Friuli, cinquant’anni dopo il terremoto: la lezione politica e civile nata dalle macerie del 1976

A Pozzuolo del Friuli la serata dedicata a Giuseppe Zamberletti riapre il racconto della ricostruzione.

24 aprile 2026 22:48
Friuli, cinquant’anni dopo il terremoto: la lezione politica e civile nata dalle macerie del 1976 -
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Pozzuolo del Friuli torna a guardare al 1976 non soltanto come a una ferita della memoria, ma come a uno snodo decisivo della storia contemporanea del Friuli Venezia Giulia. La serata “Dalle macerie del 6 maggio 1976, la rinascita del Friuli”, promossa dal Gruppo di ricerche storiche “Aghe di Poç” insieme al gruppo comunale di Protezione civile, ha riportato al centro il senso profondo della ricostruzione friulana: non solo case ricostruite, ma una visione politica, amministrativa e civile capace di cambiare il destino di un territorio.

L’iniziativa, inserita nel programma per il cinquantesimo anniversario del terremoto del 1976, è stata anche un omaggio a Giuseppe Zamberletti, figura centrale nella nascita della moderna Protezione civile italiana e protagonista del modello di intervento che avrebbe segnato il dopo sisma in Friuli.

Alla serata ha partecipato l’assessore regionale alla Protezione civile, Riccardo Riccardi, che ha scelto una chiave precisa: il post terremoto non fu soltanto una fase di riparazione, ma una vera “ricostruzione-sviluppo”.

“Il post ’76 ci ha lasciato la grande lezione di una classe dirigente che ha saputo attuare una vera ricostruzione-sviluppo, immaginando una prospettiva futura per una terra capace di trasformarsi, realizzando infrastrutture per porsi di fatto al centro dell’Europa”, ha affermato Riccardi.

l'assessore regionale alla Protezione civile, Riccardo Riccardi, a Pozzuolo del Friuli
l'assessore regionale alla Protezione civile, Riccardo Riccardi, a Pozzuolo del Friuli

La ricostruzione come progetto di futuro

Il punto centrale emerso a Pozzuolo è proprio questo: il Friuli non si limitò a rimettere in piedi ciò che il terremoto aveva distrutto. La ricostruzione diventò una scelta di futuro. Dopo le macerie, la regione seppe immaginarsi diversa, più moderna, più organizzata, più connessa.

È in questa prospettiva che Riccardi ha parlato di “racconto di una storia di successo”, ricordando i protagonisti politici e istituzionali che guidarono quella stagione. Tra questi, i presidenti Antonio Comelli e Adriano Biasutti, ma anche Renzo Travanut, scomparso proprio nelle ore precedenti alla serata.

Nelle parole dell’assessore, il successo del modello friulano non fu casuale. Nacque da una classe dirigente capace di assumersi responsabilità, da amministratori locali coinvolti direttamente, da una forte unità politica nelle scelte decisive e dalla generosità di un sistema di volontariato che sarebbe poi diventato uno dei pilastri della Protezione civile regionale.

“La sfida di quella ricostruzione è stata quella di raccogliere tutto ciò che era accaduto per ricostruirlo in una visione nuova; queste sono le fondamenta che, insieme alla generosità dei nostri volontari, consentono oggi alla Protezione civile di essere il sistema d’eccellenza che conosciamo”, ha sottolineato Riccardi.

Il modello Friuli e il ruolo dei sindaci

Uno dei passaggi più significativi riguarda il decentramento dei poteri ai sindaci. Il modello Friuli si fondò anche sulla fiducia nelle comunità locali e negli amministratori del territorio. Non una ricostruzione calata dall’alto, ma un percorso in cui i Comuni ebbero un ruolo operativo e politico determinante.

Secondo Riccardi, proprio grazie alla visione di Giuseppe Zamberletti, quella struttura riuscì a trasformare il Friuli da terra segnata dall’emigrazione in una regione moderna e integrata nel contesto europeo. Un passaggio storico che ancora oggi viene indicato come esempio di rapporto virtuoso tra Stato, Regione, enti locali e popolazione.

In quel contesto, la politica seppe anche mostrare una capacità oggi spesso evocata con nostalgia: quella di dividersi nel confronto, ma ricompattarsi davanti alle decisioni necessarie. Riccardi ha ricordato una stagione in cui le forze politiche potevano “scontrarsi al mattino” e poi “unirsi nel pomeriggio”, approvando all’unanimità i provvedimenti indispensabili per la rinascita dei territori colpiti.

