MoSE, le chiusure proteggono Venezia ma cambiano l’equilibrio delle barene

Dopo 30 attivazioni in poche settimane, dati pubblici e ricerche mostrano il nodo della laguna: difendere le città senza togliere alle barene l’acqua e i sedimenti che le mantengono vive.

12 ottobre 2026 14:17
MoSE, le chiusure proteggono Venezia ma cambiano l’equilibrio delle barene -
Condividi

VENEZIA — Il MoSE serve a una funzione precisa e ormai concreta: separare temporaneamente laguna e mare quando l’acqua alta minaccia Venezia e gli altri centri lagunari. Ma ogni chiusura non ferma soltanto la marea davanti alle rive urbane. Modifica per alcune ore anche il modo in cui l’acqua entra nelle barene, le superfici basse attraversate dai canali che sono una parte essenziale dell’equilibrio fisico della laguna.

Il punto non è contrapporre la difesa della città all’ambiente: le barriere hanno ridotto il rischio di allagamento e restano uno strumento di salvaguardia. Il tema, emerso con più forza dopo la sequenza di maree dei primi mesi del 2026, è come calibrare durata e soglie delle chiusure quando la frequenza degli eventi cresce. L’Autorità per la Laguna di Venezia ha contato 30 attivazioni tra il 28 gennaio e il 20 febbraio 2026 e ha avviato una rianalisi di dati meteorologici e mareografici proprio per affinare la gestione futura.

Per residenti, operatori della laguna e imprese che vivono di navigazione, pesca, manutenzione e turismo, non è un dibattito astratto. Da una parte contano la continuità delle attività in città e la tutela di case, negozi, servizi e patrimonio; dall’altra conta la capacità della laguna di conservare le proprie forme, i suoi habitat e la protezione naturale che essi offrono nel tempo.

Perché alle barene serve anche l’acqua alta

Una barena non è un terreno che debba restare sempre asciutto. È una zona umida soggetta al ciclo della marea, colonizzata da vegetazione adattata alla salinità. Quando l’acqua la raggiunge, trasporta particelle in sospensione; una parte si deposita e contribuisce all’accrescimento verticale del suolo. Questo processo non è un dettaglio paesaggistico: aiuta le superfici basse a non perdere quota rispetto al livello relativo del mare.

Le maree di tempesta sono momenti particolarmente importanti perché mettono in movimento più sedimento. Se la laguna viene isolata dal mare per proteggere i centri abitati, si riduce anche questa inondazione. È il meccanismo che una ricerca dell’Università di Padova e di Ca’ Foscari, presentata dall’ateneo patavino nello studio sulle conseguenze delle prime operazioni del MoSE, aveva già misurato: nelle prime 15 attivazioni, fra ottobre 2020 e gennaio 2021, la deposizione sulle barene risultava ridotta del 12%.

Il dato va letto correttamente. Non significa che una singola chiusura faccia sparire una barena, né che il MoSE sia l’unica causa della fragilità lagunare. La laguna arriva a questo passaggio dopo decenni di trasformazioni: deviazione dei fiumi, interventi alle bocche di porto, canali, erosione e minore disponibilità di sedimenti. Il sistema di paratoie si inserisce dunque in un ambiente già delicato, nel quale la frequenza e la durata delle chiusure possono diventare una variabile aggiuntiva.

Il 2026 ha reso visibile la questione della frequenza

Trenta sollevamenti in 24 giorni non sono un dettaglio amministrativo. L’Autorità lagunare li descrive come una sequenza anomala e ha pubblicato una simulazione degli allagamenti che si sarebbero verificati senza intervento. La stessa pagina operativa dell’ente conserva lo storico delle stagioni: nel 2023/2024 le chiusure indicate sono state 32, nel 2024/2025 23; per la stagione 2025/2026, aggiornata a maggio, ne risultavano 49. Sono numeri con date di aggiornamento diverse e non vanno sommati come se fossero un bilancio definitivo, ma danno la misura di quanto la gestione sia ormai una pratica ricorrente e non eccezionale.

Il beneficio urbano resta verificabile. Nel registro operativo del MoSE sono riportati, evento per evento, bocche chiuse, durata e livelli massimi in mare. È la base pubblica utile per distinguere una chiusura totale da un intervento su una sola bocca e per evitare due semplificazioni: che il sistema si alzi sempre nello stesso modo, oppure che possa essere tenuto aperto senza conseguenze quando sono superate le soglie di sicurezza. Il primo test operativo del 2020, raccontato da Nordest24 nel resoconto delle 78 paratoie sollevate, aiuta a vedere la differenza fra l’avvio del sistema e la gestione oggi ripetuta in condizioni reali.

La soglia di riferimento più citata per Venezia è 110 centimetri sullo zero mareografico di Punta della Salute; per Chioggia, nelle simulazioni scientifiche più recenti, la soglia considerata è 130 centimetri, mentre per Burano è 110. Sono valori operativi e non una promessa che l’acqua non raggiunga mai un punto basso della città: la vulnerabilità varia fra calli, rive, isole e bacini lagunari, anche in base a vento, pioggia e assetto della marea.

