Dal patentino ai Punti digitale: a Treviso l’educazione alla rete diventa un servizio di territorio
Il nuovo progetto “Naviga Sicura” si inserisce in una trasformazione più ampia: nel Veneto i presìdi PNRR hanno già superato il target di utenti, mentre scuole e Comuni spostano l’attenzione dall’accesso alla qualità dell’uso.
– La novità non è soltanto un nuovo progetto per gli studenti. L’avvio a Treviso di “Naviga Sicura”, presentato come un patentino per un uso più consapevole della rete, fotografa un passaggio concreto nel Veneto: il digitale non viene più trattato solo come uno sportello da imparare a usare, ma come una competenza quotidiana che riguarda scuola, famiglie, servizi pubblici e lavoro.
I numeri aiutano a misurare la scala del cambiamento. La pagina di monitoraggio della Regione Veneto, aggiornata al 31 marzo 2026, indica 190 centri di facilitazione digitale effettivi e 200.524 cittadini unici coinvolti: il 106,66% del target regionale di 188mila persone previsto dalla misura PNRR 1.7.2. Il dato non significa che il divario sia risolto; dice però che la rete di accompagnamento ha raggiunto una dimensione che rende possibile spostare il discorso da “avere una connessione” a “saper valutare, proteggere e usare le informazioni”.
Treviso è un osservatorio utile proprio perché mette insieme i due estremi della questione. Da una parte scuole e ragazzi, ai quali si rivolge il nuovo percorso. Dall’altra cittadini che devono accedere a una domanda online, a un’identità digitale o a un servizio comunale senza dipendere ogni volta da un familiare. L’educazione alla rete, in questa chiave, non è una materia accessoria e non coincide con la sola prevenzione dei rischi: è un’infrastruttura sociale, fatta di luoghi, persone e capacità verificabili.
Da un progetto per gli studenti a un ecosistema cittadino
“Naviga Sicura” arriva in una città che ha già inserito la facilitazione digitale nella propria programmazione. Nel documento comunale sugli obiettivi 2024, il Comune di Treviso descriveva il progetto PNRR come un insieme di attività per far raggiungere ai cittadini le competenze di base del quadro europeo DigComp. Il piano prevedeva un centro mobile e un nuovo centro di facilitazione, con l’obiettivo di passare da sette a nove presìdi; fissava inoltre 50 ore di formazione e mille utenti presso il presidio entro il 2024.
Sono indicatori programmatori, non un consuntivo da trasformare in un risultato raggiunto. Ma mostrano quale fosse la direzione amministrativa: non un corso isolato, bensì un servizio stabile, fisso e itinerante, capace di intercettare bisogni differenti. Questa distinzione conta. Un adolescente che impara a riconoscere una fonte attendibile o a proteggere un account non ha lo stesso bisogno di un pensionato che deve attivare un servizio online; entrambi, però, si muovono nello stesso ambiente digitale e incontrano regole, dati personali e piattaforme pubbliche.
Il cambio di prospettiva è visibile anche nel lessico dei progetti. La rete regionale dei Punti digitale facile è nata per l’accompagnamento alle competenze di base degli adulti fra 18 e 74 anni. Il patentino rivolto al mondo scolastico allarga il campo a privacy, identità, comunicazione e uso critico dei contenuti. Non si tratta di attribuire al percorso trevigiano funzioni che non sono state ancora dettagliate pubblicamente: è la cornice territoriale a spiegare perché un’iniziativa di educazione digitale oggi ha un peso diverso da una semplice lezione di informatica.
I dati: connessione diffusa, competenze ancora diseguali
Il punto di partenza è meno rassicurante di quanto suggerisca la diffusione degli smartphone. Secondo Istat, nel 2025 il 54,3% delle persone tra 16 e 74 anni in Italia possedeva competenze digitali almeno di base, in aumento di 8,4 punti sull’anno precedente ma ancora distante dall’obiettivo europeo dell’80% entro il 2030. Nello stesso rilevamento il Veneto figura tra le regioni con la più alta quota di famiglie connesse, l’89,5%.
La differenza fra questi due indicatori è decisiva. Una casa può essere connessa e, al tempo stesso, ospitare persone che non distinguono un sito istituzionale da una pagina che lo imita, non sanno recuperare un accesso o rinunciano a una procedura perché non comprendono cosa venga richiesto. Istat rileva inoltre un forte gradiente per età: fra chi ha usato Internet negli ultimi tre mesi, la quota con competenze almeno di base è 71,7% tra i 20-24enni, scende al 49,1% tra i 55-59enni e al 27,4% tra i 65-74enni. Sono percentuali nazionali, non provinciali; sono però il contesto più aggiornato e ufficiale per leggere il bisogno a cui i presìdi veneti rispondono.