Non è un dettaglio secondario. La ricostruzione friulana fu anche una prova di maturità istituzionale. Senza quella convergenza, difficilmente la regione avrebbe potuto trasformare una tragedia in un laboratorio amministrativo riconosciuto a livello nazionale.

Da Zamberletti alla Protezione civile di oggi

La figura di Giuseppe Zamberletti attraversa tutta la memoria del dopo terremoto. Il suo nome resta legato alla costruzione di un sistema di intervento moderno, capace di superare l’improvvisazione e di mettere al centro coordinamento, prevenzione, responsabilità territoriale e volontariato.

A Pozzuolo, il richiamo a Zamberletti non è stato soltanto celebrativo. È servito a ricordare che la Protezione civile italiana nasce anche da quelle esperienze, da quelle emergenze, da quella capacità di imparare direttamente sul campo.

Oggi il sistema regionale di Protezione civile del Friuli Venezia Giulia è considerato una realtà d’eccellenza. Ma la sua forza non nasce dal nulla. Ha radici in quella stagione, nella cultura della solidarietà organizzata, nel rapporto tra istituzioni e cittadini, nella consapevolezza che un territorio fragile deve essere preparato prima ancora che colpito.

Non solo memoria: il dovere di trasmettere

Il cinquantesimo anniversario del terremoto del 1976 non può ridursi a una sequenza di commemorazioni. Questa è stata una delle linee più forti del ragionamento di Riccardi. Ricordare significa anche consegnare una responsabilità alle generazioni nate dopo il sisma.

“Noi eravamo ragazzini allora e abbiamo dato il nostro contributo; oggi il nostro compito è raccontare e trasmettere i valori di quella storia ai giovani, affinché possano riconoscere e non dimenticare mai la forza di un popolo che ha saputo rialzarsi dalle macerie”, ha detto l’assessore.

È una questione decisiva. Per chi ha vissuto il 1976, il terremoto è esperienza diretta. Per chi è nato dopo, è racconto, archivio, scuola, famiglia, monumento, fotografia. Il rischio, con il passare del tempo, è che il modello Friuli diventi una formula ripetuta più che una lezione compresa.

Per questo iniziative come quella di Pozzuolo hanno un valore che va oltre la dimensione locale. Servono a tenere insieme testimonianza e analisi, emozione e responsabilità, memoria e futuro.

Le voci della serata

L’incontro, introdotto dal sindaco Gabriele Bressan, è stato condotto da Marta Daneluzzi e Mauro Duca. La serata ha alternato materiali video d’archivio e interventi di protagonisti del sistema di Protezione civile, costruendo un racconto corale sulla rinascita del Friuli.

Tra i presenti anche il direttore della Protezione civile regionale Amedeo Aristei e il suo predecessore Guglielmo Berlasso, figure che rappresentano la continuità del sistema nato dall’esperienza del sisma. Sono intervenuti inoltre il neo comandante dei Vigili del fuoco di Udine, Alessandra Bascià, il consigliere nazionale dell’Ana Andrea Sgobbi e l’ex sindaco di Gemona, Gabriele Marini.

Il richiamo a Gemona, inevitabilmente, porta con sé uno dei simboli più forti della tragedia e della ricostruzione. Così come il coinvolgimento dell’Ana e dei Vigili del fuoco ricorda il ruolo decisivo delle strutture operative, del volontariato e della solidarietà organizzata nei momenti più difficili della storia friulana.

Il Friuli come laboratorio civile

A quasi cinquant’anni dal sisma, la domanda non è soltanto cosa sia accaduto nel 1976. La domanda è cosa quella storia possa ancora dire al Friuli di oggi.

Il territorio è cambiato. Le comunità sono cambiate. I paesi ricostruiti hanno attraversato trasformazioni demografiche, economiche e sociali profonde. Ma la lezione resta attuale: davanti a una crisi, non basta reagire. Bisogna progettare.

È questo il significato più profondo della “ricostruzione-sviluppo” richiamata da Riccardi. Il Friuli seppe rialzarsi perché trasformò l’emergenza in una visione. Non si limitò a riparare i danni, ma costruì infrastrutture, rafforzò istituzioni, diede centralità ai Comuni, sviluppò una cultura della Protezione civile e ridefinì il proprio posto nel Nordest e in Europa.

Oggi, in un tempo segnato da nuove fragilità, dalla crisi climatica al rischio idrogeologico, dalle emergenze sanitarie alle tensioni economiche, quella lezione conserva una forza evidente. Il modello Friuli non appartiene solo al passato. È una domanda rivolta al presente: siamo ancora capaci di trasformare le crisi in occasioni di responsabilità collettiva?

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