L’ictus davanti al figlio di 4 anni: il papà comunica con le dita, il bimbo gli salva la vita | STORIE DI VITA EP. 3

A “Storie di vita” Alessandro racconta l’ictus a Udine e l’aiuto decisivo del figlio di quattro anni.

15 ottobre 2026 10:05
L’ictus davanti al figlio di 4 anni: il papà comunica con le dita, il bimbo gli salva la vita | STORIE DI VITA EP. 3 -
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UDINE – Non riusciva a parlare, una parte del corpo non rispondeva e suo figlio aveva soltanto quattro anni. Alessandro era a terra, nella camera di un residence, e poteva comunicare con il bambino attraverso i movimenti della mano e piccoli cenni della testa. Da quel momento, padre e figlio hanno affrontato insieme il percorso fino all’ascensore e al piano terra, dove il piccolo è riuscito a chiedere aiuto.

È questa la testimonianza al centro della terza puntata di “Storie di vita”, il programma di interviste e approfondimento di Nordest24 condotto da Patrick Ganzini, in onda ogni mercoledì alle 20.30 su Facebook, YouTube e sulla Web TV di Nordest24.

Durante l’intervista, Alessandro ha ripercorso l’emergenza, le cure e la riabilitazione, spiegando anche come quell’esperienza abbia cambiato il rapporto con il tempo e con la famiglia. La storia di Alessandro e del figlio che lo ha aiutato dopo l’ictus diventa così un racconto di paura, recupero e riconoscenza.

Il concerto di Ben Harper ai laghi di Fusine

Il viaggio era nato per condividere un fine settimana speciale: un concerto di Ben Harper, l’artista preferito di Alessandro, che sarebbe stato anche il primo concerto del figlio.

Padre e bambino avevano trascorso due giorni ai laghi di Fusine, tra musica e camminate. Prima di rientrare a casa in Toscana, Alessandro aveva programmato una sosta a Udine, per dividere le ore di viaggio in automobile.

Avevano dormito in un residence nel centro cittadino. Dopo la colazione, erano tornati in camera per preparare le cose e ripartire. È stato allora che Alessandro, dopo uno sforzo, ha avvertito un giramento di testa molto più intenso del normale.

Il braccio che non si alza e le parole che non escono

Alessandro si è sdraiato sul letto e ha provato a verificare alcuni segnali sui quali si era informato in precedenza. Racconta che sua moglie è medico e che, dopo aver assistito a un episodio simile in un ristorante, aveva cercato di capire come riconoscere i sintomi di un’ischemia.

Quella mattina non riusciva a formulare parole né ad alzare uno dei due bracci. Ha compreso che stava accadendo qualcosa di serio.

Fino a quel momento si sentiva in buona salute: aveva sempre praticato sport, giocato a calcio fino ai vent’anni e non riferiva abusi di alcol o fumo. Nei giorni precedenti aveva camminato a lungo in montagna.

La sua prima preoccupazione, però, è stata il bambino: erano soli al quarto piano, in una struttura con poche camere e una pasticceria al piano terra che collaborava anche all’accoglienza degli ospiti.

La caduta e il tentativo di aprire la porta

Alessandro ha cercato di raggiungere la porta per consentire al figlio di uscire e trovare qualcuno. Alzandosi, si è accorto che non era soltanto il braccio a non rispondere: la parte destra del corpo era paralizzata.

È caduto, battendo la testa contro il muro e procurandosi un forte ematoma nella zona dell’occhio. Da terra, grazie al braccio che riusciva ancora a muovere e al fatto che la porta si aprisse verso l’esterno, è riuscito ad aprirla.

Inizialmente il bambino pensava che il padre stesse giocando. La vista del sangue, proveniente da una ferita alla gamba che si era riaperta, gli ha fatto comprendere che qualcosa non andava.

I gesti della mano per raggiungere l’ascensore

Non potendo parlare, Alessandro ha iniziato a indicare con le dita e ad annuire. Il bambino ha prima bussato alla camera di fronte, senza trovare nessuno.

L’obiettivo successivo è diventato l’ascensore, distante alcuni metri. Per Alessandro, che riusciva a trascinarsi con grande difficoltà, quel tratto sembrava lunghissimo.

Il figlio conosceva già i numeri e il funzionamento dei pulsanti: premere i tasti dell’ascensore era una piccola abitudine condivisa anche nella quotidianità.

Il bambino lo ha chiamato, ma la porta si è richiusa prima che il padre riuscisse ad arrivare. Sono serviti altri tentativi. Quando finalmente l’ascensore si è riaperto vicino a lui, Alessandro è riuscito a portare le gambe sulla soglia per impedirne la chiusura e a entrare.

