Pust v Benečiji: il carnevale che chiama la primavera (e non la aspetta)

Nelle Valli del Natisone, il Pust risveglia la terra. Maschere arcaiche che non celebrano, ma ricordano. E resistono.

01 febbraio 2026 18:00
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Il rito che si rinnova mentre tutto muore

Le Valli del Natisone non hanno mai smesso di accorgersi che l'inverno finisce. La montagna friulana ha perso negli ultimi settant'anni quasi un terzo dei suoi abitanti—intere frazioni si sono svuotate, le case rimangono chiuse fino a Natale, i campi si ricoprono di pietre. Eppure ogni febbraio, puntuale come una legge biologica, arrivano gli Blumarji di Montefosca.

Vestiti di bianco candido, i giovani di Montefosca—la più remota e isolata frazione del comune di Pulfero—indossano copricapi giganti a forma di albero fiorito, ornati di strisce di carta variopinta. Intorno alla vita legano campanacci pesanti. Poi corrono. Corrono lungo le mulattiere che collegavano i borghi quando la strada non esisteva. Corrono come se dovessero svegliare la terra con i piedi e con il suono, non perché qualcuno gliel'ha ordinato, ma perché è il passaggio dal sonno all'azione, e niente rimane fermo quando arriva il Pust.

Il nome stesso nasce da una radice tedesca: Blume, fiore. Ma quella che i Blumarji portano non è una celebrazione primaverile dal tono leggero. È un'affermazione. È il gesto di chi dice: la terra si risveglia anche se nessuno la semina più, anche se le case rimangono vuote di contadini.

La maschera come rito di iniziazione

Montare il costume dei Blumarji è un atto rituale vero, non una scena. La vestizione avviene in forma collettiva, con i padri e i nonni che legano i campanacci alle spalle dei giovani, verificando che il copricapo non cada durante la corsa. Ogni gesto ha le sue ragioni antiche: il bianco che deve rimanere candido per tutta la giornata, la corsa che rappresenta una prova fisica e simbolica, i campanacci che allontanano l'inverno e i malanni con il loro suono.

Chi completa il percorso senza cadere, chi mantiene intatta la veste bianca, ha superato la prova. Non è retorica folcloristica: è il passaggio dall'infanzia a una forma di età adulta riconosciuta dalla comunità. In un paese dove la popolazione cala di anno in anno, dove i giovani se ne vanno e raramente tornano, questo rito non è sentimentale—è urgente. È l'unico modo in cui Montefosca racconta ai suoi ragazzi: qui dentro siete qualcuno, anche se siete soli.

Oggi corrono bambini di tutte le età, non solo i maschi non sposati come una volta. La crisi demografica ha forzato la tradizione a piegarsi, a rinnovarsi. Ma non ha potuto farla morire.

I Pustje di Rodda: il diavolo in mezzo a noi

A Rodda, a pochi chilometri di distanza ma in un'atmosfera del tutto differente, arrivano i Pustje all'interno delle case. Vestiti di pezze e nastri variopinti, il volto annerito dalla fuliggine, in mano tenaglie allungabili di legno—le kliešče—che servono per scherzare, per acchiappare, per disturbare con metodo. Non sono belle maschere. Sono brutte per definizione, appartengono alla categoria delle te grde—i brutti. E accanto a loro, inevitabilmente, arrivano le te lepe—i belli—con gonne colorate e cappelli decorati di fiori di carta fatti a mano.

Il dualismo è arcaico e assoluto: il brutto che scaccia l'inverno, il bello che accoglie la primavera. Il diavolo Zluodij, incatenato a fatica dall'arcangelo Michele (Anjulac), che nonostante tutti gli sforzi riesce comunque a mettere sottosopra la stanza. La lotta tra il bene e il male, tra l'ordine e il caos, raccontata non con spiegazioni ma con il corpo, con il movimento, con il suono.

I Pustje di Rodda, a differenza dei Blumarji, possono entrare nelle case. Bevono, raccolgono doni, ma non possono parlare. Questa regola silenziosa trasforma tutto ciò che fanno in puro significato: ogni gesto è già una frase intera, ogni movimento è un incantesimo che non ha bisogno di parole.

