Quando la comunità ritrova sé stessa sotto il cielo di Carnevale

A Fiume Veneto il carnevale non è uno show turístico: è il rito annuale in cui la comunità riafferma i legami che la tengono insieme.

20 gennaio 2026 18:00
Quando la comunità ritrova sé stessa sotto il cielo di Carnevale - Foto: Carnevale sotto le Stelle/Facebook
Foto: Carnevale sotto le Stelle/Facebook
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La festa che ricorda chi siamo

Il carnevale di Fiume Veneto non assomiglia ai suoi cugini più famosi. Non ha musiche da grande spettacolo, non attrae folle da tutto il mondo, non possiede quella patina di museo vivente che caratterizza certe tradizioni diventate patrimonio UNESCO. La sua forza è il contrario: rimane una festa locale, fatta per chi abita effettivamente le vie del centro, costruita dalle associazioni locali, dalla parrocchia, dalla Pro Loco. Quando il 31 gennaio le luci accese nei carri attraverseranno il percorso di un chilometro nel buio della sera friulana, quello che accadrà non sarà principalmente spettacolo. Sarà qualcosa di più elementare e, paradossalmente, più raro: una comunità che si ritrova.

Il significato vero del carnevale è stato sempre questo, almeno qui nel Nord-Est. Non è divertimento per il divertimento stesso. È il momento in cui i vincoli sociali si invertono, in cui la satira permette di dire quello che durante l'anno rimane sepolto, in cui le gerarchie si dissolvono temporaneamente per ricordare che al di sotto delle ruoli c'è un'uguaglianza di fatto. La maschera non nasconde l'identità. La rivela.

Dieci edizioni di una memoria consapevole

La decima edizione di Carnevale sotto le Stelle arriva a Fiume Veneto come risultato di una scelta deliberata, non accidentale. Nel 2017, quando la prima sfilata notturna illuminò il centro, la comunità ha scelto di rinnovare una tradizione che rischiava di dissolversi nella normalità contemporanea. Non è stato un recupero romantico di qualcosa di estinto. È stato un atto di mantenimento attivo di una pratica che continua a significare qualcosa.

In dieci anni di edizioni, il carnevale ha attraversato i tempi difficili della pandemia, le incertezze economiche, i cambiamenti demografici del territorio friulano. Ogni volta è tornato. Non con la nostalgia di "come si faceva una volta", ma con la convinzione che quello che accade in quelle vie ha ancora senso. E ha senso perché collega l'oggi con il domani, le persone presenti con quelle assenti durante l'anno.

Il pomeriggio dei ragazzi: il passaggio generazionale

La manifestazione inizia alle 14:30, non alle 20:00. Questo dettaglio dice tutto sul valore che Fiume Veneto attribuisce al carnevale. Prima che arrivi la notte e il simbolismo più "adulto" dei carri allegorici, c'è il Carnevale dei Ragazzi: laboratori creativi, spettacoli, animazioni. È il momento in cui la tradizione si trasmette. Quando un bambino di cinque anni costruisce una maschera sotto la guida di qualcuno della sua comunità, non sta imparando una ricetta. Sta assimilando l'idea che questo luogo, questo gruppo di persone, ha una memoria collettiva che lo riguarda anche lui.

La parrocchia di San Nicolò Vescovo co-organizza l'evento. È un dettaglio antropologico fondamentale. Il carnevale, nelle sue origini, nasceva proprio dal dialogo, spesso conflittuale, tra il potere religioso e lo sfogo pagano della comunità. Qui a Fiume Veneto, questa tensione non è scomparsa. È stata integrata. La chiesa non proibisce la festa. La contiene, la inquadra, la rende parte della struttura comunitaria. Questo è il modo in cui le tradizioni sopravvivono: non contrapponendosi al potere, ma negoziando con esso.

Cosa dicono i carri quando il sole tramonta

Alle 20:00, le luci si accendono. I carri attraversano le vie del centro in una sfilata che dura quanto basta per farsi ricordare. Non è spettacolo da autostrada, da evento per passanti. È il racconto annuale che Fiume Veneto racconta a sé stessa.

In tutta la Friuli Venezia Giulia, i carri allegorici recitano una funzione simile: prendono in giro il potere, satirizzano le vicende che hanno segnato l'anno, liberano la tensione accumulata. A Monfalcone il Re carnevale legge il suo testamento carico di allusioni. A Muggia i carri riflettono la mescolanza di culture adriatiche. A Sappada le maschere di legno sfilano da secoli secondo un ordine rituale immutabile: contadini, poveri, signori.

Fiume Veneto, più piccola, mantiene lo stesso principio: la comunità che guarda sé stessa negli occhi, che si permette di ridere di ciò che le è successo, che non dimentica. I carri sono lo specchio di quella memoria. Non servono a insegnare nulla al turista di passaggio. Servono a ricordare a chi abita qui che questa festa è il vostro spazio. Per una sera, le regole possono essere diverse.

Quando finisce, cosa rimane

Il carnevale finisce. Le luci si spengono. I carri si smontano. Siamo il 31 gennaio, il 1° febbraio il centro di Fiume Veneto torna ordinario. Le vie si riempiono di solito traffico. Il freddo friulano continua. Nulla cambia materialmente.

Eppure qualcosa è accaduto che ha lasciato una traccia invisibile. La comunità si è ritrovata. Si è guardata. Ha saputo che l'anno prossimo potrà farlo di nuovo, e ancora dopo. Questa è la vera funzione del carnevale: non celebrare l'evasione dalla realtà, ma ricordare che la realtà è sopportabile perché è condivisa.

Nelle società antiche il carnevale era il momento del capodanno simbolico, il punto in cui l'ordine naturale si interrompeva per rinascere. La Quaresima seguiva. Il ciclo ricominciava. Qui a Fiume Veneto, quella logica non è stata cancellata dalla modernità. È stata trasformata. Non è più legata al calendario agricolo. È legata al calendario della memoria collettiva. Ma la struttura rimane: interruzione, rinascita, ritorno all'ordine.

Il carnevale sotto le stelle non è un evento imperdibile né una tradizione unica. È una pratica ordinaria che si ripete, e proprio per questo rimane straordinaria. È il momento in cui chi abita qui ricorda che le tradizioni non sono eredità passive. Sono scelte attive che la comunità fa anno dopo anno, dicendo: "Vogliamo restare noi stessi".

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