Edoardo Zattin morto per un pugno in palestra, il padre a Nordest24: «Vogliamo la verità» | VIDEO

L'intervista esclusiva di Nordest24 a Enrico Zattin, padre di Edoardo, morto a 18 anni dopo aver ricevuto un pugno in palestra.

03 aprile 2026 21:24
Edoardo Zattin morto per un pugno in palestra, il padre a Nordest24: «Vogliamo la verità» | VIDEO -
Condividi

PADOVA - A oltre tre anni dalla morte di Edoardo Zattin, il dolore resta intatto e si accompagna a una domanda che continua a pesare ogni giorno nella vita della sua famiglia: sapere fino in fondo cosa sia accaduto in quella palestra di Monselice il 22 febbraio 2023. La vicenda del ragazzo, morto a soli 18 anni dopo un colpo ricevuto durante un allenamento di boxe, continua infatti a lasciare aperti interrogativi profondi, nonostante il procedimento penale abbia già portato a una definizione giudiziaria con il patteggiamento dei tre indagati.

Per la prima volta, in esclusiva a Nordest24 parla il papà di Edoardo, Enrico Zattin, che ripercorre una giornata diventata un dramma familiare e un caso giudiziario.

La giornata del 22 febbraio

Quel giorno Edoardo aveva seguito la sua routine quotidiana: scuola, compiti e poi l’allenamento serale nella palestra che frequentava a Monselice. Una giornata senza segnali particolari, identica a molte altre vissute da un ragazzo di 18 anni con abitudini semplici, passioni sincere e una vita ancora tutta da costruire.

Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, Edoardo frequentava la struttura con una semplice tessera di iscrizione alla palestra e non risultava tesserato alla Federazione pugilistica italiana. Un elemento che oggi assume un peso centrale anche nella ricostruzione complessiva dei fatti, perché porta inevitabilmente a interrogarsi sul tipo di attività svolta quella sera sul ring e sulle modalità dell’allenamento. Tra le 19:15 e le 19:25 il giovane sarebbe stato colpito con un pugno molto violento sopra l’occhio sinistro.

I minuti decisivi e l’arrivo dei soccorsi

Uno dei punti più delicati rimasti al centro dell’attenzione riguarda proprio la gestione dell’emergenza nei minuti successivi. Secondo quanto contestato, la chiamata al Suem sarebbe arrivata quasi un’ora dopo rispetto al momento in cui il ragazzo aveva già mostrato condizioni gravissime. Edoardo venne poi trasportato d’urgenza a Padova, dove i medici si trovarono davanti a un quadro clinico devastante: frattura della teca cranica e una grave emorragia interna.

Il ricovero e il dramma in ospedale

Nel reparto di neurochirurgia i sanitari tentarono un intervento estremo per salvargli la vita. Ogni possibilità venne percorsa, ma Edoardo non riuscì più a riprendersi. Il 24 febbraio arrivò la notizia più dolorosa: il ragazzo morì dopo due giorni di lotta.

Le versioni contrastanti e il nodo delle responsabilità

Uno degli aspetti più dolorosi per i familiari resta il fatto che, fin dall’inizio, siano emerse versioni differenti su ciò che accadde realmente in palestra. L’allenatore avrebbe sostenuto che "non c’è stato nessun colpo, lui era accanto", una dichiarazione che continua ad alimentare interrogativi e amarezza nella famiglia, convinta che non tutto sia stato chiarito.

Le indagini si sono chiuse con l’accusa di cooperazione in omicidio colposo nei confronti di tre persone: due rappresentanti legali della palestra e l’istruttore.

Il procedimento si è concluso con il patteggiamento: due anni con sospensione della pena per l’istruttore e un anno con sospensione della pena per i due rappresentanti legali.

"A oggi non so chi lo ha ammazzato"

Tra le frasi che più colpiscono nel racconto della famiglia c’è quella che racchiude tutto il peso di una ferita ancora aperta: "A oggi non so chi lo ha ammazzato" racconta il padre. Non è soltanto il dolore della perdita, ma anche quello di non avere una ricostruzione pienamente condivisa di quanto successo in quei minuti decisivi. Per i genitori resta difficile accettare che attorno a una tragedia così grave possano esserci ancora silenzi, omissioni o ricostruzioni incomplete.

L’appello finale alla verità

Da questa vicenda nasce anche un appello più ampio: la necessità che davanti alla morte non ci siano zone d’ombra. Per la famiglia di Edoardo la verità resta un dovere morale prima ancora che giudiziario, soprattutto quando a mancare è un ragazzo di appena 18 anni.

Un richiamo che supera il singolo caso e si rivolge a chiunque si trovi davanti a responsabilità, testimonianze e ricostruzioni che possono fare la differenza.

Le migliori notizie, ogni giorno, via e-mail