Electrolux, la voce di Sergio: "Dietro i 1.700 esuberi ci sono famiglie, mutui e una vita in fabbrica"

Intervista Nordest24 a Sergio Tonetto, dipendente Electrolux, sui 1.700 esuberi annunciati in Italia: paure, lavoro, fabbrica, territorio e attesa del tavolo Mimit.

23 maggio 2026 16:24
Electrolux, la voce di Sergio: "Dietro i 1.700 esuberi ci sono famiglie, mutui e una vita in fabbrica" -
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PORCIA / SUSEGANA. Ci sono numeri che, quando entrano in una notizia, sembrano occupare tutto lo spazio. 1.700 esuberi. Quasi il 40% dell'organico italiano. La chiusura dello stabilimento di Cerreto d'Esi, nelle Marche. La riduzione dei volumi produttivi. Gli scioperi. I presidi. Il tavolo convocato al Ministero delle Imprese e del Made in Italy per lunedì 25 maggio 2026. Ma dietro quei numeri ci sono persone che ogni mattina timbrano, entrano in reparto, parlano con i colleghi, controllano le linee, pensano alla famiglia, al mutuo, ai figli, ai genitori anziani, alla pensione che per alcuni è vicina e per altri è ancora lontanissima.

Per capire che cosa significa vivere dall'interno la vertenza Electrolux, Nordest24 ha raccolto la voce di Sergio Tonetto, dipendente Electrolux. Una conversazione lunga, fatta di memoria operaia, preoccupazione concreta, orgoglio professionale e timore per il futuro. Tonetto non parla solo per sé: racconta lo stato d'animo di chi sente che una fabbrica non è mai soltanto un cancello, ma un pezzo di territorio.

La crisi è esplosa dopo l'annuncio del gruppo svedese di un piano di riorganizzazione che riguarda circa 1.700 posizioni in Italia. Secondo quanto ricostruito da ANSA, il piano prevede anche la chiusura dello stabilimento marchigiano di Cerreto d'Esi e coinvolge i siti italiani del gruppo, tra cui Porcia, Susegana, Forlì e Solaro. Il Mimit ha definito il piano inaccettabile e ha convocato il tavolo nazionale; il ministero ha poi ribadito, in un incontro con le Regioni, la richiesta di ritiro del piano, come indicato nella nota ufficiale Electrolux, Urso e Regioni all'azienda: piano inaccettabile, subito ritiro.

Il contesto: che cosa sta succedendo in Electrolux

La vertenza Electrolux non nasce nel vuoto. Il settore dell'elettrodomestico europeo vive da anni una fase complicata: domanda debole, concorrenza internazionale, costi industriali, energia, riorganizzazioni produttive, spostamenti di volumi e tensioni sui margini. Ma per i lavoratori il punto non è una formula da bilancio: è capire se il proprio posto di lavoro esisterà ancora e quale futuro avranno stabilimenti che per decenni hanno rappresentato competenza, salario, indotto e identità industriale.

Nordest24 segue da tempo le ricadute territoriali delle scelte del gruppo. Nel 2024 aveva raccontato l'avvio della procedura di licenziamento collettivo per 168 impiegati e quadri, con ricadute anche tra Pordenone, Porcia e Susegana nell'articolo Electrolux, scattano i licenziamenti: operai a casa anche a Pordenone, Porcia e Susegana. Sempre Nordest24 aveva documentato le preoccupazioni sollevate nel territorio pordenonese dopo l'inaugurazione di un hub Electrolux in Polonia nell'articolo Electrolux a Pordenone: chiesto un tavolo di settore.

Oggi il salto di scala è enorme. Non si parla più di una singola procedura, ma di una riorganizzazione nazionale che ha spinto i sindacati alla mobilitazione. Secondo ANSA, il piano tocca circa 1.700 posizioni e potrebbe salire a 1.900 considerando l'azzeramento dei contratti a termine, come emerso anche nell'assemblea pubblica organizzata a Porcia contro gli esuberi.

