Pressione sociale e il mito della felicità obbligatoria sui social
Scorri, ti confronti, ti senti “meno”: come riconoscere la felicità performativa e proteggere la salute mentale
Viviamo immersi in un flusso di immagini perfette che, giorno dopo giorno, può aumentare la nostra ansia e logorare il nostro equilibrio emotivo. Scorrendo i social ci confrontiamo con vite che sembrano più ordinate, più felici, più riuscite della nostra. E spesso questo confronto lascia addosso un senso sottile di inadeguatezza.
In questo spazio vogliamo fermarci un attimo e ragionare su come tutto questo possa incidere sulla nostra salute mentale: ansia, umore, autostima, qualità delle relazioni.
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Come i social alimentano ansia e insicurezza
Quando scorriamo un feed pieno di sorrisi, case impeccabili e corpi scolpiti, rischiamo di credere che quella sia la normalità e che noi siamo “indietro”. È il paradosso dell’iperconnessione: siamo esposti a tutto, ma vediamo solo la parte lucidata delle vite altrui.
La maggior parte dei contenuti è selezionata, filtrata e ritoccata. Eppure ci caschiamo: confrontiamo il “dietro le quinte” della nostra vita con il “meglio di” degli altri. Questo può aumentare:
ansia da prestazione (“dovrei fare di più”);
senso di insufficienza (“non sono abbastanza”);
vulnerabilità a stati depressivi, soprattutto se già siamo in un momento fragile.
Col tempo, la pressione sociale ci porta a pensare che, se non siamo felici e produttivi ogni giorno, stiamo sbagliando qualcosa.
Il confronto costante e il suo impatto sulla salute mentale
Il confronto digitale è una trappola silenziosa. Non la vediamo, ma ci entra dentro piano. Quando guardiamo la vita degli altri in modo continuo, il nostro senso di misura cambia e può crearsi:
un aumento dell’ansia (per risultati, obiettivi, immagine);
una diminuzione dell’autostima (ci sentiamo sempre un passo indietro);
una difficoltà a riconoscere i nostri veri bisogni.
È qui che la pressione sociale diventa più pesante. Le aspettative si gonfiano, la nostra quotidianità sembra sempre “meno” e perdiamo lucidità: facciamo fatica a capire cosa vogliamo davvero e cosa stiamo inseguendo solo per essere all’altezza di uno standard esterno.
La felicità performativa e il bisogno di approvazione
Sui social la felicità spesso si esibisce. È una performance, più che un’esperienza. Non sempre nasce da un vissuto autentico, ma dal bisogno di sentirsi approvati, visti, validati.
Pubblicamo un momento bello e poi controlliamo le reazioni. Se il consenso non arriva, possiamo sentirci sbagliati, poco interessanti, invisibili. Questo meccanismo può:
aumentare l’ansia sociale (paura del giudizio, paura di non piacere);
rendere instabile l’autostima (dipende dai like o dai commenti);
allontanarci dalle nostre emozioni autentiche.
Poco alla volta rischiamo di ridurci alla versione lucidata di noi stessi, creando una distanza dolorosa tra come stiamo davvero e l’immagine che mostriamo.
Perché questo standard danneggia il nostro benessere psicologico
Quando inseguiamo un modello impossibile, qualcosa si incrina. Possiamo sentirci in ritardo, fuori posto, insufficienti. È una sensazione che cresce senza fare rumore, ma che può manifestarsi come:
agitazione costante, difficoltà a “staccare”;
calo dell’umore;
fatica a provare soddisfazione per i propri risultati.
Cerchiamo di mantenere il ritmo degli altri, ma a volte quel ritmo non è umano. La pressione sociale si infiltra nel lavoro, nelle relazioni, nel tempo libero. E più la inseguiamo, più ci affatica. Riconoscere i nostri limiti non è una sconfitta: è un atto di cura verso la nostra salute mentale.
Tornare al proprio ritmo: una scelta di cura
Abbiamo bisogno di tornare a un ritmo che rispetti il nostro spazio interno. Questo significa anche proteggerci da ciò che aumenta inutilmente ansia e tensione.
Possiamo iniziare da piccoli passi:
selezionare cosa guardiamo e chi seguiamo;
limitarci quando notiamo che dopo i social ci sentiamo più nervosi, tristi o scarichi;
ricordarci che ciò che vediamo non è mai un quadro completo.
La pressione sociale perde forza quando smettiamo di considerarci spettatori insufficienti nella vita degli altri e torniamo a essere presenti nella nostra. Serve un po’ di gentilezza verso noi stessi: non dobbiamo essere perfetti per avere valore.
Usare i social senza dimenticare la salute mentale
I social non sono “il male assoluto”, ma diventano complicati quando li trasformiamo in un metro di giudizio costante. Possiamo provare a usarli con più calma e consapevolezza:
chiederci come ci sentiamo dopo aver passato del tempo online;
fare pause digitali, soprattutto nei momenti di maggiore stress;
coltivare spazi offline di relazione autentica e ascolto reciproco.
Ricordiamoci che ogni immagine è solo un frammento, e che nessuno vive una vita perfetta come quella che vediamo online. Scegliamo un passo più umano, uno che rispetta i nostri tempi, il nostro corpo e le nostre sfumature emotive.
Concediamoci la libertà di sbagliare, di fermarci e di respirare. Quando siamo più presenti a noi stessi, anche l’ansia e la pressione sociale possono ridursi e il nostro equilibrio psicologico trova forme nuove, più naturali per noi.
Se sentiamo che fatica, ansia o tristezza stanno diventando troppo pesanti da gestire da soli, chiedere aiuto a un professionista può essere un modo concreto e coraggioso di prendersi cura della propria salute mentale.
Note bibliografiche
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