Lavoro, a Treviso il nodo Gen Z: nelle imprese previste 3.940 assunzioni a giugno 2026
Dal confronto con il sociologo Daniele Marini emerge un mercato del lavoro più veloce.
TREVISO - Nelle imprese trevigiane a giugno 2026 sono previste 3.940 entrate di lavoratori e oltre un terzo, il 35,7%, riguarda giovani. È da questo dato che parte il confronto aperto da Confartigianato Imprese Marca Trevigiana e dal mandamento di Treviso sul rapporto tra Gen Z e lavoro, tema che oggi tocca da vicino artigianato, piccole imprese e capacità di trattenere personale.
Il punto emerso con maggiore chiarezza è che i giovani non cercano soltanto uno stipendio o un posto stabile: contano qualità del lavoro, possibilità di crescita, flessibilità negli orari, vicinanza a casa, relazioni interne all’azienda e un contesto percepito come coerente con i propri valori. A cambiare è anche il ritmo: la Gen Z, è stato osservato durante l'incontro, tende a cambiare lavoro in media ogni tre o quattro anni, anche quando l’esperienza non è negativa.
Questi temi sono stati al centro dell’incontro “È tutto un altro lavoro”, promosso il 30 giugno a Treviso attorno al libro di Daniele Marini, docente di sociologia dei processi economici all’Università di Padova, “Quello che i giovani (non) dicono. E gli adulti (non) capiscono”.
Cosa cercano oggi i giovani nel lavoro
Secondo Marini, le aspettative delle nuove generazioni sono ormai radicalmente diverse rispetto a quelle degli adulti. L’uso continuo degli strumenti digitali modifica gli schemi cognitivi con cui i ragazzi leggono il mondo e accelera le aspettative: l’idea della gavetta perde peso, mentre cresce la volontà di accorciare i tempi della crescita professionale.
Nel lavoro, i giovani guardano alla qualità dell’esperienza, al percorso di carriera o comunque alla possibilità di migliorare competenze e ruolo, alla dimensione creativa e stimolante, fino anche all’estetica dell’impresa. Cercano inoltre un’azienda intesa come comunità, dove contino relazioni umane, valori condivisi e un equilibrio accettabile tra vita privata e lavoro.
Tra i fattori più pratici pesano la vicinanza geografica, la gestione autonoma del tempo e la flessibilità degli orari. Marini ha sintetizzato questo scenario osservando che oggi il potere contrattuale si sposta verso le giovani generazioni, perché sono loro, sempre più spesso, a scegliere l’azienda.
Il problema per le imprese trevigiane
Per Confartigianato, questa trasformazione investe in pieno soprattutto il mondo dell’artigianato. I presidenti Armando Sartori e Flavio Romanello hanno ricordato che Treviso occupa il 14° posto per capacità di attrarre, trattenere e sostenere le nuove generazioni secondo l’Indice Confartigianato dei Territori Youth Friendly 2025. Ma, accanto a questo risultato, resta forte il problema del disallineamento tra domanda e offerta di lavoro.
Il mismatch, hanno spiegato, è già evidente nei numeri delle assunzioni previste e obbliga le imprese a ripensare il modo in cui si presentano ai candidati. Il colloquio di lavoro, in questa fase, non è più soltanto una selezione tecnica: diventa anche un momento in cui l’azienda deve raccontare identità, organizzazione, prospettive e qualità dell’ambiente professionale.
La rapidità delle risposte è un altro elemento decisivo. Se il dialogo con un giovane candidato si interrompe o rallenta, aumenta la probabilità che scelga un’altra realtà in tempi molto brevi.
Artigianato, tempi lunghi e aspettative veloci
Nel confronto è emersa anche una distanza concreta tra alcuni mestieri artigiani e l’orizzonte di attesa dei più giovani. È stato portato l’esempio del ferro battuto: un lavoro che richiede manualità, esperienza, apprendimento progressivo e tempi non comprimibili, oltre all’impossibilità di essere svolto in smart working.
Proprio qui si concentra una delle tensioni più forti. Da una parte c’è una generazione che punta rapidamente alla crescita, in alcuni casi immaginando presto anche un’attività propria; dall’altra ci sono professioni in cui il valore del prodotto fatto a mano si costruisce lentamente e passa attraverso competenze che non si acquisiscono in poco tempo.
Marini ha osservato che gli adulti spesso non colgono i segnali deboli che arrivano dai giovani e che questo nuovo approccio al lavoro, pur non sempre dichiarato apertamente, è già dentro i comportamenti. Per questo, secondo il docente, serve tornare a educare al lavoro e ai valori che lo accompagnano, perché molte acquisizioni considerate scontate in passato oggi non lo sono più.
Il peso della demografia sul mercato del lavoro veneto
Alla trasformazione culturale si somma quella demografica. Sullo sfondo, infatti, pesano il calo della natalità e il progressivo passaggio dei baby boomers verso fasce d’età più anziane, con l’effetto di ridurre il numero di giovani in ingresso rispetto ai lavoratori che escono dal mercato.
Secondo un’elaborazione di Veneto Lavoro richiamata durante l’incontro, per mantenere in equilibrio l’attuale mercato occupazionale di circa 2,2 milioni di occupati serviranno almeno 189 mila nuovi lavoratori: 109 mila nella fascia 15-64 anni e altri 80 mila over 64.
Dentro questo scenario, la domanda posta da Marini è se abbia ancora senso investire sui giovani anche sapendo che potrebbero restare in azienda per un periodo limitato. La risposta, nel confronto trevigiano, è stata positiva: investire conviene comunque, perché rafforza reputazione e memoria dell’impresa. Ma con una consapevolezza precisa: le generazioni cambiano rapidamente e la normalità, oggi, è il cambiamento.