Palazzo Maffei: quando la pietra racconta il potere che cambia

Sette divinità, sedici piani di storia, una collezione privata che sfida il tempo. Così Verona ha trasformato il suo palazzo più controverso in un museo vivo.

16 gennaio 2026 06:00
Palazzo Maffei: quando la pietra racconta il potere che cambia - Foto: Didier Descouens/Wikipedia
Foto: Didier Descouens/Wikipedia
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Il palco del denaro

Non è una residenza. Non lo è mai stata, nemmeno quando la famiglia Maffei ordinò la sua costruzione nel 1626 e la ultimò nel 1668. È una dichiarazione pubblica di supremazia, una sentenza scolpita nel marmo arenaria e rivolta verso la piazza come un'accusa elegante. Chi passava per Piazza delle Erbe vedeva in Palazzo Maffei lo specchio invertito di sé stesso: banchieri e mercanti potenti che dicevano al resto della città che qui, in questa facciata prepotente, risiedeva il denaro vero.

Le cinque arcate del pianoterra non sono decorazioni casuali. Sono spazi di transizione, confini permeabili tra la piazza pubblica e il dominio privato. I Maffei furono lungimiranti: capirono che il potere non si nasconde, si espone. La facciata si gonfia verso lo spettatore, ricca di mascheroni e timpani alternati, di balconate che pendono sulla folla come gesti di benedizione aristocratica. Le statue collocate in cima - sei divinità greche che sorvegliano il mercato quotidiano - non proteggono il palazzo. Proteggono chi lo costruì.

Quando Roma tornava da sotto terra

Ma c'è qualcosa che i Maffei non vollero guardarsi negli occhi: sotto il loro nuovo palazzo giacevano i resti del Capitolium, il tempio principale della Verona romana. Non lo demolirono completamente - il tempo e la geologia non lo permettevano. Lo coprirono. Ne fecero cantina, basi strutturali, fondamenta invisibili.

Oggi, nei sotterranei del palazzo, tra le cantine di un ristorante, si vedono ancora le colonne di quel tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva. Duemila anni di civiltà sepolti, calpestati, ricoperti da un'altra civiltà che si reputava superiore. È il modo più elegante di dimenticare: non distruggendo, ma edificando sopra. I Maffei non erano volgari. Erano intelligenti. Sapevano che il marmo romano, trasformato in fondamenta, avrebbe continuato a sostenere il loro prestigio.​

Il giardino che non resistette

Sulla sommità di questo monumento al controllo urbano, i Maffei commissionarono un giardino pensile. Non un orto, non uno spazio utilitario. Un giardino ornamentale, un agrumeto che fluttuava sopra la città come una fronda verde di superiorità. Quando il naturalista Johann Christoph Volkamer visitò Verona nel 1714, rimase così affascinato da questo spazio che lo documentò in tavole incise, celebrandolo come meraviglia orticola del Settecento.​

Ma il giardino non sopravvisse. Gli alberi marcivano. L'umidità penetrava le murature. La bellezza si rivelò fragile, il potere corruttibile. Nel giro di pochi decenni fu smantellato. Quel che doveva sembrare eterno durò una generazione. La balaustra rimase, le statue rimasero immobili, ma lo spazio tra la pietra e il cielo che doveva celebrare l'onnipotenza della famiglia si trasformò in una cicatrice silenziosa.​

È la lezione più umana di Palazzo Maffei: il potere non solo teme il crollo, ma anche il marciume invisibile. Teme ciò che non vede arrivare.

La scena teatrale barocca

Palazzo Maffei non è un edificio isolato. È il fondale di una messa in scena. Quando lo si guarda dalla piazza, si nota subito la sua artificiosa teatralità: la disposizione dei piani, i contrasti tra la solidità grezza del pianoterra e la leggerezza decorativa dei piani superiori, la verticale imperiosa che disegna il cielo. È pura scenografia barocca, il genere che sapeva trasformare la realtà urbana in rappresentazione del potere divino attraverso quello umano.

Gli architetti che lo progettarono - probabilmente un maestro romano - capirono che Verona non era una capitale, ma doveva sembrarlo. Il Barocco arrivò qui con ritardo, ma quando arrivò, non arrivò per timidezza. Arrivò per dominare. Palazzo Maffei divenne il proclama di una città che voleva gridare al Veneto, a Roma, al mondo: qui il denaro e la cultura convivono e si legittimano a vicenda.