Le maschere in latta di Stregna: quando l'artigianato preserva il mistero

Nelle valli non ci sono solo le maschere tessili e di legno. A Stregna arrivano le maschere facciali in latta, lavorate con una tecnica che richiede competenze specifiche e una memoria tecnica rara. Mentre le maschere di legno intagliato si vedono ovunque in montagna—da Sappada alla Valle Aurina—quelle in latta di Stregna rimangono più enigmatiche, meno conosciute, quasi custodite.

Questo silenzio attorno alle maschere di latta non è assenza di valore. È il segno che la tradizione locale non ha bisogno di essere spiegata per essere vera. Chi vive nelle valli sa chi le fa, come vengono realizzate, perché il loro significato non risiede nella fotografia o nella narrazione turistica, ma nel gesto di indossarle nel buio di febbraio.

Il passaggio di testimone: Tonka Trinko e i nonni che non smettono

La tradizione non si mantiene da sola. Se il Pust continua nelle Valli del Natisone nonostante lo spopolamento, è perché ci sono ancora artigiani che intagliano, padri che legano i campanacci, nonni che raccontano come era una volta.

Antonio "Tonca" Trinko realizza le maschere in legno tradizionali, arte che ha ereditato dalla zia Silvana Buttera. I suoi figli partecipano alle processioni insieme a lui. Non è una decisione, è una trasmissione. In un paese dove la demografi dice che presto non ci sarà nessuno, il fatto che Tonka continui a intagliare maschere significa che qualcuno ancora crede che il rito avrà testimoni.

Doro Zorza, gli occhi azzurrissimi e il ruolo di raccoglitore dei doni—colui che entra per primo nelle case e apre la strada ai Pustje—è la memoria storica del Pust di Mersino. Quando racconta che una volta il carnevale durava più giorni, che c'erano molte più case da visitare e più persone in strada, non sta lamentandosi. Sta trasmettendo il valore della continuità: il fatto che la festa sia più piccola non la rende meno vera. L'ha solo resa più fragile, e per questo più preziosa.

Il significato nascosto: non è gioia, è resistenza

Qui c'è un punto che il turismo e il folclore raramente afferrano. Il Pust non è una festa per sorridere. Non è allegria superficiale, non è coriandoli e tequila. È un rito di resistenza cognitiva.

Le comunità alpine hanno saputo per secoli che la vita non è comoda. L'inverno dura mesi. La montagna isola. La paura della fame, del freddo, della solitudine è stata il substrato emotivo di queste valli per generazioni. Il carnevale non nega tutto questo—lo manifesta apertamente attraverso la maschera, il diavolo, il brutto, il caos. E poi, attraverso il rito ripetuto annualmente, insegna che la primavera arriva comunque.

Oggi, quando il significato reale della festa è lo spopolamento, l'abbandono, l'invisibilità di interi mondi culturali, il Pust significa qualcosa di ancora più radicale: significa che la comunità ha scelto di non sparire silenziosamente. Che continuerà a correre nelle valli, che continuerà a fare rumore, che continuerà a rivendicare il diritto di esistere.

Quando Doro Zorza indossa i panni del raccoglitore, quando Tonka intagliает la maschera del diavolo, quando i giovani di Montefosca corrono per svegliare la terra—non stanno conservando il passato. Stanno costruendo il futuro dell'unico modo in cui lo sanno fare: ripetendo il gesto che mantiene viva la memoria, e con essa, la comunità stessa.

San Pietro al Natisone, 7–8 febbraio 2026

Quest'anno il Pust v Benečiji si raccoglie a San Pietro al Natisone. Arriveranno tutti: i Pustje di Rodda con i loro colori sgargianti e la loro impertinenza scherzosa; il gallo e la gallina giganti di Mersino; i Blumarji di Montefosca che corrono vestiti di bianco; le te liepe di Montemaggiore con i cappelli fioriti; le maschere in latta di Stregna; le maschere in vimini di Clodig. Arriveranno anche da oltre confine, dalla Slovenia, perché il carnevale di questi monti non riconosce le linee nazionali—riconosce solo il passaggio delle stagioni.

Non andate per farvi una fotografia. Andate per capire cosa significa che una comunità ha scelto di continuare a fare rumore quando sarebbe stato più facile tacere. Andate perché il significato non si vede dai balconi, ma solo quando siete dentro il corteo, quando ascoltate il suono dei campanacci che vi arriva dal fondo della valle, quando vi accorgete che i volti che vedete sono sempre gli stessi, anno dopo anno, perché qui rimangono quelli che sanno che la memoria ha il peso di una promessa.

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