Padova, la sanità di prossimità passa dalla rete: 26 sedi e servizi sociali nei quartieri

La risposta ai bisogni non è un solo sportello: Ulss 6 e Comune intrecciano distretti, Case della Comunità, cure intermedie e Centri servizi territoriali.

05 novembre 2026 14:09
Padova, la sanità di prossimità passa dalla rete: 26 sedi e servizi sociali nei quartieri -
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PADOVA — A Padova il cambiamento più concreto nell’assistenza non coincide con l’apertura di un solo edificio, ma con il tentativo di far lavorare insieme servizi che per anni molti cittadini hanno percepito come separati: medico di famiglia, specialisti, assistenza domiciliare, supporto alla non autosufficienza e servizi sociali comunali. È questa la logica della sanità di prossimità: avvicinare una parte della presa in carico ai luoghi in cui le persone vivono, senza trasformare ogni problema in un accesso ospedaliero.

I dati dell’ultima Carta dei servizi dell’Ulss 6 Euganea, aggiornata a novembre 2025, consentono di misurare la scala del sistema. I distretti dell’azienda comprendono 100 Comuni e 930.378 residenti al 31 dicembre 2024; la rete distrettuale è organizzata in 26 sedi operative. Nel solo Distretto Padova Bacchiglione, che comprende cinque Comuni, la popolazione di riferimento è di 256.225 persone. Sono numeri che spiegano perché, per bisogni non urgenti ma complessi, la questione decisiva non sia soltanto aggiungere una prestazione: è rendere riconoscibile il punto di accesso giusto e far circolare le informazioni tra chi segue la stessa persona.

Il tema è rilevante anche nel dibattito cittadino. Nel 2025, nel sondaggio sui bisogni dei padovani raccontato da Nordest24, la sanità era indicata dal 27% dei rispondenti come una delle priorità. Quel dato non misura qualità o tempi di una singola struttura e non può sostituire gli indicatori del servizio pubblico; segnala però perché l’organizzazione territoriale sia una questione quotidiana per famiglie, anziani e persone con patologie croniche.

Dal singolo ambulatorio alla continuità delle cure

Il distretto socio-sanitario è, nella definizione dell’Ulss, il primo riferimento per l’accesso ai servizi sanitari, socio-sanitari e sociali dell’azienda. La sua funzione non è sovrapporsi all’ospedale, ma valutare bisogni, coordinare interventi territoriali e integrare operatori diversi. Nell’elenco delle attività compaiono cure primarie, consultori e servizi per infanzia, adolescenza e famiglia, cure palliative, disabilità e non autosufficienza, assistenza farmaceutica territoriale, dipendenze e salute mentale.

Questo assetto risponde a situazioni nelle quali una visita isolata non basta. Una persona anziana dimessa dopo un ricovero può avere bisogno di un percorso diverso da quello di chi deve solo prenotare un esame; una famiglia che affronta la perdita di autonomia di un parente può incontrare insieme una questione sanitaria e una sociale. La continuità non significa che tutti i servizi siano disponibili nella stessa stanza, né che l’accesso sia automatico: significa provare a costruire un passaggio leggibile tra professionisti e prestazioni.

Per i residenti resta essenziale distinguere i canali. Il medico o il pediatra di libera scelta è il primo riferimento per diagnosi, cura e prevenzione di base; per alcune pratiche amministrative l’Ulss mette a disposizione lo sportello distrettuale online, ad esempio per scelta o cambio del medico, esenzioni e tessera sanitaria. I servizi sociali, invece, hanno competenze proprie. Confondere questi piani può allungare i tempi invece di ridurli.

Case della Comunità e strutture intermedie: cosa aggiungono alla rete

Nella Carta dei servizi l’Ulss colloca le Case della Comunità tra gli strumenti dell’assistenza territoriale previsti dal PNRR. Sono strutture pensate per offrire servizi sanitari e sociali di prossimità, con assistenza primaria, specialistica ambulatoriale e prevenzione. Il punto non è sostituire l’ospedale con un nome nuovo: è rendere più stabile la presa in carico soprattutto quando la malattia è cronica o quando servono più figure, evitando che la famiglia debba ricominciare ogni volta dal principio.

Accanto a queste sedi c’è la rete delle strutture di ricovero intermedie. L’Ulss 6 dichiara sei ospedali di comunità per complessivi 154 posti letto, cinque Unità riabilitative territoriali con 63 posti e quattro hospice con 36 posti. Gli ospedali di comunità sono destinati a permanenze brevi, indicate nella Carta in 20-30 giorni, per persone che non possono essere seguite temporaneamente a domicilio ma per le quali il ricovero ospedaliero non è appropriato. Le Unità riabilitative hanno invece obiettivi di assistenza e riabilitazione, mentre gli hospice appartengono alla rete delle cure palliative.