Con la mano ha indicato lo zero. Il figlio ha premuto il pulsante e sono scesi.

Il bambino corre in pasticceria a chiedere aiuto

Al piano terra, il piccolo è corso dalla donna che aveva servito loro la colazione, spiegando che il papà non stava bene e aveva bisogno di aiuto.

Alessandro ricorda l’arrivo dell’ambulanza dopo pochi minuti. Sottolinea la rapidità dei soccorsi, la vicinanza dell’ospedale e l’intervento degli operatori che lo hanno preso in carico.

Per lui il tempo trascorso era sembrato un’intera giornata. Successivamente gli è stato riferito che erano passate circa due ore dall’inizio dell’emergenza all’arrivo in ospedale. Secondo quanto racconta, i medici gli hanno spiegato quanto fosse stato importante raggiungere le cure in quei tempi.

L’aiuto del figlio è stato determinante. Una capacità di intervenire che richiama anche la storia di Manuel Zago, il diciassettenne che a Bibione ha salvato un bambino dal soffocamento.

Le cure a Udine e la scoperta del forame ovale pervio

In ospedale è stata diagnosticata un’ischemia cerebrale. Alessandro racconta di essere stato trattato con un farmaco destinato a sciogliere il trombo e di aver recuperato gradualmente la parola e piccoli movimenti.

Gli accertamenti hanno individuato anche un forame ovale pervio, indicato con la sigla FOP, al quale, secondo il suo racconto, i medici hanno ricondotto l’episodio.

La condizione non gli era stata diagnosticata prima. Due mesi dopo, a settembre, dopo l’ictus avvenuto a luglio, si è sottoposto a Perugia all’intervento di chiusura mediante un dispositivo comunemente chiamato “ombrellino”.

Alessandro esprime grande riconoscenza verso l’ospedale di Udine e i professionisti che lo hanno curato, considerando la possibilità di essere soccorso in un centro specializzato uno degli aspetti fortunati della vicenda.

Imparare di nuovo a stare seduto, camminare e salire le scale

Il recupero è iniziato durante il ricovero. Nei primi giorni Alessandro è tornato a stare seduto, poi ha ripreso ad alzarsi. Nella seconda parte dei dieci giorni trascorsi in ospedale, la riabilitazione si è concentrata sul cammino e sulle scale.

Attività abituali erano diventate movimenti da riconquistare. Ogni giorno, racconta, riusciva a fare qualcosa in più rispetto al precedente.

Dopo il ritorno a casa in Toscana, sostenuto dai familiari, il percorso è proseguito. Ha lavorato con il fisioterapista soprattutto sull’equilibrio, inizialmente molto compromesso, e successivamente sul recupero della forza e dei movimenti della parte colpita.

Il suo obiettivo era tornare a praticare sport come prima. Dopo quattro o cinque mesi ha ripreso le attività sportive. Oggi riferisce ancora alcuni formicolii, soprattutto alla mano e al piede, molto ridotti rispetto all’inizio.

Il sostegno al figlio dopo l’emergenza

L’esperienza ha lasciato una paura anche nel bambino. Alessandro racconta di essersi rivolto a uno psicologo per comprendere come aiutarlo.

Durante il colloquio gli è stato indicato di lavorare soprattutto attraverso la vicinanza dei genitori e dei familiari, restituendo al piccolo sicurezza nella quotidianità e mostrandogli che il padre stava meglio.

Anche gesti ordinari, come vedere Alessandro uscire per andare al lavoro o buttare l’immondizia, hanno fatto parte di questo ritorno alla fiducia. Il bambino ora sta bene, mentre la famiglia continua a prestare attenzione alle sue emozioni.

La collaborazione con A.L.I.Ce. e il progetto FAST Heroes

Dopo l’ictus, Alessandro ha voluto trasformare la propria esperienza in un aiuto per altri. Si era promesso che, se fosse riuscito a superare l’emergenza, avrebbe cercato un modo per dare il proprio contributo.

Da qui la collaborazione con A.L.I.Ce., l’associazione per la lotta all’ictus cerebrale, e l’interesse per FAST Heroes, il progetto educativo rivolto ai bambini.

Durante l’intervista ne evidenzia il valore: insegnare ai più piccoli a riconoscere una situazione di difficoltà e a chiedere aiuto, anche quando si trovano con i nonni o altri familiari. Un apprendimento proposto attraverso attività accessibili e coinvolgenti, che può avere ricadute sull’intera comunità.

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