Quando la montagna ritrova il bianco: il ritorno della Coppa del Mondo femminile a Tarvisio

Quindici anni dopo l'ultimo appuntamento, le velociste più forti del mondo torneranno a Tarvisio il 17-18 gennaio. Una storia di memoria collettiva tra sacro, sport e resistenza.

16 gennaio 2026 18:00
Quando la montagna ritrova il bianco: il ritorno della Coppa del Mondo femminile a Tarvisio - Foto: Mikaela Shiffrin - FIS Alpine Ski World Cup, Austria
Foto: Mikaela Shiffrin - FIS Alpine Ski World Cup, Austria
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L'assenza che pesava

Il 17 gennaio 2026 le migliori velociste del pianeta taglieranno il traguardo sulla pista Di Prampero a Tarvisio, in quella Val Canale dove il vento soffia da tre confini contemporaneamente: italiano, sloveno, austriaco. Non accadeva da quindici anni. L'ultima volta fu nel marzo 2011, quando il circo bianco femminile si fermò a Camporosso di Tarvisio in quella che sembrava una tappa fra tante altre. Nessuno immaginava che quella sarebbe stata l'ultima, per molto tempo.

Quindici anni non è una semplice assenza. È un'intera generazione di sciatori locali che è cresciuta senza sentire il rumore dei cingoli sulla neve della Di Prampero, senza il palco internazionale, senza l'illusione che il mondo guardasse questa montagna per quarantotto ore. È il silenzio di una comunità che ha continuato a mantener vivo lo spazio fisico—la pista, i rifugi, le tradizioni—aspettando un evento che sembrava non dovesse più tornare.

E invece torna. Il 17 e 18 gennaio 2026.

La pista come racconto

La Di Prampero non è una pista qualunque disegnata con compassi su carta di progettisti lontani. È il frutto di una fatica sedimentata nel tempo: quasi quattro chilometri che si tuffano dalla cima del Monte Lussari (1789 metri) fino a Camporosso a 817 metri, con pendenze che oscillano dal 7% al 47%, da curve dolci a precipizi tecnici che chiedono di tutto alle atlete.

Chi guida la telecabina del Lussari in questi giorni di gennaio racconta di come i volontari degli sci club locali si siano mossi per mesi, dai controlli di sicurezza alle verifiche tecniche sulle reti. Quattrocento persone coinvolte. Milioni di dettagli di cui il pubblico non vedrà nulla, ma che trasformano una montagna in un palcoscenico internazionale. La pista racconta questo: il lavoro invisibile delle comunità che costruiscono il possibile.

Ma la Di Prampero racconta soprattutto chi la frequenta da sempre—chi l'ha percorsa nei giorni ordinari, quando non c'era circo mediatico. Da lì passa la memoria dello sci carnichiano e friulano, quella memoria che affonda negli anni Cinquanta e Sessanta, quando le Truppe Alpine iniziarono a insegnare le tecniche basilari dello sci a generazioni di ragazzi locali. La "Propaganda Sciistica Valligiana" fu il nome burocratico di un'operazione che oggi chiameremmo democratizzazione dello sport: sci nuovi, istruttori formati, gare locali che sfociavano in finali territoriali. Fides Romanin di Forni Avoltri, nel 1952, divenne la prima donna italiana portabandiera alle Olimpiadi di Oslo. Non era un'atleta nata da strutture nazionali sofisticate: era una ragazza della montagna che aveva imparato sugli stessi pendii dove scieranno Sofia Goggia e le sue compagne il prossimo weekend.

La pista, dunque, è la continuazione di una linea che non si è mai interrotta, solo interrotta.

Il Lussari non guarda soltanto

Sopra la pista, a 1789 metri, c'è qualcosa che sciatori e telecamere resteranno costretti a ignorare per ragioni di regolamento e sicurezza: il Santuario del Monte Lussari, il "Monte Santo". Una chiesa costruita intorno a una leggenda che inizia nel 1360, quando un pastore trova le sue pecore inginocchiate attorno a un cespuglio, e al centro del cespuglio c'è una statuetta della Madonna col Bambino. Il pastore la porta a valle. L'indomani la statuetta è di nuovo lassù, attorniata dalle pecore. Di nuovo giù. Di nuovo su.

Accade tre volte. Nel terzo episodio, il patriarca di Aquileia ordina di costruire una cappella. Nel 1360. Quando i Visconti e gli Absburgo si contendevano il Friuli.

Quello che sorprende non è la leggenda—le montagne alpine ne sono piene—ma il fatto che il Monte Lussari continua a funzionare come luogo di confine, non soltanto geografico. Da questa cima si vedono contemporaneamente le Alpi Giulie, la vicinanza della Slovenia, la strada verso la Carinzia austriaca. Per secoli pellegrini dall'Italia, dalla Slovenia, dall'Austria hanno salito fin qui. Il santuario oggi si chiama ufficialmente "Regina d'Europa" per questo ruolo di luogo dove le tre culture si incontrano, non si scontrano.

