Nuove Province in Fvg, dal 1 gennaio 2027 il personale trasferito passerà alle Province
In V Commissione sindacati, Regione e categorie: nessun consenso individuale sul trasferimento, focus su organici e funzioni.
TRIESTE - Il punto più concreto emerso dalle audizioni sul disegno di legge 86 è la data del 1 gennaio 2027: da quel momento il personale trasferito alle nuove Province non sarà più dipendente della Regione, ma della Provincia. Intorno a questo passaggio si è concentrata la seduta pomeridiana della V Commissione del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, presieduta da Diego Bernardis.
Al centro del confronto ci sono stati i lavoratori oggi impiegati negli Edr, la continuità dei contratti, le garanzie economiche e il ruolo che i nuovi enti di area vasta dovranno assumere nel riassetto istituzionale regionale. Sullo sfondo resta il dibattito più ampio sulla riforma, che si intreccia anche con la proposta di legge popolare sui due enti di area vasta.
Cosa cambia per i dipendenti con la riforma
Per i sindacati ascoltati in Commissione, il ddl definisce con maggiore chiarezza rispetto al passato il percorso del personale. La Uil ha escluso che si tratti di un "salto nel vuoto", osservando che il testo precisa la natura dei contratti, che nella fase iniziale resteranno regionali, e anche le funzionalità degli uffici.
La Cisl ha spiegato che seguirà il ricollocamento dei dipendenti degli Edr per verificare che il passaggio avvenga in modo ordinato e senza penalizzazioni. La Cisal ha però richiamato l'attenzione sul momento del trasferimento effettivo: dal 1 gennaio 2027 il personale assegnato alle nuove Province dipenderà da questi enti e non più dalla Regione.
Direr, il sindacato dei dirigenti, ha definito la riforma "epocale" e ha indicato il personale come il nodo strategico della fase di avvio, chiedendo che sia adeguatamente supportato. La Cgil ha allargato il perimetro del problema, sostenendo che i lavoratori potenzialmente interessati, insieme alle eventuali nuove funzioni, potrebbero essere molti di più di quelli oggi considerati e che per tutti dovranno essere mantenuti i trattamenti economici in essere.
Nessuna scelta individuale sul trasferimento
Uno dei passaggi più netti emersi in Commissione riguarda la possibilità, o meno, di far scegliere ai lavoratori il trasferimento. Furio Honsell ha chiesto ai sindacati se sia possibile spostare dipendenti regionali in un altro ente locale tenendo conto del "progetto di vita" del lavoratore. Serena Pellegrino ha domandato se la legge possa prevedere un passaggio in cui il dipendente si esprima sul trasferimento.
La risposta dei rappresentanti sindacali è stata negativa: non sono previste deroghe al principio della successione automatica. L'alternativa indicata è la mobilità.
Il tema si lega anche alle ricadute sugli organici comunali. Manuela Celotti ha parlato del rischio di un ulteriore depauperamento del personale nei piccoli Comuni, aggiungendo che il problema non riguarda solo gli stipendi ma anche la qualità del lavoro e il contesto organizzativo in cui le persone operano. Nello stesso passaggio ha osservato che la reintroduzione degli enti intermedi avrebbe potuto aprire una revisione dell'equità del Comparto unico.
Diego Moretti ha chiesto invece un confronto con la situazione di dieci anni fa per capire se il personale dei Comuni stia oggi meglio o peggio. Secondo la Uil, le modifiche introdotte con i contratti stipulati dal 2018 in poi risultano più vantaggiose per i dipendenti degli enti locali rispetto a quelli regionali.
I numeri sugli organici forniti dalla Regione
Alla richiesta di una fotografia quantitativa ha risposto l'assessore alle Autonomie locali Pierpaolo Roberti. I numeri citati in Commissione indicano che al 31 dicembre 2024 i dipendenti regionali erano 3.591, mentre quelli degli enti locali erano 9.667. Nel 2015, ha ricordato l'assessore, erano rispettivamente 2.876 e 11.168.
Sono dati utilizzati nel confronto politico per misurare come si sia spostato nel tempo il peso degli organici tra amministrazione regionale ed enti locali, in una fase in cui la disponibilità di personale nei Comuni resta una delle questioni più delicate della riforma.
Il ruolo delle future Province tra territori e funzioni
La seduta ha affrontato anche il profilo istituzionale delle future Province e della Regione. Piero Mauro Zanin, intervenuto per l'Associazione regionale dei sindaci emeriti, ha sostenuto che la Regione abbia perso nel tempo parte della propria funzione di propulsione e sviluppo della comunità e che questo ruolo debba essere recuperato assieme alle Province.
Secondo Zanin, dopo il fallimento delle Uti si è creato un vuoto. Rispondendo a Massimo Moretuzzo, ha aggiunto che l'elezione diretta della Provincia è "ineludibile". Sulle aree montane ha indicato la necessità di un'autonomia che consenta di gestire in modo trasversale questo tema nella nuova Provincia. Sui tempi della riforma, la sua posizione è stata che un primo passo sia preferibile al mantenimento dell'attuale vuoto.
Anche Confcooperative, intervenuta in rappresentanza del mondo produttivo, ha espresso una posizione favorevole al rafforzamento degli enti di area vasta, considerandoli utili per compensare le carenze di personale e competenze dei Comuni e per costruire un'integrazione operativa con la Regione.
Dalle audizioni, in sintesi, esce un punto fermo sul personale e una serie di nodi ancora aperti sul funzionamento del nuovo sistema: il trasferimento dal 2027, le garanzie economiche, l'impatto sui piccoli Comuni e il perimetro effettivo delle funzioni che le nuove Province saranno chiamate a svolgere.