Da piazza San Marco a Dorsoduro: due tappe per scoprire i giovani artisti di Bevilacqua La Masa
La mostra “Da cosa nasce cosa” è aperta dal 9 ottobre al 22 novembre in due sedi veneziane: indirizzi, percorso e le verifiche da fare prima di partire.
VENEZIA – Per chi cerca un appuntamento culturale da scegliere con calma nelle prossime settimane, non una corsa fra inaugurazioni e palinsesti, Da cosa nasce cosa offre una soluzione precisa: una sola mostra, ma in due sedi storiche della Fondazione Bevilacqua La Masa. L’esposizione, aperta da venerdì 9 ottobre a domenica 22 novembre 2026, riunisce il lavoro di 28 artisti under 30 che hanno partecipato agli Atelier 2025-2026. Le tappe sono la Galleria di Piazza San Marco, in San Marco 71/c, e Palazzetto Tito, in Dorsoduro 2826.
La scelta utile per il lettore non è trattare i due indirizzi come una lista da spuntare in fretta. Sono due sedi in sestieri diversi, con un passaggio a piedi che richiede tempo e con opere pensate come parti di un unico progetto curatoriale. Conviene quindi decidere prima se dedicare alla mostra un’unica uscita lunga oppure due visite distinte. La scheda aggiornata del Comune di Venezia conferma date, sedi e progetto, ma non pubblica orari di apertura, tariffe o una modalità di prenotazione: questi elementi vanno verificati direttamente con la Fondazione prima di partire, senza usare informazioni di mostre precedenti.
Una mostra, due quartieri: perché l’itinerario va scelto prima
La prima sede è la Galleria di Piazza San Marco, all’indirizzo San Marco 71/c. È la tappa più naturale per chi è già nel cuore della città o arriva per una visita nel sestiere. La seconda è Palazzetto Tito, Dorsoduro 2826. Non sono due sale nello stesso complesso: il cambio di sestiere è parte concreta della visita e richiede di non costruire un programma troppo compresso attorno a un solo orario.
La mostra non dichiara una gerarchia fra le sedi né propone, nelle informazioni ufficiali disponibili, un percorso a tempo, una visita guidata inclusa o un biglietto cumulativo. Per questo il consiglio più prudente è semplice: non promettersi di vedere tutto in una pausa breve. Chi dispone soltanto di un’ora può scegliere una sede e tornare in un altro giorno; chi vuole comprendere l’insieme può tenere libera una mezza giornata, lasciando margine per il tragitto e per l’eventuale accesso regolato dalle sedi.
È un’impostazione diversa dalle rassegne diffuse con centinaia di appuntamenti. Durante la recente Venice Glass Week tra Venezia, Murano e Mestre, per esempio, la difficoltà era selezionare eventi molto numerosi e dispersi. Qui il numero di luoghi è ridotto e il vantaggio sta proprio nella possibilità di guardare con attenzione due capitoli dello stesso progetto, senza confondere la mostra con un circuito da completare tutto in una giornata.
Che cosa si trova nelle due sedi
Da cosa nasce cosa è la mostra conclusiva degli Atelier 2025-2026, programma che mette a disposizione studi agli artisti in collaborazione fra Fondazione Bevilacqua La Masa e Fondazione Musei Civici di Venezia. Al centro non c’è una sola tecnica né un unico tema iconografico: la presentazione ufficiale indica pittura, fotografia, installazione, video, performance, documentario e pratiche di ricerca. È quindi un’esposizione adatta a chi vuole avvicinarsi all’arte contemporanea attraverso approcci differenti, non una monografica da leggere attraverso un solo autore.
I 28 partecipanti sono Irene Mathilda Alaimo, Daniele Antoniazzi, Nina Baietta, Anna Benetti, Martina Biolo, bottega hospites, Nuvola Camera, C. A. Castro Lobato, Paola Cenati, Cecilia Cocco, Ilaria Costaglia, Giorgio Maria Crescentini, Barbara Koller D’Alessandro, Enzo e Barbara, Simone Fochesato, Giulia Gaffo, Ketty Gobbo, Federica Gottardello, Hetty Laycock, Besnik Lushtaku, Rovers Malaj, Carlotta Mazzariol, Sara Pacucci, Isabella Ponte, Lorenzo Seano, Irene Stellin, Tommaso Viccaro e Zeroscena. L’elenco è utile non come catalogo da memorizzare, ma per capire la scala dell’allestimento: si entra in un confronto fra ricerche autonome, non in una mostra di poche opere.
La curatela è di Camilla Mozzato. Il titolo riprende il libro di Bruno Munari e mette l’accento sul processo: tentativi, cambi di linguaggio, incontri e sperimentazioni maturati lungo la residenza. Per il visitatore questo aiuta a impostare lo sguardo. Non occorre cercare una tendenza unica che tenga insieme i 28 nomi; è più utile osservare come materiali e formati diversi costruiscano una fotografia della ricerca giovane nel momento in cui è ancora in divenire.