L'intervista

Sergio Tonetto, quando ha sentito parlare per la prima volta dei 1.700 esuberi, qual è stata la sua reazione?

Sergio Tonetto: «La prima reazione è stata il silenzio. Non un silenzio tranquillo, ma quello che arriva quando ti manca l'aria. Uno può essere abituato alle voci, alle fermate, alla cassa, alle discussioni sui volumi. In fabbrica certe parole girano da anni. Ma quando senti 1.700 esuberi, capisci che non è la solita trattativa. Capisci che qualcuno ha messo sul tavolo il futuro di migliaia di famiglie».

Tonetto si ferma spesso sui termini. Non usa mai “tagli” come parola neutra. Per lui un esubero è una persona, non una casella.

«Quando leggo 1.700, io non vedo un numero. Vedo facce. Vedo colleghi che conosco da anni, persone che magari hanno iniziato giovani e adesso hanno figli all'università. Vedo chi ha il mutuo, chi paga l'affitto, chi ha un genitore da assistere, chi pensava di arrivare alla pensione lavorando sempre nello stesso posto. La parola esubero sembra tecnica, ma dentro c'è la vita della gente».

In fabbrica che clima si respira in questi giorni?

Sergio Tonetto: «Il clima è pesante. Non è solo rabbia, è una miscela di rabbia, paura e incredulità. Ti guardi attorno e ti chiedi: toccherà a me? Toccherà al mio reparto? Toccherà a quello che lavora accanto a me da vent'anni? E poi c'è un'altra cosa: la gente continua a lavorare. Questa è la parte più difficile da spiegare. Tu entri, fai il tuo turno, fai il tuo dovere, ma nella testa hai una domanda che non se ne va».

La fabbrica, racconta Tonetto, non si ferma emotivamente quando arriva una comunicazione aziendale. Le linee, i turni, i gesti, le mansioni continuano. Ma qualcosa cambia nel modo in cui le persone parlano tra loro.

«Prima, durante una pausa, parlavi di calcio, di figli, di lavori in casa, di ferie. Adesso si parla di tavoli, di ministero, di sindacati, di numeri, di chi potrebbe essere coinvolto. E anche quando nessuno dice niente, lo senti. Lo senti dal modo in cui uno guarda il telefono, dal modo in cui chiede notizie, dal modo in cui ascolta un delegato. La preoccupazione si vede anche quando non viene detta».

Che cosa significa, per un lavoratore, non sapere se il proprio posto rientra o meno nel piano?

Sergio Tonetto: «Significa vivere sospesi. È come se il pavimento sotto i piedi non fosse più fermo. Fai i conti con tutto: con l'età, con le competenze, con il mercato del lavoro fuori, con la possibilità di ricominciare. Uno magari ha passato una vita a fare bene il proprio mestiere, poi all'improvviso deve chiedersi se quel mestiere basta ancora».

Il tema dell'età torna più volte. Non in astratto, ma nella concretezza di chi sa che perdere il lavoro a 25 anni non è come perderlo a 55.

«Ci sono giovani che hanno paura perché magari hanno appena messo su famiglia. E ci sono persone più avanti con gli anni che hanno una paura diversa: quella di essere troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per essere ricollocati facilmente. Questa è una terra di mezzo che spaventa tantissimo».

Lei parla spesso di fabbrica come comunità. Che cosa vuol dire?

Sergio Tonetto: «Vuol dire che una fabbrica non è solo un posto dove entri e prendi lo stipendio. Una fabbrica è fatta di relazioni, di abitudini, di linguaggi, di saperi che si passano da una persona all'altra. C'è il collega che ti ha insegnato un trucco quando eri nuovo, quello che ti ha coperto un cambio turno, quello con cui hai condiviso una notte difficile, quello con cui non sei sempre d'accordo ma che sai che c'è. Quando si parla di ridimensionare una fabbrica, non si taglia solo occupazione: si rompe una comunità».

