Laghi di Doberdò: il confine invisibile dove la natura e la storia si sfiorano

Nel Carso friulano, due specchi d'acqua racchiudono un enigma geologico e una memoria collettiva. Uno sguardo oltre le brochure turistiche su ciò che accade quando il paesaggio diviene frontiera.

18 gennaio 2026 18:00
Laghi di Doberdò: il confine invisibile dove la natura e la storia si sfiorano - Foto: Petra Cattaruzza/Wikipedia
Foto: Petra Cattaruzza/Wikipedia
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Il Carso non è una cartolina

Quando varchi il cancello della Riserva naturale dei Laghi di Doberdò e Pietrarossa, nulla ti prepara alla sensazione di disagio che avvolge il corpo. Non è il freddo, non è la fatica. È qualcosa di più primordiale: la consapevolezza di trovarti in un luogo dove due mondi convivono senza mai veramente toccarsi. La roccia bianca affiorante, il silenzio che schiaccia, l'acqua ferma nei due laghi carsici. È come se il paesaggio trattenesse il respiro.

Questo non è uno dei tanti polverosi siti protetti disseminati sulla carta geografica italiana. Non è nemmeno la "gemma del Carso" che troverai nelle brochure di turismo. Doberdò è qualcosa che le guide turistiche faticano a raccontare, perché il luogo sfugge alla narrazione consolatoria. È un'anomalia geografica che guarda verso est, verso il confine con la Slovenia, verso il passato, mentre intorno cresce la natura che sembra dimenticare.

Quando l'acqua arriva dal sottosuolo

Cominciamo dai fatti, che suonano come misteri. Il lago di Doberdò non ha fiumi che lo alimentano in superficie. L'acqua arriva dal sottosuolo, attraverso risorgive e corsi carsici invisibili, emergendo come se il terreno stesso decretasse dove la vita può rifiorire e dove deve rimanere deserto. Questo fenomeno non è raro nel mondo sotterraneo dei Balcani, ma su questa sponda occidentale del Carso è unico. È come se la natura avesse tracciato una linea intangibile fra ciò che si vede e ciò che rimane nascosto.

Il lago di Pietrarossa, il fratello minore, racchiude il medesimo mistero—con la differenza che mantiene costante il livello dell'acqua, mentre Doberdò fluttua secondo i cicli sotterranei, secco a volte fino a scomparire del tutto, poi repentinamente rigonfio quando le acque profonde decidono di risalire. Nessuno comanda questo movimento. Non è prevedibile nel modo in cui gli uomini intendono il controllo naturale. È un respiro geologico.

Intorno ai due laghi, la biodiversità straordinaria che caratterizza il parco prende forma proprio da questa rarità: zone umide che interrompono il deserto carsico circostante, boschi di salici e pioppi, canneti dove nidificano 190 specie di uccelli. Ma non è la semplice abbondanza biologica che parla, qui. È il contrasto.

Il simbolo del confine: il riccio orientale e i limiti della geografia

Nel 1996, quando fu istituita la Riserva, venne scelto un simbolo carico di significato: il riccio orientale (Erinaceus concolor roumanicus), un piccolo mammifero diffuso nell'Europa orientale, dalla Polonia ai Balcani. Qui, nei laghi di Doberdò, il suo areale trova il limite occidentale.​

Ciò significa che in questo punto preciso della geografia—a novanta metri sul livello del mare, su un altopiano carsico friulano—la natura traccia il suo confine geopolitico biologico. Non c'è nulla di formale in questo: nessun cartello, nessun decreto. Eppure è più reale di qualunque linea disegnata nei trattati. La distribuzione degli animali rispetta confini che gli uomini non hanno deciso.

Ma c'è di più. Negli ultimi decenni, lo sciacallo dorato (Canis aureus)—un canide che fino agli anni Ottanta era presente solo nei Balcani—ha iniziato a colonizzare silenziosamente il Carso friulano e goriziano. È un'espansione lenta, invisibile ai più, ma inarrestabile. Oggi il Carso triestino e goriziano ospita decine di nuclei familiari di questo predatore opportunista. È come se il confine biologico, quello naturale, stesse spostandosi. È come se la geografia della fauna rispondesse a logiche che la storia umana ha perduto di vista.

La Grande Guerra: quando il confine divenne trincea

A cento chilometri da qui, sui versanti del Carso che degradano verso il Vallone, tra luglio 1915 e ottobre 1917, si consumò uno dei massacri più inenarrabili della Prima Guerra Mondiale. Il Carso non era una linea di fronte ordinaria: era il teatro di dodici battaglie successive, attrito continuo, una marea di uomini consumati dalla fame, dal freddo, dalle malattie e dagli attacchi aerei.​

Doberdò divenne sinonimo di questa tragedia nel 1916, quando la Battaglia di Doberdò—combattuta dall'esercito italiano contro le truppe austro-ungariche—fece migliaia di caduti per guadagnare poche centinaia di metri di roccia sterile. Fu chiamata anche "la battaglia dei popoli" perché oppone la Brigata Sassari, fatta di soldati sardi, a reggimenti ungheresi, slovacchi, rumeni. Due eserciti multietnici che si scannano per un confine che nessuno dei combattenti aveva scelto.​

Le trincee ancora visibili, i camminamenti scavati nella roccia, i resti di Casa Cadorna—il rifugio fatto costruire dal generale Luigi Cadorna durante l'offensiva di agosto 1916—rimangono come cicatrici sulla terra. Non sono monumeni curati e commemorativi. Sono ferite che non guariscono completamente, perché ogni inverno la pioggia e il gelo approfondiscono i solchi scavati dai piedi di migliaia di soldati cento anni fa.​

Il paesaggio carsico, per sua natura, mantiene la memoria. La roccia porosa assorbe il tempo. Quando cammini tra le macerie, quando osservi i fori di proiettile nelle pietre calcaree, capisci che la violenza non scompare—si cristallizza.

