Salute, lo studio di Lancet e Burlo: meno malattie ma forti divari tra Nord e Sud
Studio Lancet sulla salute in Italia: calano i rischi ma restano forti disuguaglianze tra territori e tra uomini e donne.
TRIESTE - È stata pubblicata su Lancet Public Health la ricerca National and subnational burden of disease attributable to risk factors in Italy, 1990-2023: a systematic analysis from the Global Burden of Disease Study 2023 (link) che rappresenta la prima analisi completa del carico di malattia attribuibile ai fattori di rischio in Italia, basata sulle stime del Global Burden of Disease Study 2023.
Dallo studio emerge come i problemi di salute legati a fattori di rischio noti si siano complessivamente ridotti nel tempo, segno della maggiore attenzione alla prevenzione e al cambiamento degli stili di vita. Ma restano importanti disuguaglianze territoriali e di genere, che indicano come questi miglioramenti non abbiano raggiunto tutte le aree e tutti i gruppi della popolazione allo stesso modo.
L’indagine, che vede tra i principali autori la dottoressa Giulia Zamagni e il dottor Lorenzo Monasta dell’Epidemiologia clinica e ricerca sui servizi sanitari dell’IRCCS materno – infantile Burlo Garofolo, s’inserisce nell’ormai ultradecennale collaborazione dell’istituto con il Global Burden of Disease (GBD), il più vasto tentativo globale di comprendere le tendenze e le sfide della salute, in modo da migliorare i sistemi sanitari ed eliminare le disparità, del quale Monasta, dal 2016, è coordinatore della rete italiana, che coinvolge oltre 180 ricercatori e una ventina di centri.
I PARAMETRI
Le stime del Global Burden of Disease Study 2023 hanno permesso una ricostruzione sistematica dei trend dal 1990 al 2023 a livello nazionale e nelle cinque macroaree (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e Isole). Il GBD misura il carico di malattia in anni di vita vissuti aggiustati per disabilità (DALYs), un indicatore che combina gli anni persi per morte prematura o vissuti in condizioni di salute non ottimali. Questo approccio consente di cogliere un aspetto fondamentale: la salute non riguarda solo quanto, ma anche come si vive. Molte patologie croniche, infatti, determinano - per un tempo più o meno lungo - una ridotta qualità di vita, con un forte impatto sui singoli individui, sul sistema sanitario e sulla società.
Inoltre, il carico di malattia è stato analizzato con due prospettive complementari. I DALYs calcolati su tutte le età descrivono il peso attuale dei fattori di rischio nella popolazione così com’è oggi, con una struttura demografica sempre più sbilanciata verso le classi più anziane. I DALYs standardizzati per età, invece, eliminano l’effetto dell’invecchiamento della popolazione e permettono di confrontare nel tempo e tra aree diverse il carico di malattia, rendendo più chiari i reali progressi in termini di prevenzione e salute.
DIFFERENZE DI GENERE
Negli uomini il fumo resta il principale fattore di rischio per la perdita di salute, sia considerando tutte le età, sia standardizzando per età, anche se, negli ultimi decenni, si registra una chiara riduzione (meno marcata al Sud e nelle Isole), che dimostra l’efficacia delle politiche di controllo del tabacco, ma indica anche la necessità di rafforzare interventi di prevenzione mirati per ridurre le disuguaglianze territoriali.
Nelle donne predominano i fattori metabolici: l’ipertensione è il primo fattore di rischio nella popolazione, mentre l’elevato indice di massa corporea è il principale quando si considera la standardizzazione per età. Nel complesso, quindi, gli uomini risultano più colpiti dai fattori comportamentali (in particolare fumo e consumo di alcol), mentre le donne da quelli metabolici, confermando la necessità di strategie di prevenzione differenziate per genere.
CONDIZIONI SOCIOECONOMICHE
Accanto alle disparità uomo/donna, lo studio ha fatto emergere anche importanti differenze in base alla situazione socioeconomica. Il carico dei fattori metabolici, ad esempio, è più basso nelle aree con un miglior contesto sociale, evidenziando l’importanza di aspetti quali l’accesso a un’alimentazione sana, la possibilità di fare attività fisica e la qualità dell’ambiente. La prevenzione, dunque, non può basarsi solo su scelte individuali, ma richiede politiche strutturali.
Anche per i fattori comportamentali, si osserva una correlazione con lo sviluppo socioeconomico, ma solo negli uomini: nelle aree con migliori condizioni si registra una maggiore riduzione del fumo e degli altri comportamenti a rischio. Nelle donne, invece, questo rapporto non emerge perché il fumo e il consumo di alcol hanno avuto una diffusione storicamente più precoce proprio nelle fasce socioeconomiche più elevate, con andamenti diversi che attenuano l’associazione complessiva.
FATTORI AMBIENTALI
L’inquinamento da particolato continua a essere uno dei principali fattori di rischio ambientali per uomini e donne, pur se in netto calo negli ultimi decenni. Nel 1990 i problemi di salute ad esso attribuibili erano molto più elevati nelle regioni del Nord, determinando forti differenze territoriali che si sono progressivamente attenuate fino a diventare, oggi, sostanzialmente comparabili tra le macroaree. A differenza dei fattori comportamentali e metabolici, in questo caso non emerge un’associazione con il livello socioeconomico: si tratta, quindi, di un’esposizione diffusa sull’intero territorio nazionale, che può essere ridotta soprattutto attraverso politiche ambientali ed energetiche su larga scala.
LE CONCLUSIONI
“Dal punto di vista della sanità pubblica è incoraggiante vedere i progressi compiuti negli ultimi decenni, ma questi risultati non devono farci perdere di vista quanto resta ancora da fare” commentano gli autori dello studio. “Questo lavoro - il primo a offrire una fotografia così completa - mostra in modo chiaro dove intervenire. Il fatto che il peso maggiore sia ancora legato a fattori comportamentali e metabolici, quindi a condizioni in larga parte prevenibili, ci dice una cosa fondamentale: esiste un ampio margine di azione, da un lato sulla crescita personale e sulla promozione di stili di vita sani e, dall’altro, attraverso interventi strutturali che rendano le scelte salutari più facili e accessibili per tutti”.