Alex Zanardi: «proclamato il lutto regionale». In Veneto l’ultimo abbraccio al campione
Il Veneto proclama il lutto regionale per l’ultimo saluto ad Alex Zanardi: martedì 5 maggio i funerali nella Basilica di Santa Giustina a Padova
Il Veneto si stringe attorno alla famiglia di Alex Zanardi. Dopo la scomparsa del campione, avvenuta nella serata di venerdì 1 maggio 2026 e annunciata dai familiari il giorno successivo, il dolore nazionale ha trovato nel Padovano il suo centro più intimo: Noventa Padovana, dove Zanardi aveva scelto di vivere con la moglie Daniela e il figlio Niccolò, e Padova, dove martedì 5 maggio alle 11 è previsto l'ultimo saluto nella Basilica di Santa Giustina, in Prato della Valle.
La parola più usata in queste ore è lutto. Lutto sportivo, perché Zanardi ha attraversato Formula 1, CART, turismo, handbike e Paralimpiadi lasciando un segno raro. Lutto civile, perché la sua storia non apparteneva soltanto agli appassionati di motori o di sport paralimpico. Lutto veneto, perché questa regione era diventata la sua casa e perché da qui, negli anni più difficili, è arrivata una forma di rispetto silenzioso: vicinanza senza invasione, affetto senza curiosità morbosa, protezione della famiglia e della riservatezza.
Al momento delle verifiche disponibili, le fonti ufficiali della Regione Veneto hanno espresso cordoglio istituzionale e il lutto cittadino è stato indicato a Noventa Padovana e Bologna per il giorno delle esequie. Non risulta, dalle pagine ufficiali consultate, un decreto regionale di lutto su tutto il territorio veneto già pubblicato: per questo il punto corretto è parlare di Veneto in lutto, con Noventa Padovana e Bologna unite nell'ultimo saluto. La Regione, attraverso il presidente Alberto Stefani, ha ricordato Zanardi come un campione capace di dimostrare che, anche nelle difficoltà, "l'ultima parola spetta sempre all'uomo", alla sua forza di volontà e al suo coraggio. Il comunicato è pubblicato sul sito della Regione del Veneto.
Su Nordest24 la notizia della morte di Zanardi è stata raccontata nell'articolo "E' morto Alex Zanardi: addio al campione paralimpico". Ma l'addio di queste ore chiede qualcosa di più di una cronaca. Chiede di capire perché una vita segnata da due incidenti devastanti sia diventata, per milioni di persone, una storia di intelligenza, ironia, disciplina, sport, disabilità, tecnologia, famiglia e rinascita.
Il Veneto che lo aveva adottato
Alex Zanardi era nato a Bologna il 23 ottobre 1966, ma da molti anni il suo presente familiare era legato al Veneto. Noventa Padovana era diventata la sua casa, il luogo della vita quotidiana, il punto in cui la figura pubblica del campione lasciava spazio alla dimensione privata dell'uomo, del marito, del padre, del vicino di casa. Per questo la reazione del territorio ha un peso particolare: il Veneto non sta salutando soltanto un grande atleta italiano, ma una persona che aveva scelto questa terra per vivere e per proteggere gli affetti più importanti.
Nel comunicato ufficiale della Regione Veneto, il presidente Alberto Stefani ha ricordato proprio questo legame: Zanardi aveva scelto il Veneto come casa e aveva dimostrato verso la regione un profondo affetto. E il presidente del Consiglio regionale Luca Zaia, in una nota pubblicata dal Consiglio regionale del Veneto, ha parlato di un uomo capace di trasformare sofferenza in coraggio e coraggio in speranza. Parole istituzionali, certo, ma in questo caso non suonano fredde: Zanardi era davvero una figura capace di attraversare confini politici, sportivi e generazionali.
La scelta della Basilica di Santa Giustina, a Padova, per le esequie del 5 maggio aggiunge un altro significato. Padova non è soltanto la grande città vicina alla sua casa veneta. È anche il luogo dove il saluto pubblico può raccogliere una comunità più ampia: il mondo dello sport, le istituzioni, gli amici, gli atleti paralimpici, i cittadini che in Zanardi hanno visto un riferimento. Secondo le informazioni diffuse nelle ultime ore, Noventa Padovana e Bologna osserveranno il lutto cittadino nel giorno del funerale, come riportato da Sky Sport.
Una morte annunciata con poche parole, nel rispetto della famiglia
La famiglia ha comunicato la scomparsa di Alessandro Zanardi con poche parole, chiedendo rispetto per il dolore e per la privacy. È un dettaglio importante, perché negli ultimi anni la vita di Zanardi era rimasta lontana dai riflettori. Dopo l'incidente del 2020 in handbike, le sue condizioni erano state seguite con grande attenzione pubblica, ma la famiglia aveva progressivamente scelto il silenzio e la tutela della sfera privata. Oggi quel silenzio va rispettato ancora di più.
