L’albero che non c’è più: cosa resta dell’acero americano di Laives
Un acero americano abbattuto davanti alla chiesa di Laives continua a dividere e unire la comunità. Un albero “straniero” che racconta il Nord-Est di oggi.
Un’assenza che continua a farsi vedere
Chi passa oggi davanti alla chiesa parrocchiale di Laives, a sud di Bolzano, trova uno spazio che sembra nato vuoto, come se fosse sempre stato così. In realtà, fino a pochi anni fa, lì c’era un albero che occupava anche lo sguardo: un acero americano (Acer negundo), cresciuto fino a diventare albero monumentale, poi abbattuto per ragioni di sicurezza.
Il dettaglio che sorprende chi non è del posto è proprio questo: non si trattava di un faggio secolare di montagna, né di un larice di quota, ma di una specie nordamericana, un “ospite” divenuto simbolo locale. Capire perché questo albero abbia contato così tanto, e perché la sua assenza continui a lavorare nella memoria di Laives, significa leggere in piccolo le tensioni del Nord-Est: tra radici e mobilità, tutela e trasformazione, identità e compromesso.
Un “forestiero” nel cuore della parrocchia
L’acero americano, o negundo, è arrivato in Europa come specie ornamentale e da viale, apprezzato per la crescita rapida e la chioma generosa. Non è la pianta che ci si aspetta accanto a una chiesa di un paese dell’Alto Adige, dove l’immaginario collettivo vuole il tiglio del “paese”, il noce di cortile, il castagno dei prati.
Quando un albero del genere viene messo a dimora in un punto così centrale, spesso non è una scelta romantica, ma pratica: serviva ombra, magari un segno di “modernità” urbana, una pianta disponibile dai vivai dell’epoca, capace di crescere in fretta. L’acero di Laives era, con ogni probabilità, figlio di questo spirito: un compromesso tra estetica, funzionalità e disponibilità, più che di un progetto simbolico.
Eppure, col tempo, ciò che nasce come semplice arredo urbano si carica di significati non previsti. La comunità ha iniziato a riconoscere quell’albero come parte del proprio paesaggio domestico: un “forestiero” diventato di casa, molto prima che qualcuno lo etichettasse come monumentale.
Quando un albero diventa “patriarca”
In Italia esiste un elenco ufficiale degli alberi monumentali, aggiornato dal Ministero e dalle Regioni, che censisce i cosiddetti “patriarchi verdi”, spesso per età, dimensioni, valore storico o paesaggistico. L’acero di Laives rientra tra gli alberi monumentali del Trentino-Alto Adige, accanto a giganti come l’Avez del Prinzep o i larici della Val d’Ultimo.
Questa classificazione, per chi vive il posto, può sembrare una formalità burocratica, ma in realtà cambia il modo in cui si guarda un albero. Un conto è “l’albero davanti alla chiesa”, un altro è un soggetto inserito nelle mappe, citato nei progetti fotografici, ripreso nei concorsi come Wiki Loves Monuments, dove l’acero di Laives compare con una sua scheda dedicata e diverse immagini.
All’improvviso, ciò che era sfondo diventa protagonista. Laives non è solo il paese sulla statale tra Bolzano e Egna: è anche il luogo di un albero che compare nelle liste, nelle categorie online degli “alberi monumentali del Trentino-Alto Adige”. Per un comune spesso percepito come “di passaggio”, questo albero ha rappresentato una piccola ma concreta occasione di riconoscimento.
Laives, tra lingua, traffico e spazio da abitare
Laives è uno dei comuni più popolosi dell’Alto Adige, ma per molti resta una città-satellite, stretta tra l’Adige, la ferrovia, l’autostrada del Brennero e la vicinanza a Bolzano. È un territorio dove le identità linguistiche e sociali – tedesca e italiana, ma non solo – convivono in un equilibrio continuamente rinegoziato.
In un contesto così denso di infrastrutture e transito, un albero monumentale davanti alla parrocchiale ha una funzione che va oltre la botanica: rallenta lo sguardo, introduce una pausa. È un segno verticale che non serve a dire “divieto” o “stop”, come un cartello stradale, ma a ricordare che quel luogo è abitato, non solo attraversato.
Per gli abitanti che vanno a messa, per chi accompagna i figli al catechismo, per chi passa in bici o a piedi, l’albero diventa un riferimento quotidiano. Non indica solo un indirizzo (“ci vediamo alla chiesa”), ma una qualità dello stare: l’ombra, la proporzione tra la torre campanaria e la chioma, la sensazione di entrare in uno spazio che non è solo religioso, ma anche la piazza informale del paese.