Tonetto racconta un'immagine semplice, quasi domestica: gli armadietti, le tute, i saluti all'ingresso, le battute all'inizio del turno.

«Uno pensa alla fabbrica come a rumore, macchine, produzione. Certo, c'è anche quello. Ma ci sono anche i gesti piccoli. C'è chi porta il caffè, chi sa sempre dove trovare un attrezzo, chi fa una battuta quando la giornata parte male. Sono cose che non finiscono nei comunicati, ma tengono insieme le persone».

Quando avete saputo del tavolo al Mimit del 25 maggio, che cosa vi siete detti?

Sergio Tonetto: «Ci siamo detti che il tavolo serve, ma non basta. Serve perché questa vertenza non può essere gestita solo dentro una stanza aziendale. Qui c'è un problema nazionale, industriale, sociale. Però noi lavoratori abbiamo bisogno di fatti, non solo di dichiarazioni. Se tutti dicono che il piano è inaccettabile, allora bisogna lavorare perché venga cambiato davvero».

Il ministero, le Regioni e i sindacati sono chiamati a una trattativa complessa. Ma per chi sta in fabbrica il tempo istituzionale spesso sembra troppo lento.

«Quando hai paura per il lavoro, ogni giorno pesa. Capisco che ci siano passaggi, incontri, documenti, numeri da verificare. Ma dentro la fabbrica l'attesa è pesante. Noi non chiediamo slogan: chiediamo che si difendano posti di lavoro, produzione, competenze e futuro».

Che cosa teme di più?

Sergio Tonetto: «Temo che si parli tanto di numeri e poco di persone. Temo che alla fine si dica che il mercato va così, che bisogna essere competitivi, che non ci sono alternative. Ma le alternative vanno costruite. La cosa che mi fa più paura è l'idea che una fabbrica venga lentamente svuotata, un reparto alla volta, una competenza alla volta, finché un territorio si accorge troppo tardi di aver perso un pezzo di sé».

Il timore non riguarda solo il posto individuale. Riguarda l'indotto, i fornitori, i servizi, i negozi, le famiglie che vivono attorno al salario industriale.

«Quando una grande fabbrica soffre, non soffre da sola. Soffrono le aziende che lavorano per lei, soffrono i bar dove passano i lavoratori, soffrono le famiglie, soffre il commercio. Un salario operaio non resta chiuso in una busta paga: gira nel territorio. Se lo togli, il colpo arriva anche fuori dai cancelli».

C'è rabbia verso l'azienda?

Sergio Tonetto: «C'è rabbia, sì. Ma non è una rabbia cieca. È la rabbia di chi sente di aver dato tanto e di ricevere in cambio incertezza. In questi anni i lavoratori hanno accettato sacrifici, flessibilità, cambiamenti, riorganizzazioni. Ogni volta si è detto che serviva per tenere in piedi il futuro. Ora ci chiediamo: quale futuro? Per chi?».

Tonetto non nega la crisi del mercato, ma chiede che il tema non diventi una scorciatoia per cancellare posti di lavoro.

«Nessuno vive fuori dal mondo. Lo sappiamo che il mercato è difficile. Lo sappiamo che l'elettrodomestico non è quello di vent'anni fa. Ma proprio per questo servono piani industriali veri, investimenti, prodotti, innovazione. Non si può rispondere solo tagliando persone».

Nel Nordest Electrolux ha significato molto. Che cosa rappresenta oggi?

Sergio Tonetto: «Rappresenta ancora tantissimo. Per molti è stata una possibilità di vita. Ha dato lavoro, competenze, dignità, stabilità. Ci sono famiglie in cui hanno lavorato padre e figlio, marito e moglie, fratelli. Ci sono persone che hanno comprato casa grazie a quello stipendio. Quando dici Electrolux, in certe zone non dici solo un marchio: dici una parte della storia del lavoro».