Per questo ogni ricostruzione deve fermarsi ai fatti accertati: Zanardi è morto a 59 anni nella serata del 1 maggio 2026; la notizia è stata annunciata il 2 maggio; i familiari hanno parlato di una morte serena, circondato dall'affetto delle persone più vicine, senza indicare una causa. La stessa linea prudente emerge dal lancio dell'Associated Press, che ha ricostruito la notizia evitando dettagli non comunicati dalla famiglia.
In un tempo in cui la cronaca spesso pretende di entrare in ogni spazio privato, la storia di Zanardi chiede invece misura. Si può raccontare il campione, l'atleta, l'esempio pubblico, il legame con il Veneto, il valore della sua opera. Non serve invadere gli ultimi anni, né trasformare la malattia e la fragilità in spettacolo. Anche questa è una forma di rispetto verso chi ha dato tanto senza mai chiedere compassione.
Dai kart alla Formula 1: il talento prima della leggenda
Prima di diventare il simbolo della rinascita, Alex Zanardi fu un pilota vero. Non un personaggio costruito dopo la tragedia, ma un talento cresciuto nei kart, passato attraverso le formule minori e arrivato alla Formula 1. Negli anni Novanta gareggiò con Jordan, Minardi, Lotus e Williams, attraversando un automobilismo molto diverso da quello attuale: più ruvido, meno controllato, segnato da rischi maggiori e da carriere che spesso si giocavano in poche occasioni.
La Formula 1 non fu per lui il luogo dei grandi risultati, ma fu una tappa importante. Il vero salto internazionale arrivò negli Stati Uniti, nel campionato CART, dove Zanardi trovò la dimensione tecnica e agonistica più adatta al suo stile. Vinse due titoli consecutivi nel 1997 e nel 1998, diventando uno dei piloti più riconoscibili della categoria. Per il pubblico americano non era soltanto veloce: era spettacolare, comunicativo, capace di portare in pista una forma di entusiasmo immediatamente riconoscibile.
Il suo nome resta legato anche a manovre entrate nella memoria degli appassionati, come il sorpasso al Corkscrew di Laguna Seca nel 1996. Ma ridurre Zanardi a una sequenza di risultati sarebbe limitante. Il suo talento era un misto di istinto, coraggio, capacità tecnica e intelligenza narrativa. Zanardi sapeva guidare e sapeva raccontare. Sapeva vincere e sapeva far capire perché quella vittoria contava.
La Formula 1 lo ha ricordato con un tributo pubblicato sul sito ufficiale, definendolo ex pilota e campione paralimpico scomparso a 59 anni. Il ricordo è disponibile su Formula1.com.
Il 2001: l'incidente che sembrava chiudere tutto
Il 15 settembre 2001, al Lausitzring, in Germania, la vita di Zanardi cambiò per sempre. Durante una gara CART, un incidente terribile gli causò l'amputazione di entrambe le gambe. Rischiò la morte. Per molti, quella sarebbe stata la fine di tutto: della carriera, della velocità, del rapporto con la pista, forse anche dell'identità pubblica costruita fino a quel momento.
Per Zanardi fu invece l'inizio di una seconda vita, ma è importante dirlo senza semplificare. Non ci fu nulla di facile, nulla di automatico, nulla di romantico nel senso banale del termine. Ci furono dolore, interventi, riabilitazione, protesi, fatica, adattamenti, prove, errori, tecnologia, studio, famiglia, medici, amici, disciplina. La sua rinascita non fu un miracolo improvviso: fu un lavoro, una costruzione quotidiana.
Il tratto più impressionante di Zanardi fu proprio questo: non negò la tragedia, ma rifiutò di farsi definire soltanto da essa. Tornò a guidare con auto adattate, si rimise in gioco nelle competizioni turismo, vinse ancora, e nel 2003 tornò simbolicamente sul circuito tedesco per completare quei giri che l'incidente gli aveva impedito di concludere. Era un gesto sportivo, ma anche una dichiarazione: la vita non riparte cancellando il trauma, riparte attraversandolo.
L'handbike e le Paralimpiadi: quando la rinascita diventa vittoria
La terza vita pubblica di Zanardi arrivò con l'handbike. Non come passatempo, non come terapia esibita, ma come sport ad altissimo livello. Ai Giochi Paralimpici di Londra 2012 conquistò due ori e un argento; a Rio 2016 aggiunse altri due ori e un argento. Il totale paralimpico, quattro ori e due argenti, racconta la grandezza dell'atleta. Ma anche qui il dato non basta.
