Palude di Cima Corso: il luogo dove il Friuli ha deciso di non prosciugare tutto

Dentro una torbiera d’alta quota il Friuli ha scelto di salvare l’acqua invece di cancellarla. Cosa rivela oggi la palude di Cima Corso sul rapporto tra montagna, clima e scelte umane.

04 febbraio 2026 18:00
Palude di Cima Corso: il luogo dove il Friuli ha deciso di non prosciugare tutto - Foto: Anne-Marie Dufour/Wikipedia
Foto: Anne-Marie Dufour/Wikipedia
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Un catino d’acqua rimasto in piedi dove tutto intorno è stato svuotato

Se guardi una carta fisica del Friuli, la prima cosa che colpisce è l’abbondanza: piogge tra le più alte d’Italia, fiumi che scendono in fretta dalle Carniche, una pianura di risorgive dove l’acqua riemerge quasi per ostinazione. Eppure la più estesa zona paludosa di montagna della regione occupa appena sette ettari e mezzo, poco più di un fazzoletto verde incastrato tra il monte Tinisa e la dorsale Corno–Jôf, sopra Ampezzo.

La palude di Cima Corso esiste perché, a un certo punto, qualcuno ha smesso di fare quello che per secoli era stato il riflesso naturale delle comunità alpine: drenare, bonificare, trasformare acqua ferma in prato o pascolo. Il catino lasciato da un lago post-glaciale, invecchiato fino a ridursi a un occhio d’acqua libero, avrebbe potuto essere colmato definitivamente da scoli e canali; invece è stato dichiarato biotopo naturale regionale nel 1998, dentro un’Europa che chiedeva agli Stati di proteggere gli ultimi frammenti di habitat rari.

Capire questa scelta, in un territorio dove “mettere a frutto” l’acqua è stato per secoli un dovere morale, significa leggere la palude non come cartolina naturalistica ma come un cambio di paradigma: un luogo dove la montagna friulana ha deciso di non intervenire fino in fondo.

Una conca che racconta l’ultima glaciazione

La palude di Cima Corso è letteralmente seduta nella conca di un antico lago post-glaciale, alimentato solo dalle precipitazioni e poi trasformato, millimetro dopo millimetro, in torbiera. A ricordare l’origine lacustre resta un piccolo specchio d’acqua libero, spostato verso ovest, quasi un pupillo scuro al centro di un iride verde di carici, sfagni e canneti.

Per il lettore abituato a un’idea “cartolina” delle Alpi, questo dettaglio cambia la prospettiva: la montagna qui non è solo pietra, ma anche sedimento, materia organica che si accumula, acqua che decide di rimanere invece di scorrere via. In un Friuli montano dove la combinazione di rocce permeabili e forti pendenze ha fatto sì che quasi tutte le zone umide fossero cancellate o mai nate, questo piccolo cratere d’acqua trattenuta è un’eccezione geografica prima ancora che ecologica.

Domande come “perché esiste proprio qui?” trovano risposta non in una leggenda, ma in una lentezza geologica: il ritiro del ghiaccio, una conca che trattiene, nessun corso d’acqua che scava via tutto, e soprattutto nessun intervento massiccio a prosciugare.

Un paesaggio che smentisce il cliché della “natura incontaminata”

Chi arriva a Cima Corso lungo il sentiero nel bosco trova panchine, punti di osservazione, passerelle che ti portano fino ai margini dell’occhio d’acqua. È una scena che può ingannare: sedute di legno, cartellonistica, il tipico allestimento “educativo” delle aree protette. Ma quello che stai guardando non è un giardino progettato: è un ecosistema in pieno invecchiamento naturale, dove il lago sta lentamente scomparendo sotto il proprio tappeto di resti vegetali.

Capire che questa trasformazione non è un degrado, ma un processo normale di una torbiera, aiuta a leggere con meno ansia anche altri cambiamenti del paesaggio alpino: non tutto quello che si modifica è necessariamente un “problema” da correggere.

