Praterie, il carbonio nascosto: nuova stima globale raddoppia lo stock nei suoli
Ricerca internazionale con l’Università di Udine: nei primi 30 cm di suolo 155 miliardi di tonnellate di carbonio e nuove mappe delle praterie
UDINE – Le praterie tornano al centro della partita climatica globale. Un ampio studio internazionale pubblicato su “Nature Ecology & Evolution”, a cui ha contribuito anche l’Università di Udine, rivede al rialzo il ruolo di questi ecosistemi come deposito naturale di carbonio, correggendo al tempo stesso la loro distribuzione sulla Terra.
Secondo i nuovi calcoli, i suoli delle praterie immagazzinano oltre 155 miliardi di tonnellate di carbonio nei primi 30 centimetri di terreno, contro i 92 miliardi stimati in precedenza. Un salto che rafforza l’idea dei prati naturali come uno dei principali serbatoi di carbonio del pianeta, spesso sottovalutato nei modelli e nelle strategie di mitigazione.
Uno studio globale con oltre 150 ricercatori
La ricerca è stata condotta da una rete di più di 150 esperti provenienti da università e centri di ricerca di 60 Paesi e sei continenti, sotto il coordinamento della University of Guelph (Ontario, Canada). Per l’Ateneo friulano ha partecipato un gruppo del Dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali, guidato dal botanico Francesco Boscutti.
«I prati naturali del pianeta sono molto più importanti per il clima di quanto si pensasse finora», sottolinea Boscutti, evidenziando come l’incremento stimato dello stoccaggio nel suolo cambi la lettura del contributo delle praterie alla regolazione climatica.
Nuove mappe: praterie al 22,8% delle terre emerse
Oltre al dato sul carbonio, lo studio ridisegna la geografia delle praterie. La nuova valutazione indica che questi ecosistemi coprono circa il 22,8% delle terre emerse, per una superficie superiore a 30 milioni di chilometri quadrati. In precedenza, spiegano i ricercatori, la loro estensione era stata indicata in modo diverso e spesso non accurato, arrivando in alcune stime a superare il 40%.
Il punto non è solo statistico: una mappatura imprecisa si traduce in errori nelle politiche ambientali e climatiche, perché influenza modelli previsionali, piani di gestione del suolo e priorità di conservazione.
Friuli Venezia Giulia: 540 km² di praterie in contrazione
In Friuli Venezia Giulia le praterie rappresentano circa il 7% del territorio regionale, pari a circa 540 chilometri quadrati. Tra gli esempi citati dai ricercatori figurano il complesso dei magredi del Meduna e del Cellina e le praterie alpine oltre il limite degli alberi.
Il quadro regionale, però, è segnato da una riduzione rapida delle superfici: in pianura per la conversione a usi agricoli o urbanistici, in montagna per l’abbandono delle attività zootecniche. «Sia lo sfruttamento intensivo del territorio sia, paradossalmente, l’assenza dell’attività umana, come il venir meno delle pratiche agricole tradizionali in montagna, contribuiscono a generare uno squilibrio che richiede interventi mirati», osserva Boscutti.
Non solo riforestazione: quando il prato è la scelta migliore
Un altro messaggio chiave dello studio riguarda le strategie climatiche. La riforestazione non è sempre la risposta migliore: trasformare praterie naturali in boschi può ridurre la biodiversità e alterare equilibri ecologici consolidati, senza garantire benefici climatici proporzionati. Per gli autori, la conservazione e la gestione sostenibile dei prati esistenti emergono quindi come una soluzione efficace e ancora troppo spesso trascurata.
Satelliti e verifiche sul campo: perché le stime cambiano
Il lavoro nasce anche da una revisione critica delle mappe satellitari usate per stimare la distribuzione dei grandi ecosistemi terrestri. Grazie alla validazione con osservazioni dirette sul terreno – resa possibile dalla rete internazionale di scienziati e dalla conoscenza locale – lo studio indica come la mancanza di dati verificati a scala regionale sia tra le principali cause degli errori nelle mappe globali.
In un momento in cui molte decisioni ambientali si basano su modelli automatici, la ricerca richiama l’importanza di integrare tecnologia e competenza territoriale. È in questo dialogo, conclude Boscutti, che il contributo dell’Università di Udine assume un valore strategico per leggere correttamente il pianeta e orientare scelte climatiche più efficaci.