AThOS: una proposta di gestione più selettiva, non una nuova opera

La novità più interessante non è una diga alternativa, ma un diverso modo di decidere quando chiudere e quando riaprire. AThOS, Adaptive Threshold Operating Strategy, è un algoritmo studiato per minimizzare frequenza e durata dei sollevamenti mantenendo la protezione nei tre principali centri lagunari: Venezia, Chioggia e Burano. Prende in considerazione non solo il picco previsto, ma anche fattori come il vento, la pioggia, il deflusso e le differenze di livello fra le diverse parti della laguna.

In un manoscritto di ricerca sottoposto a valutazione, basato su dati e simulazioni del periodo 2020-2024, gli autori confrontano una laguna senza chiusure, la gestione ricostruita del MoSE e lo scenario AThOS. Nel modello, una regolazione più selettiva aumenterebbe il livello medio dell’acqua durante le attivazioni di 0,17 metri, pari al 32,2% rispetto allo scenario MoSE, mantenendolo sotto le soglie di sicurezza usate per i centri abitati.

Questa non è una decisione già adottata dall’Autorità né un risultato da trasformare in previsione. È una proposta scientifica che deve fare i conti con previsioni meteo, margini d’errore, sicurezza degli impianti, navigazione e responsabilità di chi gestisce il rischio. Il valore pratico della ricerca è un altro: dimostra che la scelta non è soltanto tra “paratoie alzate” e “paratoie abbassate”, ma può riguardare tempistiche e modalità di una chiusura.

Sedimenti: il bilancio da monitorare oltre il singolo evento

Il sedimento è la materia con cui la laguna costruisce e mantiene le proprie superfici. Un lavoro inserito nell’archivio scientifico del CNR sulle dinamiche dei sedimenti alle bocche lagunari ha analizzato due mareggiate del 2022 e del 2023, combinando misure in mare, reti strumentali e dati satellitari. Per i due episodi ha stimato una perdita netta di circa 13.880 e 14.850 tonnellate di sedimento dalla laguna, con distribuzioni diverse fra Lido, Malamocco e Chioggia.

Anche qui è essenziale non forzare il nesso: quelle quantità descrivono il bilancio durante due eventi complessi, non un conto automatico attribuibile alle sole paratoie. Ma confermano perché il monitoraggio di correnti e sedimenti deve accompagnare quello del livello dell’acqua. Una laguna che perde materiale o che ne deposita troppo poco sulle quote basse diventa più esposta nel lungo periodo e richiede interventi di ripristino sempre più impegnativi.

La questione riguarda aree e comunità precise. Nella laguna nord, attorno a Burano e Torcello, e nella laguna sud verso Chioggia, vento e marea non producono sempre gli stessi effetti. Per questo un modello che ragiona su una media cittadina non basta: il sistema deve continuare a leggere la risposta dei diversi bacini. La stessa ricerca AThOS ricostruisce le chiusure usando i dati della rete del Centro Previsioni e Segnalazioni Maree del Comune di Venezia, un passaggio che mostra quanto osservazioni locali e decisione operativa siano legate.

Che cosa cambia per chi vive e lavora nella laguna

Per un residente veneziano il primo effetto del MoSE è immediato: minori probabilità di acqua in casa, nei negozi e lungo i percorsi più bassi. Per chi lavora in laguna, le chiusure possono invece incidere su tempi della navigazione e pianificazione delle attività; le modalità di transito e gli avvisi vanno verificati caso per caso presso i canali ufficiali, non dedotti da un dato generale sulle maree.

Nel medio periodo, la qualità ecologica delle barene interessa anche pesca, biodiversità, paesaggio e attrattività di un territorio che vive dell’equilibrio tra acqua e terra. Non è un argomento separato dalla vita economica di Venezia. Lo raccontava Nordest24 quando il MoSE fermò una marea oltre i 130 centimetri in città: la differenza fra mare aperto e Punta della Salute rende visibile l’efficacia della barriera; oggi la domanda successiva è come mantenere quella difesa senza impoverire il sistema che sta dietro alle paratoie.

La manutenzione e il monitoraggio saranno parte della risposta. L’Autorità lagunare indica un ciclo di gestione sempre più strutturato, mentre il dibattito tecnico continua a produrre dati e scenari. Anche gli studi sulle strutture sono in evoluzione: la recente borsa assegnata a Padova per una tesi sulla barriera di Lido riguarda proprio il confronto fra modelli e monitoraggi.

La misura utile non è solo quante volte il MoSE si alza

Il numero di chiusure resterà un indicatore importante, soprattutto nelle stagioni con molte maree sostenute. Da solo, però, non dice se l’operazione sia stata calibrata nel modo migliore. Per valutare l’equilibrio lagunare servono almeno quattro letture insieme: livelli nelle aree urbane, durata delle chiusure, inondazione delle barene e flussi di sedimento alle bocche.

È qui che il caso veneziano si fa concreto. Il MoSE non può rinunciare alla sua funzione di protezione, ma il suo uso sempre più frequente impone di trattare la laguna come un sistema unico: Venezia, Burano e Chioggia da mettere in sicurezza; barene da mantenere in grado di accrescersi; dati pubblici da aggiornare; ricerca da trasformare, quando validata, in criteri operativi. La rianalisi annunciata dopo gli eventi di gennaio e febbraio 2026 è il passaggio da seguire, perché da quelle decisioni dipenderà non soltanto il prossimo picco di marea, ma il modo in cui la laguna potrà continuare a reggere le maree degli anni successivi.

Le migliori notizie, ogni giorno, via e-mail