La memoria chimica del clima che cambia

Le torbiere sono archivi di lungo periodo: strati di materia vegetale che si accumulano senza decomporsi del tutto, intrappolando pollini, semi, carbonio, tracce di eventi estremi. Cima Corso, con i suoi aggallati torbosi galleggianti e i cumuli di sfagni che emergono dall’acqua, è un manuale aperto su migliaia di anni di clima alpino.

Per un lettore di oggi, che sente parlare di crisi climatica in termini astratti, il valore di un luogo del genere sta proprio qui: la palude conserva la memoria materiale di come la montagna ha reagito in passato a fasi più calde o più piovose, e offre agli studiosi dati per capire quanto rapide e inedite siano le trasformazioni attuali. Se questo catino fosse stato prosciugato nell’Ottocento per ricavare fieno o pascoli, quel pezzo di memoria sarebbe semplicemente sparito.

Un serbatoio di acqua lenta in un tempo di acqua estrema

C’è poi un elemento più immediato: trattenere acqua in quota significa avere un cuscinetto contro le estremizzazioni. In anni di precipitazioni violente e periodi secchi prolungati, una torbiera oligotrofa che funziona come spugna, assorbendo e rilasciando lentamente l’acqua, ha un ruolo che va ben oltre i confini del biotopo.

Per i paesi a valle, anche se nessuno lo vede nella quotidianità, questo micro-bacino contribuisce a modulare deflussi, mantenere umidità locale, offrire habitat a anfibi e insetti che a loro volta tengono in equilibrio catene alimentari più ampie. Se non ci fosse, il paesaggio sarebbe più povero non solo di “specie rare”, ma di funzioni ecologiche che oggi, con un clima instabile, diventano improvvisamente centrali.

La rana che dice “qui l’uomo si è fermato (per ora)”

Dentro lo stagno e tra i canneti di Cima Corso vive una comunità di anfibi sorprendentemente ricca per una superficie così piccola: tritoni alpini e comuni, salamandra nera, rana temporaria, rospo comune. Ma è la presenza di rana lessonae, specie che tende facilmente a ibridarsi con la più diffusa rana ridibunda, a raccontare qualcosa di interessante: qui, almeno finora, la pressione umana è stata abbastanza bassa da evitare la “diluizione genetica” tipica delle zone umide molto frequentate o modificate.

Perché dovrebbe importare a chi non è erpetologo? Perché sapere che esiste ancora un luogo dove una specie delicata mantiene la propria identità aiuta a capire che l’“impatto antropico” non è un concetto astratto: vuol dire rumori, drenaggi, inquinanti, presenza di pesci introdotti, tutti elementi che altrove hanno già cambiato per sempre la composizione della fauna. Cima Corso non è un santuario intatto, ma un caso in cui una comunità ha — anche solo per mancanza di convenienza economica — scelto di non violentare del tutto un ambiente fragile.

Orchidee e carici: la rarità come criterio politico

La flora del biotopo è un catalogo di eccezioni: la rarissima orchidea Liparis loeselii, associata a torbiere oligotrofe, convive con specie come Sparganium minimum e carici specializzati (Carex diandra, Carex appropinquata) che in Friuli hanno pochissime stazioni confermate. In mezzo, una trama di associazioni vegetali che gli ecologi descrivono con nomi tecnici (Caricetum diandrae, Caricetum appropinquatae, Sphagnetum, Trichophoretum alpini, Juncetum alpini), ma che per un escursionista si traduce in una cosa semplice: piante che non vedrà altrove, nemmeno risalendo altri valloni carnici.

La vera domanda, però, non è “quali specie ci sono?”, ma “perché abbiamo deciso di proteggerle qui e non altrove?”. La risposta sta nel fatto che, data la scarsità di laghi naturali e torbiere in regione, ogni formazione vegetale adattata a un ambiente permanentemente imbevuto e poverissimo di nutrienti è diventata un argomento politico per ottenere tutele e fondi europei. Se la palude non esistesse, o fosse stata trasformata in pascolo, questa leva semplicemente non ci sarebbe stata.

Quando Bruxelles arriva in una palude di 7 ettari

Nel 1998, Cima Corso entra nel lessico burocratico come “biotopo naturale regionale”, classificata anche come Sito di Importanza Nazionale e zona umida di rilievo. È una data che dice molto del cambio di sensibilità: negli stessi anni, il Progetto Bioitaly e la Direttiva Habitat spingono l’Italia a mappare e proteggere gli habitat rari, inserendoli in una rete di siti che devono dialogare tra loro.