La tappa di piazza San Marco
La Galleria di Piazza San Marco può essere la scelta più pratica per chi ha già programmato una giornata nel centro storico. L’indirizzo ufficiale, San Marco 71/c, va salvato con precisione: dire soltanto “in piazza San Marco” è meno utile quando si arriva tra calli e flussi di visitatori. La vicinanza alla zona monumentale consente di affiancare la tappa a una passeggiata nel sestiere, ma non autorizza a dedurre orari o accessi da altri musei della zona.
Chi vuole visitare la mostra in una mattina o in un primo pomeriggio può partire da qui e decidere soltanto dopo se proseguire verso Dorsoduro. È una scelta sensata soprattutto in caso di tempo incerto o se si viaggia con ritmi diversi all’interno dello stesso gruppo. La condizione pratica decisiva resta la verifica dell’apertura effettiva del giorno scelto: l’evento è confermato fino al 22 novembre, ma la pagina istituzionale non sostituisce le indicazioni operative della sede.
Palazzetto Tito e il passaggio a Dorsoduro
Palazzetto Tito, in Dorsoduro 2826, è la seconda tappa. Qui la visita assume un ritmo diverso: non va considerata un’aggiunta automatica a una passeggiata attorno a San Marco, ma una destinazione con un proprio arrivo. Il consiglio è uscire dalla prima sede solo dopo avere valutato il tempo reale rimasto, il passo del gruppo e le condizioni di apertura pubblicate dalla Fondazione.
La distanza culturale fra le due sedi è però un punto di forza, non un ostacolo. Spostarsi permette di cambiare contesto urbano e di evitare la fruizione frettolosa che spesso trasforma Venezia in una successione di fotografie. Chi segue già la scena contemporanea cittadina può collocare questa esperienza accanto alla recente apertura del MUVEC di Mestre, senza sovrapporre programmi e date: sono luoghi e proposte diversi, ma raccontano una città che distribuisce le occasioni artistiche fra centro storico e terraferma.
Quando andare e cosa non dare per scontato
La finestra di visita è ampia: dal 9 ottobre al 22 novembre 2026. Non c’è dunque l’urgenza di concentrare la visita nel primo fine settimana. Anzi, per chi vive in Veneto o arriva da fuori città, scegliere un giorno feriale o un fine settimana meno affollato può rendere più agevole organizzare il trasferimento fra le due sedi. Questa è una valutazione di buon senso, non una garanzia di minore affluenza: per l’accesso conta sempre quanto comunicato dagli organizzatori.
Ci sono tre dettagli da controllare prima di partire. Il primo è l’orario di ciascuna sede nel giorno desiderato. Il secondo è la tariffa, perché la fonte istituzionale che conferma la mostra non ne indica una. Il terzo è l’eventuale prenotazione, che non va né presunta né esclusa in assenza di una comunicazione operativa. Se una di queste informazioni non è disponibile, è più corretto rinviare la scelta dell’orario che basare il viaggio su dati ereditati da precedenti stagioni espositive.
Vale anche la pena non confondere l’esposizione attuale con il seguito già annunciato. Dal 3 dicembre 2026 al 9 maggio 2027 il progetto proseguirà alla Casermetta 9 di Forte Marghera. Non è una terza sede da raggiungere ora: è una fase successiva, in un altro periodo e in un altro contesto urbano. Separare le date evita il più comune equivoco pratico, cioè impostare per ottobre un itinerario che la programmazione ufficiale colloca invece da dicembre in avanti.
Un appuntamento per chi cerca arte contemporanea senza una formula preconfezionata
La mostra merita soprattutto se si cerca un’esperienza culturale che non coincida con la solita visita alle grandi collezioni permanenti. La Fondazione Bevilacqua La Masa lavora da oltre un secolo con le nuove generazioni artistiche; gli Atelier attuali sono ospitati tra Palazzo Carminati, il complesso dei Santi Cosma e Damiano alla Giudecca e l’Emeroteca dell’Arte di Mestre. Il risultato esposto non va quindi letto come un evento isolato, ma come l’esito pubblico di quasi un anno di studi, incontri e lavoro.
Per questo non serve arrivare con una preparazione specialistica. Una buona scelta è fermarsi davanti alle opere che chiedono più tempo, alternare i linguaggi e lasciare che siano i due spazi a modificare il modo di guardare. Chi desidera seguire altri appuntamenti cittadini può tenere d’occhio anche il calendario culturale di ottobre dell’Ateneo Veneto, che propone iniziative differenti e non collegate alla mostra: è un modo per costruire un secondo momento della giornata, soltanto dopo aver verificato compatibilità di date e orari.
La scelta più lineare resta quindi questa: una sede per una visita breve, entrambe per chi ha tempo e desidera vedere il progetto nel suo insieme. Le date e gli indirizzi sono confermati; per orari, costi e accesso, la verifica con la Fondazione prima di uscire non è un dettaglio burocratico ma il passaggio che rende davvero praticabile l’itinerario.