Palcoda: dove la natura ha ripagato i debiti della storia

Nel cuore delle Prealpi Carniche, una borgata abbandonata nel 1923 racconta la frattura tra l'epoca dei mercanti e l'Italia che sceglie la pianura.

14 gennaio 2026 06:00
 Palcoda: dove la natura ha ripagato i debiti della storia - Foto: Alessio Milan/Wikipedia
Foto: Alessio Milan/Wikipedia
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La pietra aspetta

Salire a Palcoda significa attraversare boschi che non hanno fretta. Il torrente Chiarzò segue il sentiero con disciplina, traccia il confine tra quello che i cartografi ancora osano chiamare sentiero e quello che è già territorio intoccato. Le Prealpi Carniche, viste da qui, non sono lo sfondo panoramico dei dépliant. Sono un fatto geologico: rocce mesozoiche affioranti a ogni curva, il disfacimento costante del calcare che genera doline e caverne, il colore verde del bosco che non è più una scelta della vegetazione ma una condanna metabolica. Piove spesso, qui. E quando non piove, la nebbia scende nelle valli profonde come un liquido.

A quota 628 metri, dopo quasi tre ore di salita, emerge Palcoda. Non è una rovina romantica. È una lacerazione. Circa quaranta abitazioni in pietra grezza—costruite con logge e portici secondo i dettami della costruzione montana friulana—sono state progressivamente inglobate dalla vegetazione locale: noccioli, aceri, edera. Le scale di accesso alle case non portano in nessun luogo. I muri sono ancora in piedi, ma l'interno appartiene ormai al bosco. Nel 1914, qui vivevano 126 persone. Nel 1923, l'ultimo della famiglia Masutti se ne andò, e il paese rimase completamente deserto.

Non è una storia di disastri naturali. È storia di economia, di scelte, di momenti in cui una comunità scopre di essere incastrata in una trappola di cui non riusciva a nemmeno vedere i bordi.

Il tempo dell'eccedenza

Nel Seicento, quando l'equilibrio tra uomini e risorse montane era ancora un equilibrio, Palcoda non era nulla. Era un punto di passaggio per i pastori nomadi che attraversavano le valli friulane seguendo i greggi. Qualcuno costruì una stalla. Poi una casa accanto. A poco a poco, nel giro di due secoli, la Valle Tramontina si trasformò in un laboratorio di colonizzazione territoriale senza precedenti: più di centocinquanta borghi e borgate fiorirono tra il XVI e il XVIII secolo. La montagna, che pareva sterile, si rivelò ricchissima per chi aveva la forza di abitarla.

A Palcoda arrivarono in primo luogo gli allevatori. Poi, gradualmente, gli agricoltori. Poi arrivò qualcosa di più sofisticato: il commercio. Nel corso del Settecento, la famiglia Masutti scoprì che la produzione di cappelli di paglia poteva funzionare su scala montana proprio come funzionava a Firenze o a Bassano. Non c'era magia. C'era abilità manuale distribuita tra le donne del paese, lino intrecciato con pazienza, e una rete commerciale che raggiungeva fino all'Olanda e oltre.

Nel 1780, Giacomo Masutti fece costruire una chiesa. Dedicata a San Giacomo, il santo protettore della strada e del commercio. L'atto era insieme devozione e propaganda: una manifestazione di potenza economica in pietra e malta. La chiesa conteneva tre statue di santi, quadri, arredi che testimoniavano il passaggio di ricchezza attraverso questo spazio improbabile della montagna. Nel 1790, Palcoda toccò il suo vertice: centocinquanta abitanti. Erano per lo più donne, uomini, bambini della famiglia allargata, operai agricoli, artigiani della paglia. Loro stessi non sapevano che stavano vivendo l'unico momento di abbondanza che la geografía locale avrebbe concesso a quel luogo.

L'economia di Palcoda era "aperta," come gli storici amano dire. Dipendeva da fattori esterni: dai prezzi internazionali dei cappelli, dai gusti della moda europea, dalla capacità dei Masutti di mantenere i contatti commerciali. Era ricchezza fragile, costruita su competenze specializzate, su una popolazione giovane capace di emigrazione stagionale quando serviva reddito extra. Non era autosostenibile. Lo era solo nel momento in cui il sistema internazionale decideva di comprare.

La frattura (1914)

Poi arrivò la Grande Guerra.

Non arrivò come una bomba su Palcoda. Arrivò come il blocco dei percorsi. Improvvisamente, gli uomini che emigravano stagionalmente non potevano tornare. La migrazione stagionale era stata la valvola di sfogo del sistema montano: permetteva ai giovani di portare a casa salari, di non fare pressione insostenibile sulle risorse locali, di mantenere il paese come base affettiva e legale. Nel 1914, quella valvola si chiuse.

