Quando il vinile torna di moda: la Mostra del Disco di Pordenone e il rituale musicale magico
La 36ª Mostra del Disco di Pordenone torna il 17 e 18 gennaio. Dove il vinile non è moda, ma ancoraggio a una realtà tangibile in tempi digitali.
Le luci si spengono, la musica rimane
Ogni anno, a metà gennaio, Pordenone ospita una domanda che nessuno pone a voce alta: che cosa rimane quando la festa finisce? Quando i 4.000 visitatori lasciano il padiglione 5 della Fiera, con le loro borse piene di dischi che non sentivano da anni, o che non hanno mai ascoltato, restano i solchi del vinile. Restano le copertine archiviate negli scaffali. Resta il gesto di poggiare la puntina sulla superficie ruvida del disco, quella pratica che da qui a un anno, magari due, spezzerà la solitudine della raccolta.
Questo non è un articolo sulla Mostra Mercato del Disco. Non voglio dirvi che è "imperdibile" o "unica nel suo genere"—copioni già scritti decine di volte sui calendari degli eventi. Voglio invece raccontarvi quello che nessuno dice quando la fiera chiude: che il vinile non è tornato di moda per caso, né tantomeno per nostalgia. È tornato perché in un ecosistema dove tutto è algoritmo, suggerimento, tentativo di essere letti, i giovani che costruiscono la loro identità oggi non trovano nient'altro di concreto su cui appoggiarsi.
La 36ª edizione di questa mostra, prevista per sabato 17 e domenica 18 gennaio 2026, rappresenta qualcosa di più di un aggiornamento nel calendario: è un termometro dei tempi, un luogo dove le persone vanno ancora per chiedere a un estraneo dove trovare un disco raro, per toccare il cartoncino di una copertina, per decidere se comprare sulla fiducia.
Un'origine quasi invisibile
Nel 1991, due studenti universitari del Friuli decisero che avrebbero voluto un posto dove i dischi—quelli veri, con i loro solchi, le loro imperfezioni—avessero ancora valore. La Mostra Mercato del Disco nacque da questo gesto minimo: non una grande istituzione, non un progetto culturale ambizioso, ma un'intuizione di due ragazzi che sentivano già, allora, che qualcosa stava scomparendo.
Negli ultimi anni, quell'intuizione è diventata realtà con una forza che nemmeno organizzatori probabilmente prevedevano. Dagli iniziali venti espositori della prima edizione, il progetto è cresciuto fino a raggruppare oggi oltre 150 operatori provenienti da Italia, Spagna, Francia, Olanda, Germania, Croazia, Belgio, Austria e Slovenia. Nel 2025, la mostra ha raccolto più di 4.000 presenze, un dato che l'ha portata ad essere inserita nel Calendario Nazionale delle Fiere—l'unica del suo genere riconosciuta a questo livello.
Non è uno status facile da conquistare per una manifestazione nata come hobby. Significa che qualcosa di molto concreto è accaduto qui, in questa città di poco più di 50.000 abitanti, dove il Noncello scorre come ha fatto per otto secoli, dove Pordenone continua a fare quello che ha sempre fatto: fungere da crocevia, da punto di transito tra il digitale e l'analogico, tra il Nord-Est italiano e l'Europa centrale.
Il vinile come resistenza (ma non è politica)
Quando la stampa parla di questo "ritorno del vinile", quasi sempre adopera il linguaggio della nostalgia. Effetto vintage, dicono. Generazione Z che scopre il passato. Revival degli anni Settanta.
Sbagliato. O almeno, profondamente incompleto.
I dati FIMI del 2025 mostrano che il vinile ha registrato una crescita del +17% nel primo semestre, mentre il segmento fisico complessivo è cresciuto del 13%. Non è un'anomalia. È *uno dei pochi settori dove il consumo di un oggetto tangibile ha iniziato a crescere dopo decenni di contrazione. Ma il dettaglio cruciale è questo: il motore di questa crescita non è la generazione che lo ha vissuto direttamente. Sono i giovani tra i 15 e i 29 anni—la Generazione Z—a trainare il boom.
Perché? Non per la qualità del suono. I dati acustici sono chiari: il digitale batte il vinile su tutti i parametri misurabili—gamma dinamica, risposta in frequenza, distorsione. Una verità scientifica non opinabile.
Quello che il vinile offre non è qualità tecnica. È qualità esperienziale: il rituale, la lentezza, la libertà da pubblicità e algoritmi. Uno studio di Vinyl Alliance rivela che il 50% dei giovani collezionisti lo vede come una forma di "disintossicazione digitale", mentre il 61% ritiene che ascoltare dischi migliori il proprio benessere mentale. Non è melanconia. È una scelta deliberata di vivere la musica in modo diverso dall'industria dello streaming.
Possedere un vinile significa qualcosa di radicale negli anni Venti del Duemila: significa affermare che la musica ha valore soltanto se è fisica, vera, mantenuta in casa. Non è streaming ascoltato nel frastuono della metropolitana. È uno spazio di tempo togliete a tutto il resto.
Il punk dei giorni nostri (ma in chiave Nord-Est)
La 36ª edizione della Mostra del Disco avrà un'anima visiva che merita attenzione: "Punks for Art, Art for All", una mostra dedicata ai 50 anni dal 1977, quando il punk ha smesso di essere suono e è diventato linguaggio, postura, resistenza estetica.
