Pordenone, il mondo negli scatti di Gianni Pignat: una mostra mozzafiato

A Pordenone la mostra di Gianni Pignat con 80 fotografie dal mondo, dal 28 marzo al 9 maggio alla Galleria Sagittaria.

25 marzo 2026 11:29
Pordenone, il mondo negli scatti di Gianni Pignat: una mostra mozzafiato -
Condividi

PORDENONE – Un tour straordinario che ci invita ad avere consapevolezza dei caratteri peculiari e originali dell’uomo considerato a ogni latitudine del pianeta: dall’Afghanistan a Beirut, da New York all’Etiopia, dal Bangladesh alla Colombia, da Cuba al Borneo, dalla Russia al Venezuela. Un “Giro del mondo in 80 fotografie” che, nella mostra visitabile alla Galleria Sagittaria di Pordenone da sabato 28 marzo, presenterà al pubblico un’ampia selezione delle opere di Gianni Pignat, il noto fotografo di viaggio che ha allestito la sua prima camera oscura a 16 anni e da allora ha girato il mondo, privilegiando nei suoi viaggi la frequentazione di popolazioni indigene: dai pigmei del Camerun alle tribù nomadi tuareg dell’Africa subsahariana, dagli yanomami dell’Amazzonia ai dayaki del Borneo, dai dani della Nuova Guinea agli aborigeni australiani. Popoli dai quali ha appreso molte cose, imparando come muoversi in zone ostili e come attrezzarsi per produrre oggetti e utensili con strumenti molto primitivi. Appuntamento quindi sabato prossimo, alle 17.30 nella Galleria Sagittaria, per l’inaugurazione del percorso espositivo, alla presenza del foto-artista Gianni Pignat, del curatore della mostra – il critico d’arte Angelo Bertani – e del presidente del Centro Iniziative Culturali Pordenone Fulvio Dell’Agnese, coordinatore della mostra: la numero 514, visitabile fino al 9 maggio gratuitamente dal lunedì al sabato dalle 9.00 alle 19.00, chiuso il 3, 4, 6 e 25 aprile e 1 maggio. Catalogo in galleria, su richiesta visite guidate per le scuole e gruppi. Info e dettagli: Centro Iniziative Culturali Pordenone / Tel. 04341751570 / [email protected] www.centroculturapordenone.it

Osserva Fulvio Dell’Agnese che «la fotografia di Gianni Pignat è realizzata da un occhio fuori dal comune, che riesce a intrattenere simile dialogo di sguardi con un branco di iene maculate al calar della notte in Etiopia e, in una New York dei primi anni Settanta, con un bassottino intirizzito nel gelo climatizzato di un supermarket. È una fotografia che rasenta il fiabesco quando ci racconta di maestose figure di pastori in Afghanistan, o quando in Africa ci porta al cospetto del re di Bamikelè con la sua corte, sospeso in un’atmosfera quasi felliniana. Ma bastano la trama di suture craniche in un ossario, in Cambogia, o gli esili recinti funerari di un’isola-Gulag in Siberia per ricondurre alla crudezza della realtà, trasmettendo il senso della profondità del vivere». E aggiunge il curatore, Angelo Bertani: «oggigiorno tutto è stato esplorato, tutto è stato mappato, tutto è stato classificato: il viaggio è diventato un’avventura a portata di tutti. Gianni Pignat ha iniziato a viaggiare nei primi anni ’70, in un’epoca pre-social in cui il viaggio era ancora animato da volontà di confronto con culture diverse e da reale desiderio di conoscenza. La sua attenzione si è appuntata presto su altri paesi in una doppia prospettiva: da un lato le regioni del mondo che hanno conservato la loro identità culturale e artistica, dall’altro, per converso, le aree di crisi o in trasformazione politica. Abbiamo voluto che molte delle fotografie esposte in mostra avessero una didascalia articolata, scritta dallo stesso autore, per spiegare il contesto dello scatto: ogni foto è uno spaccato di una realtà, e le rappresentazioni più dure, quelle di contesti di crisi, rappresentano un mutamento determinante o un disequilibrio drammatico. Nelle sequenze esposte si passa dalla Russia postsovietica degli anni ’90 alla solitudine degli anziani a New York, da Beirut semidistrutta dai bombardamenti a un gulag siberiano, da un tragico ossario della Cambogia ai villaggi tra le discariche del Bangladesh. Non mancano le immagini di mitiche mete di esploratori d’altri tempi: la leggendaria Timbuctu, il Nepal delle alte quote e dei commercianti nomadi, le iene protettrici di Harar, in Etiopia. Ma la vicinanza umana e l’empatia di Gianni Pignat emergono soprattutto nelle foto dei Dayak del Borneo, degli Yanomami del Venezuela, degli indios colombiani: popolazioni che resistono ancora all’omologazione, grazie anche al loro volontario isolamento. C’è infine una foto che ci porta a Damasco, all’interno della moschea degli Omayyadi, all’origine una basilica cristiana, che conserva le spoglie del Saladino e il reliquario con la testa di san Giovanni Battista, ed è frequentata sia dai fedeli dell’Islam che dai cristiani, oltre che dai sufi: nonostante i danneggiamenti durante la recente guerra civile siriana, resta un resiliente monumento al sincretismo e alla tolleranza”.

Gianni Pignat è nato nel 1952. Dopo la laurea in Architettura, ha conseguito il diploma d’Arte applicata e fotografia presso l’Istituto d’Arte di Udine, dove poi ha insegnato fotografia. Ha allestito la sua prima camera oscura a 16 anni, iniziando a lavorare per i giornali locali e durante il periodo universitario per l’Istituto di storia dell’architettura presso lo IUAV di Venezia, realizzando un censimento delle architetture costruttiviste di Mosca. Fotografo di viaggio, è autore di testo e immagini di cinque libri fotografici: “Gracias por venir a Colombia”, “Herat, Afghanistan”, “Sudan”, “Tuol Sleng, Cambogia”, “Birmania”. Ha svolto una ricerca documentaria e fotografica su Tina Modotti, consultando archivi pubblici e privati in Russia, Spagna, Germania, Messico e Cuba. Ha collaborato alla realizzazione di documentari per la televisione francese: “Une petite pierre”, “Que viva Tina” e “Goli Otok”. Diverse sue opere grafiche e fotografiche sono state utilizzate per copertine di libri e manifesti.

Le migliori notizie, ogni giorno, via e-mail