Tre secoli di silenzio

Per duecento anni, Palazzo Maffei rimase quello che era: una residenza privata, una dichiarazione di ricchezza, uno sfondo immobile nella topografia urbana di Verona. La città cambiò attorno a lui, il mercato pulsò sotto la sua facciata, le generazioni scelsero di abitarlo, visitarlo, ignorarlo. Era una certezza silenziosa, come i monumenti che tutti conoscono ma che nessuno chiede di spiegare.

Poi, nel 2020, accadde una trasformazione che pochi avrebbero previsto: un imprenditore veronese, Luigi Carlon, decise che la privatezza non era più il senso di Palazzo Maffei. Decise di svuotare la sua casa della collezione che aveva radunato in cinquant'anni di viaggio, acquisizione, passione ossessiva per le opere d'arte.​

La collezione come atto di confessione

Non era una donazione anonima. Non era nemmeno una banca dati di opere importanti. Era un'esposizione di una forma specifica di amore: quella che trasforma l'ossessione in memoria condivisa.

Carlon aveva cominciato da ragazzo, con uno stipendio da impiegato bancario, acquistando un dipinto di un pittore veronese locale, Eugenio Degani. Un gesto ordinario, quotidiano, umano. Poi, anno dopo anno, decennio dopo decennio, aveva trasformato quella prima scintilla in un universo di oltre 650 opere: dal Trecento ai nostri giorni, dalle ceramiche rinascimentali ai Magritte, dai marmi romani ai Warhol, dai disegni antichi alle installazioni di Lucio Fontana.

La collezione non era ordinata cronologicamente. Era ordinata secondo il principio della curiosità senza fine, della forma di amore che sa riconoscere il genio in epoche diverse, in stili opposti, in latitudini geografiche inaspettate. Dentro le trenta sale di Palazzo Maffei, un visitatore non troverebbe una narrazione lineare della storia dell'arte. Troverebbe qualcosa di più raro: il pensiero vivo di un collezionista che confessa dove ha guardato, cosa ha amato, perché ha detto sì a certe forme e no ad altre. È antropologia privata trasformata in spazio pubblico.

Quando la pietra si apre

Il restauro che ha preceduto l'apertura del museo nel 2020 non fu un intervento conservativo asettico. Fu una ri-significazione. La facciata barocca, illuminata di notte come un palco da teatro, iniziò a raccontare una storia diversa: non più il potere che teme l'accesso, ma il potere che decide di condividere.

I sotterranei rimangono vivi. I resti del Capitolium romano rimangono sotto i piedi di chi cammina nelle cantine, chi pranza nel ristorante, chi visita le sale più basse del museo. Tre civiltà convivono nello stesso spazio: quella romana che fondava, quella del Seicento che costruiva sapendo di coprire, quella contemporanea che decide di rendere visibile ciò che era nascosto.

Lo scalone elicoidale che sale dalle cantine fino ai piani nobili non appoggia su alcun sostegno centrale. È un'architettura che disaffia la gravità, che eleva il visitatore facendo sembrare naturale l'impossibile. L'architetto sapeva che l'architettura non è soltanto matematica. È retorica. Ogni curva della pietra dice qualcosa sulla possibilità del movimento, sulla libertà che una struttura può concedere.​

Cosa non si vede dalle guide

Nessuno racconta di come Carlon, anziano, ha camminato attraverso le sale mentre venivano allestite. Nessuno menziona il momento in cui ha dovuto lasciar andare le sue opere, vederle assegnate a pareti che non aveva scelto per loro, sapendo che non le avrebbe mai più possedute in solitudine.

Non è roba per guide turistiche. Le guide privilegiano i fatti: la data di costruzione, i nomi degli architetti (quando li sanno), la lista degli artisti rappresentati. Ma la vera storia di Palazzo Maffei è quella degli uomini che lo hanno voluto, costruito, vissuto, trasformato, svuotato per renderlo pubblico.

È la storia di una forma di ricchezza (quella dei Maffei) che si pensa eterna e si rivela mortale. È la storia di una forma diversa di ricchezza (quella di Carlon) che sceglie di dissolversi volontariamente nello spazio comune. È la storia di come una città cambia idea su cosa significhi far vivere un monumento.

Nel gennaio 2026, quando la piazza sotto Palazzo Maffei si riempie di turisti e curiosi, di abitanti che tornano a riconoscere lo spazio che hanno attraversato mille volte, il palazzo non è più quello che era. Non è nemmeno completamente quello che i Maffei hanno costruito, né quello che Carlon ha donato.

È il frutto di tutti questi strati di intenzione, di potere, di umiltà, di errore. È una pietra che racconta. Ed è per questo che merita ancora di essere guardata.

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