Il momento in cui ci si accorge di cosa si sta perdendo
Come molti alberi monumentali, anche l’acero di Laives ha conosciuto un limite: il deterioramento strutturale, con cavità o indebolimenti che rendevano concreto il rischio di crolli. Nelle cronache di casi analoghi, tecnici forestali e amministratori si trovano spesso stretti tra due pressioni opposte: da una parte la tutela del “patriarca”, dall’altra la responsabilità civile verso chi passa sotto quelle chiome.forestefauna.
Quando l’albero viene dichiarato pericolante, la discussione si accende sempre in ritardo: la comunità scopre l’importanza di quell’ombra proprio nel momento in cui sta per perderla. Non interessano più le schede tecniche, ma le domande concrete: è davvero inevitabile? Non si poteva mettere in sicurezza, ridurre la chioma, consolidare il tronco?
L’abbattimento dell’acero, che le fonti indicano ormai al passato (“è stato un albero monumentale”), segna una frattura nel paesaggio di Laives. Non è solo un buco nel terreno: è un prima e un dopo nella percezione del sagrato. Chi era bambino quando l’albero c’era, oggi torna e trova una scena diversa, più nuda, forse più “ordinata”, ma meno raccontata.
La memoria come nuovo paesaggio
La botanica è chiara: un albero abbattuto non torna. Ma il paesaggio non si misura solo in clorofilla. A Laives, la sopravvivenza dell’acero continua attraverso le immagini, i cataloghi, le categorie, dai progetti fotografici del concorso Wiki Loves Monuments alle pagine che lo inseriscono tra gli alberi monumentali regionali.
Questo crea una strana asimmetria: online l’albero continua a esistere, fotografato in giornate di sole, con la chiesa sullo sfondo; sul posto, lo spazio è vuoto. Per chi non conosce la storia, le foto rischiano di diventare solo un documento estetico; per chi l’ha vissuto, sono la prova che un certo modo di abitare quel luogo era possibile.
In questo senso, l’acero di Laives è un caso interessante per chi si occupa di territorio nel Nord-Est: mostra come la monumentalità non sia una qualità naturale, ma una decisione culturale, e come questa decisione non finisca con l’abbattimento, ma continui nella memoria condivisa, nelle narrazioni locali, nelle scelte future su cosa piantare o non piantare al suo posto.
Cosa significa, oggi, sostituire un patriarca verde?
Per gli abitanti, la domanda non è solo “perché l’hanno tagliato?”, ma “e adesso?”. Piantare un nuovo albero nello stesso punto non è un gesto neutro: significa decidere se raccogliere l’eredità dell’acero o cambiare completamente registro. Una specie autoctona al posto di quella “americana” sarebbe letta come ritorno alla tradizione o come correzione a posteriori di una scelta percepita come sbagliata?
Un altro interrogativo, più scomodo, riguarda la gerarchia delle memorie: un albero davanti a una chiesa vale quanto un monumento in pietra? Nel Nord-Est abituato alle stratificazioni – dalle guerre mondiali alle migrazioni interne – non tutto può essere preservato, ma ogni decisione di sacrificare o salvare qualcosa dice molto su ciò che una comunità considera irrinunciabile.
Per chi abita Laives, capire la storia del proprio acero significa fare i conti con il modo in cui il territorio viene amministrato, con la sensibilità ecologica che cresce, con la consapevolezza che anche un “semplice” albero può fare la differenza nella qualità del vivere quotidiano. Per chi attraversa il paese senza fermarsi, forse è un invito implicito: alzare lo sguardo, chiedersi cosa c’era lì prima, cosa ci sarà dopo.
Dal caso locale a una grammatica del paesaggio del Nord-Est
L’acero americano di Laives non è solo una curiosità per appassionati di botanica o di liste di alberi monumentali. Racconta qualcosa che riguarda molte città e paesi del Nord-Est: la difficoltà di tenere insieme sviluppo, sicurezza, tutela del verde e senso dei luoghi.
In un’area attraversata da infrastrutture, corridoi logistici, flussi turistici e pendolarismo, gli alberi monumentali diventano punti fermi, piccole ancore simboliche nel paesaggio liquido della mobilità. Conoscere la storia dell’acero di Laives aiuta a leggere con più attenzione i viali, i cortili parrocchiali, i filari lungo le strade: a intuire che dietro ogni grande albero ci sono decisioni, conflitti, rinunce.
Se l’acero non ci fosse mai stato, oggi il sagrato della chiesa sarebbe uno spazio neutro, senza domande. Il fatto che ci sia stato e che non ci sia più obbliga invece a interrogarsi: che cosa vogliamo che diventi, domani, un luogo così centrale? Non è una questione estetica: è una forma di educazione civica del paesaggio.