione ISS, costruita proprio per orientare la prescrizione dell’ecocolorDoppler e limitare sia i ritardi sia gli esami senza utilità clinica.

La novità padovana, quindi, non è un annuncio di tecnologia fine a sé stessa. Segnala un percorso in cui la cura degli aneurismi più difficili tende a spostarsi sempre prima: dalla sala operatoria alla pianificazione, dalle misure standard alla geometria di una singola aorta. Per il Veneto significa disporre di una competenza locale che integra chirurgia vascolare, imaging e progettazione dei dispositivi; per i pazienti, il risultato più concreto resta una valutazione più informata, con l’obiettivo di scegliere il trattamento meno invasivo soltanto quando è anche quello appropriato e sicuro.

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