Per Treviso questo comporta una conseguenza concreta: il servizio non può limitarsi a rendere disponibile una piattaforma. Deve rendere le persone autonome nell’uso. Il Comune aveva già collegato la facilitazione a obiettivi di accessibilità e cittadinanza attiva; la Regione, nel bilancio PNRR pubblicato in aprile, ha quantificato in 192.381 i cittadini coinvolti attraverso 243 centri e ha sottolineato il superamento del traguardo previsto. Il monitoraggio tecnico di marzo, che conta 190 centri effettivi, e il comunicato successivo non sono due classifiche sovrapponibili: riportano aggiornamenti e perimetri temporali diversi. La fotografia affidabile è che il target di utenti è stato superato, mentre la rete ha continuato ad ampliarsi.
La rete cambia anche per le famiglie e per le scuole
Il valore di un progetto come quello trevigiano sta nel creare un punto di contatto tra ciò che avviene in classe e ciò che accade fuori. Ragazze e ragazzi possono avere dimestichezza con app e social senza aver maturato automaticamente le competenze per verificare informazioni, gestire autorizzazioni, comprendere le tracce lasciate online o valutare l’affidabilità di un contenuto generato o condiviso. Al contrario, gli adulti possono avere una necessità immediata – un certificato, un pagamento, una prenotazione – ma non una base sufficiente per svolgerla in sicurezza e in autonomia.
In Veneto si stanno formando esperienze territoriali diverse, ma leggibili come segnali dello stesso fenomeno. A Jesolo il percorso Patentino Digitale ha chiuso con 1.533 beneficiari e 340 ore di attività, coinvolgendo scuole, famiglie e associazioni sui temi della cittadinanza digitale e del benessere nell’uso della tecnologia. Nel Trevigiano, a Vedelago, il progetto Cantieri di Libertà ha affiancato computer rigenerati e corsi su competenze digitali e finanziarie. Sono iniziative con promotori e destinatari diversi, non un unico programma regionale; lette insieme mostrano però che l’attenzione si è spostata verso la capacità di compiere scelte informate, non soltanto verso la disponibilità di un dispositivo.
Le scuole sono un nodo strategico anche per un’altra ragione: traducono un tema tecnologico in una pratica educativa. A Pieve del Grappa, l’apertura del liceo con curvatura in intelligenza artificiale e scienza dei dati segnala il versante più avanzato della formazione. “Naviga Sicura” opera su un piano complementare: non specializzare pochi, ma rendere più consapevole l’uso quotidiano della rete. Per un territorio con imprese esportatrici, servizi pubblici digitali e una popolazione che invecchia, queste due esigenze non sono in concorrenza.
Perché il risultato PNRR non chiude il problema
Superare un target di partecipazione è un passaggio importante, non il traguardo finale. La misura regionale ha una dotazione assegnata di 10.305.480 euro e nasceva per attivare 234 punti e coinvolgere almeno 188mila persone. Il fatto che gli utenti unici abbiano superato l’obiettivo pone ora un tema molto concreto per Comuni, scuole e terzo settore: come mantenere accessibile il supporto quando finisce la spinta straordinaria del PNRR e come evitare che la formazione resti episodica.
La Regione ha già indicato la direzione politica nel percorso di aggiornamento delle Linee guida dell’Agenda Digitale Veneto 2026-2030: competenze, infrastrutture, trasformazione delle imprese e servizi pubblici sono presentati come parti della stessa strategia. Nel documento regionale di programmazione 2026-2028 compare inoltre il rafforzamento dei centri di facilitazione, con attenzione a persone anziane e fragili, sicurezza informatica, uso responsabile dell’intelligenza artificiale e competenze per accedere ai servizi online. Sono impegni di programmazione, non prestazioni già disponibili in ogni Comune; ma spiegano perché l’esperienza accumulata a Treviso non dovrebbe esaurirsi con una singola edizione.
Per residenti e imprese la ricaduta è misurabile nella vita ordinaria. Una competenza digitale di base riduce il ricorso a intermediari per ogni pratica, rende più semplice comprendere una comunicazione della pubblica amministrazione e migliora la possibilità di seguire una formazione o candidarsi a un lavoro. Per le attività economiche, la diffusione di cittadini e lavoratori più autonomi rende più praticabili servizi online e canali digitali, ma non sostituisce le responsabilità di chi progetta portali comprensibili e assistenza reale.
La sfida locale: continuità, non eventi isolati
È qui che Treviso può fare la differenza. Un patentino o un laboratorio hanno valore se lasciano una rete riconoscibile: docenti e famiglie che sanno dove trovare informazioni ufficiali, un Comune che comunica canali chiari, presìdi capaci di accompagnare chi resta indietro. L’alternativa è una successione di campagne utili ma difficili da ritrovare quando serve davvero un aiuto.
Il dato regionale suggerisce che la domanda per questi servizi esiste: oltre duecentomila persone raggiunte non sono un dettaglio amministrativo. Ma il numero, da solo, non dice quanti abbiano acquisito autonomia duratura né quali fasce siano rimaste escluse. Per questo il passo successivo non è annunciare una generica “digitalizzazione”, bensì rendere pubblici e verificabili i percorsi, i luoghi e la continuità dell’offerta. È il criterio con cui misurare anche “Naviga Sicura”: non una patente simbolica, ma la capacità di collegare scuola, casa e servizi nel territorio trevigiano.