Lo spopolamento non è mai una conseguenza naturale dell'isolamento. È una decisione economica. Dopo il 1914, gli abitanti di Palcoda presero una decisione: meglio andare a cercasi fortuna altrove che aspettare che la montagna garantisse un futuro. Nel 1923, l'ultima famiglia Masutti partì. Le case rimasero intatte per un poco, occupate soltanto dal paesaggio.

Quello che pochi articoli dicono è che lo spopolamento della montagna friulana non era effetto della pigrizia o dell'ignavia del montanaro. Era l'esito razionale di una crisi strutturale. Nel secondo dopoguerra, lo sviluppo urbano e industriale della pianura rese il lavoro agricolo e pastorale della montagna economicamente inutile. Una famiglia che aveva i braccia poteva guadagnare tre volte di più a Udine o in fabbrica che al pascolo. Non era nostalgia. Era matematica.

Tra il 1951 e il 1991, la montagna friulana perse il 30 per cento dei residenti. Palcoda aveva già perso il 100 per cento cento anni prima. Era una città fantasma dal 1923, quando ancora le città fantasma non erano di moda turistica.

Il ritorno della pietra

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Palcoda divenne rifugio ideale per i partigiani che operavano nella Carnia e nel Friuli occidentale. Una casa fantasma è una casa perfetta per l'invisibilità. Chi aveva studiato le mappe sapeva dove andare. Chi arrivava per la prima volta poteva sorprendersi di trovare riparo, polenta fredda, sguardi consapevoli da parte di chi ancora passava per questi sentieri.

Dopo la guerra, Palcoda rimase tranquillamente fantasma. I ruderi invecchiavano. La chiesa si sgretolava. L'edera iniziò il suo lavoro metodico di dissoluzione.

Agli occhi di qualcuno—probabilmente discendenti della stessa famiglia Masutti, probabilmente persone con il privilegio di ancora rimanere nel territorio e il lusso di pensare al passato—cominciò a germogliare un'idea: che la memoria non dovesse essere soltanto assenza. Nel 2011, dopo anni di lavoro volontario, la chiesa di San Giacomo fu restaurata. Non in stile neoclassico o decorativo. In stile francescano, lasciando i muri quasi nudi, le tre statue di santi trasferite altrove (ora riposano nella chiesa di Tramonti di Sotto), il campanile nuovo ma sobrio.

Accanto alla chiesa, altri volontari costruirono un bivacco in legno. Quattro posti letto a castello, un grande tavolone, una stufa a legna. Non è un albergo. Non è un monumento. È uno spazio dove chi cammina sa che potrà stare al caldo, forse leggere il libro dei visitatori, capire che non è il primo a salire a questa quota per cercare qualcosa.

Accanto alla chiesa si trova anche un numero civico antico, il numero 1. È il resto di una marcatura amministrativa, il segno del momento in cui lo Stato italiano censiva ancora quelle persone. Ora marca semplicemente il vuoto.

Cosa non si vede dai sentieri

Molti articoli raccontano Palcoda come attrazione escursionistica. Parlano della cascata del Pissulat, dell'anello verso Tamar, del silenzio rigenerante. È tutto vero. Ma è anche pericoloso dire che Palcoda sia pacifica.

Palcoda è il monumento a un'economia che ha scelto di non sostenere più la montagna. È il luogo dove il silenzio non è contemplativo ma coercitivo: il silenzio di chi non ha scelta, il silenzio di chi è stato sostituito dalla vegetazione.

Il bivacco e la chiesa restaurata non sono restaurazioni romantiche. Sono tentativi di freno. Sono il modo in cui una comunità territorio dice: "Questa memoria conta ancora. Non lasceremo che i noccioli mangino anche questa storia."

Le pietre di Palcoda rimangono in piedi per una ragione specifica. Non sono monumenti a una gloria passata. Sono testimonianze di una frattura economica che condanna le valli a scegliere tra la memoria e l'estinzione. La natura, qui, non è nemica. È soltanto il modo in cui il territorio ripaga chi lo abbandona.

Chi arriva a Palcoda oggi dovrebbe saperlo: sta camminando nei resti di un'economia che non poteva sostenersi. Il bosco non è un invasore. È la conseguenza logica di una decisione presa nel 1914 e completata nel 1923.

La montagna non perdona gli errori di pianificazione di chi l'abita. O meglio: li perdona benissimo. Li assorbe nel muschio, li ricopre di edera. Attende con pazienza che qualcuno ritorni. E se nessuno ritorna, attende comunque.

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