Udine, anteprima al Visionario: i riti delle montagne friulane diventano cinema

Udine, al Visionario l’anteprima del documentario sui riti delle montagne friulane tra memoria e tradizione.

23 aprile 2026 16:08
Udine, anteprima al Visionario: i riti delle montagne friulane diventano cinema -
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UDINE - Martedì 5 maggio alle ore 20.00, al Visionario – Sala Astra di Udine, si svolgerà la serata di anteprima del documentario “Quello che resta. Tre riti nelle montagne del Friuli”, prodotto da Snait Società Cooperativa, diretto da Marco D’Agostini e con le interviste di Marta Pascolini. L’evento rientra nel cartellone di anteprime di vicino/lontano 2026 ed è promosso in collaborazione con la Setemane de culture furlane della Società Filologica Friulana, all’interno di un percorso condiviso di valorizzazione delle culture del territorio. Prima della proiezione, saranno proprio il regista Marco D’Agostini e l’antropologa Marta Pascolini a presentare il film, della durata di 50 minuti, al termine del quale i protagonisti dello stesso, direttamente dalle loro tre realtà, racconteranno la loro esperienza.

Il documentario attraversa tre comunità montane del Friuli Venezia, intrecciando in un unico flusso narrativo la preparazione e lo svolgersi di tre ritualità ancora vive: il Pust a Rodda, la rappresentazione del Venerdì Santo a Erto e la notte delle Cidules a Cercivento, quando rotelle di legno infuocate solcano il cielo come stelle cadenti. Tre riti diversi per origine e forma, ma che condividono un forte significato collettivo: il legame con la montagna come spazio abitato, la comunità come pratica quotidiana, la tradizione come scelta contemporanea.

Al centro del film c’è la dimensione concreta del “fare” comunitario: i gesti, le attese, i preparativi, le voci di chi custodisce e rinnova questi patrimoni, in dialogo con un contesto segnato da significative trasformazioni sociali. Quello che resta è anche un lavoro sul tempo e sulla memoria: non un racconto nostalgico, ma un’osservazione ravvicinata di ciò che continua a vivere quando i riti restano linguaggio condiviso e possibile strumento di appartenenza.

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