La scena di Londra 2012, con Zanardi che solleva la handbike a Brands Hatch, è una delle immagini più potenti dello sport italiano recente. Non solo perché vinceva un ex pilota su un circuito dove aveva già corso in passato. Ma perché quella vittoria spostava lo sguardo sulla disabilità. Non più mancanza, non più pietà, non più margine. Sport, talento, allenamento, prestazione, bellezza del gesto atletico. Il Comitato Paralimpico Internazionale ha ricordato negli anni più volte il valore di quelle imprese, anche nella pagina dedicata al premio SportAccord Sport Hero assegnato a Zanardi, disponibile su Paralympic.org.
Zanardi non rese "accettabile" la disabilità perché vinceva. Sarebbe un messaggio sbagliato. La rese visibile in una forma diversa: non come confine definitivo, ma come condizione da abitare con strumenti, intelligenza, relazioni e possibilità. Questa è forse la parte più importante della sua eredità. Il suo esempio non dice che tutti devono essere campioni. Dice che una società seria deve dare a tutti la possibilità di scoprire fin dove possono arrivare.
Obiettivo3: l'eredità più concreta
Tra le cose che resteranno di Zanardi c'è Obiettivo3, il progetto nato dalla sua idea per avvicinare persone con disabilità allo sport paralimpico. Non solo una fondazione simbolica, ma un centro di ascolto, reclutamento, supporto tecnico ed economico, orientamento verso la pratica sportiva. Il sito ufficiale Obiettivo3 spiega la missione: coinvolgere atleti con disabilità, accompagnarli nello sport, offrire competenze, sostegno e una visione comune.
Questo passaggio è decisivo. Zanardi non si limitò a essere un esempio individuale. Provò a trasformare la propria esperienza in una struttura utile ad altri. L'idea era semplice e potentissima: se lo sport aveva dato a lui una nuova forma di libertà, allora bisognava rendere quella possibilità accessibile anche ad altre persone. Non come gesto caritatevole, ma come diritto alla prova, alla fatica, alla competizione, alla dignità.
Nordest24 aveva raccontato nel 2021 il passaggio della staffetta Obiettivo Tricolore a San Vito al Tagliamento, nel segno di Alex Zanardi: La staffetta Obiettivo Tricolore riparte da San Vito. Quella iniziativa mostrava bene la parte più viva del suo messaggio: attraversare l'Italia, unire comunità, dare visibilità agli atleti, far capire che lo sport paralimpico non è un settore minore ma una delle forme più alte dello sport.
Il Veneto, in questo senso, ha un terreno fertile. Lo dimostrano le tante iniziative dedicate allo sport paralimpico e all'inclusione, come il Gran Galà Paralimpico Veneto 2025 raccontato da Nordest24, oppure il protocollo dell'Ulss4 per promuovere lo sport tra le persone con disabilità, di cui abbiamo scritto nell'articolo Ulss4, primo protocollo di promozione dello sport per le persone con disabilità. Sono storie diverse, ma dentro la stessa direzione culturale: includere non a parole, ma creando occasioni reali.
Il 2020: l'incidente in handbike e gli anni del silenzio
Il 19 giugno 2020 arrivò il secondo grande trauma. Zanardi rimase gravemente ferito in Toscana, durante una manifestazione in handbike, in uno scontro con un camion. Le sue condizioni furono subito gravissime. Seguirono interventi, ricoveri, trasferimenti, riabilitazione, lunghi periodi lontano dalla scena pubblica. Il Paese seguì ogni aggiornamento con apprensione, ma col passare del tempo le informazioni divennero più rare, nel rispetto della famiglia.
Nel 2022 Nordest24 raccontò il rientro a casa dopo un ricovero all'ospedale di Vicenza, successivo all'incendio che aveva compromesso alcuni macchinari necessari all'assistenza domestica: Alex Zanardi rientra a casa, dimesso dall'ospedale di Vicenza. Anche quella notizia mostrava quanto il legame tra Zanardi e il Veneto fosse diventato concreto: casa, cura, ospedali, comunità, protezione.
Gli ultimi anni non devono essere letti come una parentesi opaca da riempire con ipotesi. Sono stati anni privati. E questa privacy è parte della storia. Dopo una vita vissuta spesso davanti alle telecamere, Zanardi aveva diritto a uno spazio non narrato. Il compito del giornalismo, oggi, non è forzare quel confine. È raccontare ciò che la sua vita pubblica ha significato e ciò che il territorio sta esprimendo nel momento dell'addio.
Perché Zanardi parlava anche a chi non seguiva lo sport
Il punto più forte della figura di Zanardi è che non serviva essere esperti di motori, CART, Formula 1 o handbike per capirne la grandezza. Parlava a tutti perché metteva insieme due cose rare: eccellenza e umanità. Era un campione, ma non sembrava distante. Aveva vissuto dolori enormi, ma non li trasformava in una posa. Era capace di ironia, di leggerezza, di sorridere senza negare la fatica. Per questo il suo esempio è entrato nel linguaggio comune.