Per il lettore friulano, abituato a pensare i luoghi soprattutto in termini comunali o provinciali, questo significa una cosa concreta: la palude di Cima Corso non appartiene più solo ad Ampezzo, ma a una geografia politica più ampia, dove le decisioni sulla sua gestione passano anche per uffici che stanno a Trieste e, indirettamente, a Bruxelles. Il gestore formale è la Regione, attraverso il servizio che si occupa di ambienti naturali, fauna e Corpo forestale: un pezzo di amministrazione che qui si materializza in passerelle, pannelli, monitoraggi.

Vaia come promemoria che “protetto” non vuol dire immobile

Nel 2018, la tempesta Vaia devasta boschi in tutto l’arco alpino e colpisce anche l’area del biotopo. Per chi frequenta Cima Corso, questo si traduce in alberi abbattuti, versanti scoperti, una percezione di vulnerabilità nuova: l’idea stessa di area protetta viene messa in discussione, perché diventa chiaro che nessun decreto regionale può fermare un evento estremo.

Il fatto che nel 2019 il centro visite risulti “non utilizzato” in alcune segnalazioni rivela una stanchezza amministrativa, un dopo-progetto in cui l’impulso iniziale (fondi europei, apertura, visite guidate) si scontra con la difficoltà di mantenere vivo nel tempo un presidio piccolo, decentrato, non immediatamente “redditizio” in termini turistici. Per chi vive in zona, la domanda implicita è: quanto a lungo vogliamo (e possiamo) continuare a presidiare questi luoghi? E cosa succede se il presidio viene meno, anche solo in termini di manutenzione delle strutture e di presenza umana competente?

Palude di Cima Corso e Nord-Est: cosa dice di noi

Un Nord-Est che ha prosciugato quasi tutto, e poi ha iniziato a ripensarci

Friuli, Veneto e Trentino-Alto Adige hanno una lunga storia di conflitto con l’acqua stagnante: bonifiche in pianura, canalizzazioni, rettifiche di fiumi, laghi interrati per ricavare campi. Cima Corso, con i suoi 7,5 ettari di torbiera sopravvissuta, è un contrappunto silenzioso a questa traiettoria: non racconta un Nord-Est idilliaco e conservatore, ma un territorio che a un certo punto ha iniziato a differenziare il proprio rapporto con l’acqua, distinguendo tra ciò che “va regolato” e ciò che “va lasciato andare”.

Per il lettore urbano che arriva da Udine, Pordenone o Venezia, visitare questo biotopo significa confrontarsi con una scelta che riguarda anche le città: quanto spazio siamo disposti a lasciare all’acqua lenta, agli spazi che non hanno una funzione immediatamente riconoscibile, ma che intanto assorbono, bilanciano, custodiscono? Se Cima Corso non ci fosse, sarebbe più facile pensare che la montagna può essere solo pista, pista forestale, bacino idroelettrico, impianto sportivo.

Perché capirla oggi è utile, non solo “interessante”

Capire Cima Corso serve a chi vive nel Nord-Est per almeno tre ragioni: racconta una memoria climatica in un’epoca di crisi, mostra come le scelte amministrative possano cambiare il destino di un luogo marginale, e mette a nudo la nostra idea di “natura utile”. Non è un posto “bello da vedere” e basta, ma un laboratorio in scala ridotta dove leggere tensioni più grandi: tra conservazione e abbandono, tra valorizzazione didattica e fatica di gestione, tra desiderio di wilderness e inevitabile impronta umana.

Per un abitante locale, la domanda forse più onesta è: se domani la palude fosse colmata o degradata, cosa andrebbe perso davvero nella propria vita quotidiana? Non un sentiero in più o in meno, ma un pezzo di alfabeto ecologico con cui leggere il territorio. In un Nord-Est che fatica a darsi tempo, Cima Corso rimane uno dei pochi luoghi dove l’acqua continua, ostinatamente, a rallentare.

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