Nordest24 ha raccontato più volte questo legame, anche attraverso le iniziative dei Seniores del Lavoro Electrolux. Nell'articolo Seniores del Lavoro Electrolux: le cerimonie di fine anno tra impegno, memoria e futuro, emergeva proprio il valore di una comunità aziendale capace di tramandare appartenenza e memoria. La vertenza attuale colpisce anche quel patrimonio immateriale.

«I Seniores raccontano una cosa semplice: la fabbrica non è nata ieri. C'è una storia di persone che hanno lavorato una vita, che hanno costruito competenze, che hanno visto cambiare macchine, prodotti, reparti. Se oggi tagli via pezzi di fabbrica, tagli anche questa memoria».

C'è un episodio che le è rimasto impresso in questi giorni?

Sergio Tonetto: «Mi è rimasto impresso un collega che, durante una pausa, non parlava. Stava seduto con il telefono in mano, ma non lo guardava davvero. Gli ho chiesto se andava tutto bene e mi ha detto solo: "Devo capire cosa dire a casa". Ecco, questa frase dice tutto. Perché poi tu esci dalla fabbrica e devi entrare in casa. Devi parlare con tua moglie, con tuo marito, con i figli. Devi spiegare qualcosa che neanche tu hai capito fino in fondo».

La paura entra nelle case prima ancora che arrivino le lettere, le procedure, gli accordi. Diventa una conversazione a cena, una bolletta guardata con più attenzione, una spesa rimandata.

«Ci sono persone che magari avevano programmato lavori in casa, un'auto da cambiare, un corso per i figli. Quando arriva una notizia così, blocchi tutto. Ti dici: aspettiamo. Ma intanto la vita non aspetta».

Che cosa pensa quando sente parlare di competitività e costi?

Sergio Tonetto: «Penso che la competitività non può essere sempre scaricata sul lavoro. Se un'azienda ha problemi, bisogna guardarli tutti: mercato, prodotti, investimenti, strategie, energia, logistica, scelte manageriali. Il costo del lavoro diventa sempre il bersaglio più facile, perché dietro una voce di bilancio ci sono persone con meno potere. Ma il lavoro non è uno scarto da ridurre: è quello che tiene in piedi la produzione».

Il tema è centrale anche nelle analisi sindacali. Wired Italia, in un approfondimento sulla crisi Electrolux, ha ricostruito come i sindacati leggano il piano dentro una strategia più ampia di riduzione dei costi e riorganizzazione produttiva, con il tavolo del 25 maggio come passaggio decisivo. L'articolo è disponibile qui: Electrolux, come i sindacati vedono la crisi del gruppo svedese.

«Io non sono un economista. Sono un lavoratore. Ma so riconoscere quando una scelta pesa sempre dalla stessa parte. Se per anni ci viene chiesto di stringere i denti e poi, quando la situazione peggiora, si parla ancora di esuberi, allora qualcosa non torna».

Che ruolo devono avere i sindacati in questa fase?

Sergio Tonetto: «Devono essere uniti e determinati. In momenti così i lavoratori hanno bisogno di vedere una linea chiara. Non è facile, perché ogni stabilimento ha la sua situazione e ogni lavoratore ha la sua paura. Ma se ci dividono, siamo più deboli. Il messaggio deve essere uno: il piano va ritirato e riscritto, partendo dalla tutela dell'occupazione e dalla continuità produttiva».

Le sigle metalmeccaniche hanno proclamato scioperi e presidi, chiedendo l'intervento del governo. L'informazione nazionale ha dato conto della mobilitazione: RaiNews ha riportato la convocazione del tavolo Mimit del 25 maggio, mentre Tgcom24 ha riferito dello sciopero di gruppo e del presidio previsto al ministero.

«Il sindacato serve anche a questo: a fare in modo che nessuno resti da solo con la propria paura. Quando sei in assemblea, quando vedi i colleghi, quando senti che il problema è comune, la preoccupazione resta, ma almeno non sei isolato».