I posti e le strutture non descrivono da soli la disponibilità in tempo reale né autorizzano a promettere un accesso immediato. Dicono però che l’assistenza territoriale non è soltanto uno sportello informativo: include luoghi e percorsi dedicati al passaggio dopo un ricovero, alla riabilitazione e alla fase avanzata di malattia. Per le famiglie, la conseguenza è pratica: davanti a un bisogno assistenziale complesso è più utile chiedere quale valutazione e quale percorso siano previsti che cercare autonomamente una generica “struttura sanitaria”.

I sei Centri comunali: quando il bisogno è anche sociale

La parte comunale della rete è altrettanto importante. Padova dispone di sei Centri servizi territoriali (Cst), uno per ciascuna area di quartiere: Centro, Nord, Est, Sud-Est, Sud-Ovest e Ovest. Sono uffici decentrati dei servizi sociali che orientano i cittadini, valutano i bisogni e attivano interventi per minori, adulti, anziani, persone con disabilità e famiglie in difficoltà.

Tra le attività indicate dal Comune ci sono assistenza domiciliare per persone in stato di bisogno, sostegno educativo domiciliare per minori e assistenza domiciliare integrata con i servizi Ulss; sono previste anche misure economiche, l’impegnativa di cura domiciliare e integrazioni di rette per istituti e centri diurni. Le segreterie sono aperte dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 12.30 e il martedì e giovedì anche dalle 15 alle 17; il colloquio con l’assistente sociale avviene su appuntamento. Non è un dettaglio burocratico: serve a trasformare una domanda generica in una valutazione che tenga conto della situazione della persona e della famiglia.

La collaborazione fra sanitario e sociale è decisiva proprio nei casi che non si risolvono con una prescrizione. Il recente approfondimento sulla rete padovana contro la grave marginalità mostra, in un contesto specifico, perché l’orientamento verso i servizi e la continuità tra operatori contino quanto il singolo intervento. Il modello non va esteso automaticamente a ogni situazione, ma chiarisce il problema generale: chi ha bisogni intrecciati rischia di restare escluso se ogni porta rimanda a un’altra.

Un territorio grande, bisogni diversi

La parola “prossimità” può essere fuorviante se la si riduce a una sede vicina a casa. Per un residente dell’area urbana, la vicinanza può essere fisica; per chi abita nei Comuni del distretto può voler dire sapere a quale servizio rivolgersi, avere un referente e non affrontare più passaggi non coordinati. I cinque distretti dell’Ulss 6 — Alta Padovana, Padova Bacchiglione, Padova Terme Colli, Padova Piovese e Padova Sud — hanno perciò bacini e problemi differenti, ma devono tenere insieme la stessa promessa di continuità.

La città sta sperimentando anche altre forme di accesso più ravvicinato. L’apertura del presidio Synlab in Piazza delle Erbe, con informazioni, prenotazioni e poi prelievi e prestazioni in convenzione, è stata raccontata in questo articolo sul nuovo punto sanitario in centro. È un intervento distinto dalla rete pubblica distrettuale e non va confuso con Case della Comunità o Cst; il caso mostra tuttavia come l’accessibilità dei servizi sanitari sia diventata parte della trasformazione del centro urbano, oltre che dei quartieri.

Anche iniziative temporanee di prevenzione possono avvicinare informazioni e controlli, ma non sostituiscono la presa in carico ordinaria. Il Treno della Salute in Veneto, per esempio, ha portato incontri di prevenzione in luoghi di passaggio: è utile come occasione di conoscenza, mentre per diagnosi, terapie e bisogni continuativi restano necessari i canali sanitari di riferimento.

Che cosa cambia davvero per residenti e imprese

Per i cittadini il vantaggio di una rete ben collegata non è l’idea astratta di “avere più servizi”, ma ridurre i rimbalzi fra uffici e professionisti quando il bisogno dura nel tempo. La prova concreta sarà nella capacità di rendere chiari i percorsi, condividere informazioni nel rispetto della privacy e collegare assistenza sanitaria, domiciliarità e sostegno sociale senza scaricare tutto sul familiare.

Per le imprese del territorio, a partire dalle cooperative sociali, dai fornitori di assistenza e dalle realtà convenzionate, una maggiore integrazione richiede interlocutori e procedure più stabili. La stessa Carta Ulss ricorda che la rete distrettuale opera anche attraverso convenzioni con operatori e organizzazioni esterne. Non equivale a una garanzia di nuovi incarichi o a una misura automatica dell’efficienza: indica però che il sistema pubblico è chiamato a governare una filiera che supera il perimetro dell’ospedale.

Il cambiamento, dunque, non si valuta dal taglio di un nastro. Si valuterà dalla possibilità per una persona fragile, per una famiglia o per chi assiste un anziano di trovare un accesso appropriato e un percorso comprensibile. A Padova la rete esiste già nei dati: 26 sedi operative Ulss, sei Cst comunali e strutture intermedie con funzioni diverse. Il lavoro che resta è farla funzionare come una comunità di servizi, non come una somma di indirizzi.

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