Sessanta materiali originali—manifesti, copertine, flyer—provenienti in gran parte dalla collezione di L. Sartor (in arte Taylor), racconteranno come la grafica punk del periodo 1977-1980 abbia trasformato la comunicazione musicale in atto di rottura. Con pezzi di Clash, Sex Pistols, Damned, Public Image Ltd, pubblicamente esposti a Pordenone, quello che emerge è una continuità lineare tra il gesto punk degli Settanta e il gesto del collezionista di vinili di oggi: entrambi dicono no al sistema dominante.
Il punk nacque come autonomia produttiva e identità grafica. I dischi punk non potevano essere belli nel senso convenzionale: dovevano essere brutti, sporchi, impossibili da ignorare. Le copertine erano manifesti. I vinili erano dichiarazioni di guerra all'estetica del consumo controllato. Erano arti visive, non solo musica.
Oggi, settant'anni dopo, quando un ventenne entra nella fiera e compra un disco in edizione limitata, con una copertina speciale o illustrata, sta facendo esattamente quello stesso gesto: rifiutando l'immaterialità, affermando il valore della forma, dicendo che la musica merita di avere un corpo. Non è punk nella forma. Ma è punk nella sostanza: autonomia dal sistema, capacità di scegliere una strada diversa, consapevolezza che la bellezza di una cosa non si misura in brani e in playlist.
Ciò che accade nel padiglione (e ciò che conta davvero)
Sabato 17 gennaio, ore 17:00. Il Banco del Mutuo Soccorso—una delle bande più rappresentative del progressive rock italiano, fondata nel 1968 e ancora attiva, ancora in tournée per il loro album Storie Invisibili—farà un firmacopie nel foyer della fiera.
Questo dettaglio è importante per un motivo preciso: il Banco del Mutuo Soccorso rappresenta una genealogia, quella del rock progressive italiano. Non sono Una variante di moda passeggera. Sono parte di una storia che ha richiesto decenni di lavoro, di prese in giro, di continuità musicale attraverso i cambiamenti dei generi. Quando Francesco Di Giacomo prende la penna per firmare un disco, lo fa con la consapevolezza di chi ha attraversato il punk, la new wave, l'elettronica, e ha continuato comunque a fare musica progressiva.
Il fatto che questa firma avvenga nel mezzo di una fiera del disco, non in una sala da concerti importante, ma in un padiglione di una città di provincia, dice qualcosa sulla democrazia vera di questo evento. Non ci sono gerarchie tra il grande collezionista e l'appassionato casuale. C'è solo lo spazio in cui entrambi respirano insieme.
Domenica 18 gennaio, il programma prosegue con altri artisti: Steno dei Nabat (ore 11:00), Jimi Barbiani (ore 12:00), Le Orme (ore 14:30)—band che rappresentano la continuità del progressive rock italiano, quella stessa linea che il Banco ha tracciato cinquanta anni fa.
Ma il vero fulcro della fiera non è la firma degli artisti. È il mercato stesso: 150 espositori, LP, 45 giri, CD, musicassette, memorabilia e merchandise di ogni tipo, da ogni genere musicale. Lì accade quello che davvero importa—le persone che si fermano di fronte a un disco, leggono la copertina, chiedono al venditore se è una prima stampa, se manca il libretto, se ha i solchi leggeri o profondi. Accade il colloquio autentico, quello che in una piattaforma di streaming non può neanche iniziare.
Il confine tra tradizione e autenticità reale
Ecco il punto su cui quasi nessuno riflette: la Mostra del Disco di Pordenone non è folklore. Non è un rituale conservatore mantenuto vivo artificialmente dai nostalgici. È qualcosa di più radicale: l'irruzione della realtà concreta in un sistema interamente virtuale.
Quando una persona di 22 anni, cresciuta su TikTok e Spotify, decide di investire soldi veri in un disco in vinile, non sta celebrando il passato. Sta rifiutando il presente così come è costruito. Sta dicendo: io voglio qualcosa che non possa essere tolto da un aggiornamento di algoritmo, che non sia soggetto a licenze, che non mi seguire con pubblicità mirata.
Questo non è folklore. È identità reale, costruita con scelte consapevoli.
E quello che accade alle fiere come quella di Pordenone—dove centinaia di persone di età diverse si incontrano per toccare, scegliere, scoprire, sbagliare—è precisamente il luogo dove l'identità si forma davvero. Non attraverso il feed personalizzato, ma attraverso l'incontro con l'ignoto, con la sorpresa, con il disco di cui non avevi mai sentito parlare ma che il venditore ti raccomanda con convinzione.
Quello che rimane dopo
Alle 19:00 di domenica 18 gennaio, il padiglione si svuota. I visitatori se ne vanno con i loro dischi. Le casse vengono chiuse, i tavoli smontati, le luci spente. E per altri dodici mesi, quella comunità che si è riunita per 36 anni di fila tornerà a disperdersi, ognuno nella propria solitudine, ascoltando in casa quello che ha comprato qui.
Ma il fatto che questa fiera esista, che sia stata inserita nel Calendario Nazionale, che continui a crescere—non nonostante il mondo digitale, ma in contemporanea con esso—racconta qualcosa di veramente importante sulla natura umana contemporanea.
Non siamo soltanto algoritmi. Non ci accontentiamo di immaterialità. Vogliamo puntine, copertine, solchi di vinile, le impronte digitali di chi ha manipolato questi dischi prima di noi. Vogliamo la permanenza.
La Mostra del Disco di Pordenone del 17 e 18 gennaio non finisce quando la fiera chiude. Finisce ogni volta che qualcuno ascolta uno di quei dischi comprati lì, e si ferma per un momento a leggere la copertina, a guardare il nome del venditore dall'Olanda o dalla Croazia, a toccare di nuovo quella cosa che ha scelto con le proprie mani.
Questo è ciò che resta quando le luci si spengono.