Che cosa chiederebbe alla politica?

Sergio Tonetto: «Chiederei di non limitarsi alle frasi. Quando una multinazionale annuncia 1.700 esuberi, la politica deve chiedere conto delle scelte, degli investimenti, delle prospettive. Non basta dire che il piano è inaccettabile: bisogna costruire condizioni perché venga cambiato. E bisogna farlo pensando anche al futuro dell'industria in Italia».

Il Mimit ha già assunto una posizione dura, chiedendo il ritiro del piano. Ma il passaggio decisivo sarà capire se al tavolo emergeranno alternative concrete: ammortizzatori, investimenti, reshoring, nuovi prodotti, riduzione dell'impatto occupazionale, garanzie sui siti produttivi.

«Noi non chiediamo miracoli. Chiediamo serietà. Se un territorio ha dato tanto a un gruppo industriale, quel territorio non può essere lasciato con un comunicato e una lista di esuberi. La politica deve essere presente fino in fondo».

Che cosa direbbe ai cittadini che guardano questa vertenza da fuori?

Sergio Tonetto: «Direi di non pensare che sia un problema solo degli operai Electrolux. Quando perdi industria, perdi competenze, stipendi, indotto, futuro. Oggi tocca a noi, domani può toccare ad altri. Il lavoro industriale non è una cosa vecchia da archiviare: è ancora una parte fondamentale dell'economia di questo territorio».

Il rischio, secondo Tonetto, è abituarsi alle crisi come se fossero eventi meteorologici: arrivano, fanno danni, poi passano.

«Non dobbiamo abituarci. Ogni volta che una fabbrica arretra, bisogna chiedersi che cosa stiamo perdendo. Non solo quanti posti, ma quali competenze, quali filiere, quale capacità di produrre. Un territorio che non produce più diventa più fragile».

La parola “delocalizzazione” torna spesso. Che effetto fa sentirla?

Sergio Tonetto: «Fa male, perché spesso viene presentata come una cosa inevitabile. Ma dietro la delocalizzazione ci sono scelte. Se per anni si investe altrove e poi si dice che qui non conviene più, i lavoratori si chiedono se la partita fosse già segnata. Non voglio fare processi senza avere tutti i documenti, ma la sensazione è che l'Italia venga considerata sempre più un costo e sempre meno un patrimonio».

Negli ultimi anni il tema della Polonia è tornato più volte nel dibattito locale. Nordest24, già nel 2024, aveva riportato le preoccupazioni politiche e sindacali dopo l'avvio di nuovi investimenti esteri, in particolare nell'articolo Electrolux a Pordenone: Debora Serracchiani chiede un tavolo di settore.

«Una fabbrica non resta viva per nostalgia. Resta viva se ci investi, se porti prodotti, se formi le persone, se dai prospettiva. Noi non chiediamo di essere conservati sotto vetro. Chiediamo di poter lavorare e competere con strumenti veri».

C'è qualcosa che la fa ancora sperare?

Sergio Tonetto: «Mi fa sperare la dignità dei lavoratori. Vedo gente preoccupata, ma non rassegnata. Vedo colleghi che partecipano, che fanno domande, che cercano di capire. Mi fa sperare anche il fatto che il territorio si stia accorgendo della gravità della situazione. Quando una comunità capisce che la fabbrica riguarda tutti, allora c'è ancora spazio per reagire».

La speranza, però, non cancella la paura.

«Non voglio fare l'ottimista per forza. Siamo preoccupati, molto. Ma la rassegnazione sarebbe ancora peggio. Se accettiamo l'idea che 1.700 esuberi siano solo una fase di mercato, allora abbiamo già perso. Bisogna reagire adesso».

Che cosa vorrebbe che uscisse dal tavolo del 25 maggio?