Quando la Di Prampero ospiterà la Coppa del Mondo, le velociste inizieranno la loro corsa proprio dalla cima dove questo santuario veicola i significati di frontiera, resistenza, continuità. Non è retorica inserita dopo i fatti: è il tessuto profondo del territorio che sostiene l'evento fisico. Per questo il trofeo consegnato alle vincitrici non è una coppa anonima.

Il "Guerriero della Val Saisera": quando l'arte racconta la comunità

Il premio per le vincitrici si chiama "Guerriero della Val Saisera". Non è stato scelto casualmente, non è stato ordinato a un fornitore internazionale. È stato realizzato da Ennio Veluscek, uno scultore tarvisiano, che ha lavorato con legno di cirmolo—non legno acquistato, ma alberi caduti naturalmente sulle montagne locali, raccolti, stagionati, trasformati a mano. Ogni trofeo è un pezzo unico, non replicabile, accompagnato da una pergamena che racconta la storia del popolo saisero, i guerrieri che resistevano nelle valli, simbolo di "resistenza e rinascita tra le montagne".

Accanto allo scultore lavora Maurizio Bait, giornalista e scrittore, che ha costruito la leggenda narrativa attorno a questi guerrieri. Non è una celebrazione generica di "forza e coraggio": è un atto di memoria che dice "qui il territorio persiste, non come museo ma come comunità vivente che genera significati".

Quando una velocista taglierà il traguardo il 17 gennaio, solleverà in aria non un premio anonimo, ma un racconto locale, una storia di montagne che resistono, di comunità che non si consegnano al generico. Questo è il dettaglio che molti articoli non racconteranno. È il dettaglio che conta.

Il silenzio e la febbre

Nei giorni precedenti l'evento, Tarvisio ha l'aria di una comunità che non sa ancora bene se festeggiare. Le tribune sono state preparate—1114 posti per ciascuna giornata—ma l'atmosfera rimane ancora sospesa, come quando una festa è annunciata ma il corpo non ha ancora integrato che accadrà veramente.

I baristi notano più stranieri. Le prenotazioni alberghiere si sono concentrate. I volontari dei tre sciclub locali sono stati reclutati settimane fa e hanno iniziato il lavoro quotidiano, invisibile: marcatura dei tracciati, preparazione delle zone di sicurezza, coordinamento con le autorità. Duecento cinquanta volontari, tutti locali, quasi tutti con una storia personale attaccata a quella montagna.

Ciò che resterà meno visibile è il conflitto silenzioso che accompagna ogni grande evento: il desiderio di protagonismo internazionale mescolato con la paura che l'evento stravolga ciò che il territorio è, che lo trasformi in cartolina, che le telecamere mostrino una versione pulita e false della Valcanale, una di quelle raffigurazioni di territorio in cui tutto è a servizio dello spettacolo.

Eppure l'evento è stato atteso. Lara Della Mea, atleta tarvisiana che abita proprio a Camporosso—la frazione dove finisce la Di Prampero—ha raggiunto recentemente il miglior risultato della sua carriera in Coppa del Mondo (sesto posto nello slalom a Kranjska Gora, pochi chilometri da casa). Non gareggerà a Tarvisio perché le discipline di velocità non sono la sua specialità, ma la sua semplice crescita atletica in questi mesi è stata seguita dal territorio come una benedizione. Significa che qualcuno da qui ce la sta facendo, davvero. Sofia Goggia, campionessa delle prove di velocità, è attesa. Lei proviene dalle montagne lombarde, ma la comunità friulana sa che il talento femminile nello sci italiano è ancora un fenomeno raro abbastanza da essere menzionato, celebrato, investito di significato che va oltre la pura prestazione atletica.

Le tracce che rimangono

La storia dello sci nella Carnia è la storia di come una comunità montanaro ha trasformato la fatica della neve in disciplina, la disciplina in risultati, i risultati in emancipazione. Non è una storia lineare. Negli anni del dopoguerra, ragazzi e ragazze della Carnia avevano materiali precari, insegnanti volontari, ma avevano qualcosa di più importante: l'idea che la montagna potesse essere un luogo dove mostrare capacità, dove generare talento, dove proiettarsi verso l'esterno.

Quando la Coppa del Mondo tornerà a Tarvisio il 17 gennaio, quel significato non sarà scomparso. Sarà probabilmente ancora lì, sedimentato, invisibile ai commenti sportivi, non menzionato dai telecronisti, ma presente: nella capacità organizzativa dimostrata, nella memoria condivisa che i volontari portano in pista, nel trofeo del Guerriero che racconta chi siamo stati e chi continuiamo a essere.

Le piste di sci sanno una cosa che le comunità urban non sempre ricordano: il ritorno non è mai una ripetizione. Quindicid anni dopo 2011, Tarvisio non è la stessa. Le atlete non saranno le stesse. La tecnologia, le velocità, i tempi. Il territorio, però, ha continuato a respirare. Ha continuato a mantenere la pista, a tramandare le tecniche, a educare generazioni di sciatori. E quando il circo bianco tornerà, troverà una comunità che non ha smesso di attendere.

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