Lo sciacallo nel silenzio, il proteo negli abissi

C'è un aspetto che le guide ufficiali menzionano raramente: nel momento stesso in cui il paesaggio di Doberdò diviene simbolo di biodiversità regionale, la fauna che lo abita continua a trasformarsi per ragioni che sfuggono al controllo umano. Il Carso non è un museo congelato. È un ecosistema vivente, dove l'equilibrio ecologico oscilla secondo ritmi biologici che nessuna riserva naturale può completamente governare.

Lo sciacallo dorato è ormai una realtà stabilizzata nella zona. Dall'est europeo, ha iniziato a colonizzare silenziosamente questi territori negli anni Ottanta, espandendosi in modo costante e inarrestabile. Non è considerato una specie invasiva nel senso giuridico: è incluso nella Direttiva Habitat. Eppure la sua presenza tocca un nervo di inquietudine collettiva. È il predatore che cambia le regole.​

Poi c'è il proteo (Proteus anguinus), un anfibio bianchissimo che abita solo le acque sotterranee delle cavità carsiche. È una creatura che vive in un altro mondo, inaccessibile, del quale non sappiamo quasi nulla. Nel 2025 è stato scoperto nel Carso triestino un proteo di 31 centimetri, il più grande mai documentato in Italia. Una creatura che rappresenta perfettamente la natura doppia di questo luogo: visibile e invisibile al contempo, dominante e nascosta, straordinaria e completamente ignorata da chi passa.

Riccio orientale, sciacallo dorato, proteo: la storia dei confini biologici

Se osservi attentamente il catalogo della fauna della Riserva, noterai una gerarchia di significati. Il riccio orientale è il simbolo ufficiale, prescelto perché il suo limite occidentale cade esattamente qui—un fatto che parla di biogeografia, di storia evolutiva, di come la natura distribuisca le sue creature secondo logiche geografiche invisibili.​

Ma questa geografia biologica non è statica. Lo sciacallo dorato rappresenta un'espansione in corso, una nuova onda che proviene dal sud-est europeo e sta ridisegnando lentamente gli equilibri faunistici del Nord-Est italiano. È una presenza silenziosa: non farà notizia fino a quando non avrà completamente trasformato il paesaggio.​

Il proteo, infine, rimane l'inaccessibile, il testimone di un mondo sotterraneo che solo i cavernicoli e gli specialisti di speologia comprendono veramente. È il confine che nessun uomo può toccare.

In questo triangolo di creature—il riccio come limite occidentale di un'espansione orientale, lo sciacallo come onda migrante contemporanea, il proteo come mondo seppur invisibile—si condensa la vera storia di Doberdò: non è una riserva naturale statica, è un campo di forze dove confini biologici e storici si sovrappongono in continuo movimento.

Il silenzio carsico come forma di memoria

Quando torni sulla riva del lago di Doberdò, quando il rumore della civiltà si dissolve negli echi della roccia, capisci che il silenzio non è assenza di suono. È la risultante di mille voci soffocate. Il Carso non urla. Sussurra in una lingua che gli uomini hanno imparato a ignorare.

Ci sono cento anni di morte sepolti sotto quella roccia bianca. Ci sono distribuzione biologiche che si spostano invisibilmente. C'è l'acqua che arriva dal sottosuolo con il tempo dei secoli, indifferente ai confini disegnati dalle mappe.

È per questo che Doberdò non si lascia raccontare semplicemente. È un luogo dove la natura selvaggia e la storia europea convivono, non nella forma romantica della coesistenza armoniosa, ma nella forma più vera della sovrapposizione brutale di sistemi che non si comunicano. Il paesaggio osserva. Rimane. Non dimentica.

La riserva naturale protegge l'ecosistema, ma non può proteggere il significato. E il significato—la ragione vera per cui dovresti stare a Doberdò più di cinque minuti—è questo: comprendere che ogni paesaggio è una battaglia silenziosa fra ordini diversi della realtà. Tra ciò che vive in superficie e ciò che respira nella roccia. Tra la memoria collettiva del 1916 e l'espansione contemporanea di specie che non chiedono permesso. Tra il confine che gli uomini hanno tracciato con le armi e il confine che la natura traccia, indifferente, ogni giorno.

Doberdò non è una meta escursionistica ideale per chi cerca paesaggi "suggestivi" o "gioielli naturali." È il luogo dove il confine invisibile fra natura selvaggia e storia europea diviene visibile a chi ha pazienza di stare in ascolto. È qui, sul Carso friulano, che il silenzio parla più forte di qualunque narrazione ufficiale.

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