Sergio Tonetto: «Vorrei una cosa chiara: il ritiro del piano così com'è. Poi si può discutere di tutto, ma non partendo dall'idea che 1.700 persone siano sacrificabili. Serve un piano industriale vero, con investimenti, volumi, prodotti, garanzie sui siti e strumenti per accompagnare eventuali difficoltà senza distruggere occupazione».

Per Tonetto, il punto non è negare i problemi dell'azienda, ma impedire che la risposta sia solo occupazionale.

«Se c'è una crisi, la si affronta. Ma una crisi non può diventare automaticamente una lista di persone da mandare via. Ci sono ammortizzatori, formazione, riconversioni, nuovi prodotti, accordi, investimenti. Tutto questo deve venire prima della parola licenziamento».

Se potesse parlare direttamente ai vertici Electrolux, che cosa direbbe?

Sergio Tonetto: «Direi di venire in reparto e guardare le persone negli occhi. Direi di non parlare solo di posizioni, ma di nomi, storie, famiglie. Direi che qui ci sono lavoratori che hanno dato tanto, che hanno accettato cambiamenti, che conoscono il prodotto, che tengono alla qualità. Se l'azienda vuole davvero avere un futuro in Italia, deve partire da loro, non liberararsene».

Poi aggiunge una frase che sintetizza il cuore dell'intervista.

«Noi non siamo un problema da tagliare. Siamo la fabbrica».

La vertenza vista dal Nordest

La vicenda Electrolux tocca il Nordest in modo diretto perché qui si concentrano stabilimenti, competenze e memoria industriale. Porcia, Pordenone e Susegana non sono solo punti su una mappa produttiva: sono luoghi in cui l'industria dell'elettrodomestico ha costruito salari, professionalità, identità operaia e legami sociali.

Nordest24 ha raccontato anche la dimensione positiva di questa storia, come nel caso delle borse di studio promosse dai Seniores del Lavoro Electrolux Professional a Pordenone nell'articolo Electrolux Professional premia 12 studenti con le Borse di Studio 2025. Sono iniziative che mostrano come il mondo Electrolux non sia fatto soltanto di linee produttive, ma anche di famiglie, figli, formazione, comunità e passaggio generazionale.

Proprio per questo la vertenza pesa oltre il dato occupazionale immediato. La domanda che resta aperta è se l'Italia e il Nordest vogliano ancora difendere una presenza industriale manifatturiera avanzata o se si stia accettando, crisi dopo crisi, un arretramento silenzioso.

Che cosa succede ora

Il prossimo passaggio politico e sindacale è il tavolo al Mimit del 25 maggio 2026. Il ministero ha già incontrato i rappresentanti delle Regioni coinvolte e ha definito il piano Electrolux inaccettabile, chiedendone il ritiro. Al tavolo saranno chiamati azienda, sindacati e istituzioni, con l'obiettivo di affrontare le ricadute occupazionali e industriali e valutare possibili azioni a tutela dei lavoratori e della continuità produttiva.

Le aspettative sono alte, ma anche la diffidenza. I lavoratori sanno che un tavolo non risolve automaticamente una vertenza. Serve una trattativa vera, con numeri, impegni, alternative e tempi chiari. Intanto scioperi, presidi e assemblee continueranno a tenere alta l'attenzione.

Sergio Tonetto: «Noi aspettiamo risposte. Non vogliamo essere raccontati solo il giorno dello sciopero e dimenticati il giorno dopo. Questa vertenza riguarda il futuro del lavoro industriale. Se passa l'idea che si possono cancellare 1.700 posti come una riga di Excel, allora il problema non è solo Electrolux: è il Paese».

Nota finale della redazione

La vicenda Electrolux sarà seguita da Nordest24 nei prossimi passaggi istituzionali e sindacali. Le parole di Sergio Tonetto raccontano una prospettiva interna alla fabbrica: quella di chi vive la vertenza non come un dossier, ma come una domanda quotidiana sul futuro. Prima ancora degli accordi, dei tavoli e delle percentuali, c'è questo: il lavoro come fondamento della vita di una persona e di una comunità.

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