La retorica della "resilienza" spesso consuma le persone, trasformandole in slogan. Con Zanardi bisogna stare attenti a non cadere in questa trappola. La sua forza non stava nel fingere che tutto fosse semplice. Stava nel guardare la realtà per quella che era e nel cercare una soluzione. Dopo l'incidente del 2001, progettò anche parti delle sue protesi, studiò adattamenti, cambiò sport, cambiò strumenti, cambiò modo di competere. Non si limitò a "resistere": immaginò nuove forme di vita.
Questo è il messaggio più adulto. Non tutti possono vincere medaglie paralimpiche. Non tutti possono tornare in pista. Non tutti hanno le stesse risorse, lo stesso sostegno, la stessa salute, la stessa fortuna. Ma tutti possono ricevere da Zanardi una domanda: davanti a un limite, esiste un modo diverso di guardarlo? Esiste una persona da chiamare, uno strumento da cercare, una disciplina da imparare, una comunità da costruire?
Il cordoglio dello sport e delle istituzioni
Il cordoglio per la morte di Zanardi ha attraversato istituzioni, sport e mondo internazionale. Il CONI ha disposto un minuto di silenzio nelle manifestazioni sportive del fine settimana, un gesto che ha portato il suo nome su campi, piste, palazzetti e manifestazioni in tutta Italia. La Formula 1, la FIA, il mondo del ciclismo e il movimento paralimpico hanno ricordato il suo percorso come una storia capace di superare le appartenenze sportive.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha indicato come un punto di riferimento che supera lo sport, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di un campione capace di trasformare ogni sfida in una lezione di coraggio, forza e dignità. Sono parole che spiegano perché l'addio a Zanardi non sia rimasto confinato alle pagine sportive. La sua storia appartiene anche alla cronaca civile del Paese.
Nel Nordest, il dolore assume un colore particolare perché si concentra attorno a Padova e Noventa. Non è solo il territorio del funerale. È il territorio della vita privata, della casa scelta, degli anni di cura e riservatezza. Per questo il Veneto in lutto non è soltanto una formula emotiva: è il riconoscimento di un legame reale.
Cosa resta di Alex Zanardi
Resta il pilota che vinse in America e seppe accendere l'immaginazione di chi amava le corse. Resta l'uomo che dopo il 2001 rifiutò di essere definito soltanto da un incidente. Resta l'atleta che fece dell'handbike una disciplina seguita da milioni di persone. Resta il fondatore di Obiettivo3, con il sogno di portare nello sport persone che altrimenti sarebbero rimaste ai margini. Resta il cittadino veneto d'adozione, protetto da una comunità che in questi anni ha imparato a volergli bene anche nel silenzio.
Resta soprattutto una lezione difficile da ridurre a una frase. Zanardi non ha insegnato semplicemente a "non mollare". Ha insegnato qualcosa di più complesso: che la vita può cambiare forma, che il corpo può cambiare strumenti, che l'identità può attraversare una frattura senza scomparire, che la tecnologia può diventare libertà, che lo sport può essere cura e competizione insieme, che il sorriso non cancella il dolore ma può impedirgli di occupare tutto lo spazio.
Il 5 maggio, a Padova, il saluto pubblico sarà un momento di dolore. Ma sarà anche una restituzione. Il Veneto, Bologna, il mondo dello sport e tanti cittadini comuni accompagneranno Alex Zanardi non solo per ciò che ha vinto, ma per ciò che ha reso possibile immaginare. E forse è questa la forma più alta dell'eredità di un campione: continuare a muovere qualcosa anche quando la corsa è finita.
Domande e risposte
Quando è morto Alex Zanardi?
Alex Zanardi è morto nella serata di venerdì 1 maggio 2026, all'età di 59 anni. La notizia è stata annunciata dalla famiglia sabato 2 maggio 2026.
Dove si terranno i funerali di Alex Zanardi?
I funerali sono previsti martedì 5 maggio 2026 alle ore 11 nella Basilica di Santa Giustina, in Prato della Valle, a Padova.
Perché il Veneto è in lutto per Zanardi?
Zanardi viveva da anni a Noventa Padovana con la famiglia e aveva scelto il Veneto come casa. La Regione Veneto ha espresso cordoglio ufficiale e Noventa Padovana ha annunciato il lutto cittadino per il giorno delle esequie.
Quante medaglie paralimpiche ha vinto?
Alex Zanardi ha conquistato quattro medaglie d'oro e due d'argento ai Giochi Paralimpici tra Londra 2012 e Rio 2016.
Cos'è Obiettivo3?
Obiettivo3 è il progetto ideato da Alex Zanardi per avvicinare persone con disabilità allo sport paralimpico, offrendo ascolto, orientamento, supporto tecnico ed economico.