Quando l'acqua diventa storia: il Parco delle Rogge, la frontiera invisibile del Veneto

Nel Veneto centrale, dove tracce romane sfumano in canali medievali, il Parco delle Rogge racconta il momento esatto in cui l'uomo ha smesso di osservare il paesaggio e ha iniziato a governarlo.

19 gennaio 2026 06:00
Quando l'acqua diventa storia: il Parco delle Rogge, la frontiera invisibile del Veneto - Foto: Mikibi/Wikipedia
Foto: Mikibi/Wikipedia
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Il confine che non si vede

Esistono spazi che non somigliano a nessun parco che abbiate mai conosciuto. Non hanno la monumentalità della montagna, non l'appeal della spiaggia, non la spettacolarità della valle scavata nel tempo. Il Parco della Civiltà delle Rogge, che si estende su circa 250 ettari tra Bassano del Grappa, Cartigliano e Rosà, in provincia di Vicenza, è esattamente questo: uno spazio difficile da descrivere, quasi invisibile alla fretta, ma ossessionante per chi sa dove guardare.​

È qui che il Veneto smette di essere una idea romantica e diventa storia materiale.

Le rogge non sono fiumi. Non sono torrenti selvaggi che scendono dalla montagna. Sono qualcosa di più radicale: sono il momento in cui gli uomini hanno deciso di smettere di dipendere dalla natura e hanno iniziato a governarla. Ogni roggia è una frazione di delibera. Ogni canale è una forma di controllo. Ogni ramificazione è la traccia di una negoziazione tra bisogno e geografia.​

La lunga costruzione di un paesaggio

Quando guardate una mappa del Parco delle Rogge, vedete linee rette che attraversano campi ordinati. Sembrano casuali, geometriche come gesti di un tecnico contemporaneo. Non lo sono. Sono il risultato di circa due millenni di decisioni.

I Romani arrivarono prima. Nel II secolo a.C., quando conquistarono il Veneto, il territorio era già un incrocio di significati: zone paludose alternate a pascoli, il Brenta come via d'acqua naturale ma incontrollabile, le risorgive come mistero idrogeologico. I Romani non potevano tollerare l'indeterminato. Così tracciarono le loro centuriazioni, il loro ordine geometrico perfetto. Ancora oggi, se sapete dove guardare, vedete tracce del decumano DD IX, il Cavinón – il sentiero di delimitazione tra i campi – come una cicatrice nella maglia agraria contemporanea. È la spina dorsale invisibile del paesaggio.

Ma le centuriazioni romane erano un progetto di colonizzazione, non di trasformazione idrica. Il vero cambio di paradigma arrivò nel Medioevo, quando il Veneto divenne una potenza commerciale e la Serenissima capì che l'acqua non era solo un elemento naturale, ma una risorsa economica.

Nel 1519 la Repubblica Veneziana prese una decisione che cambierebbe il territorio per sempre: decise di implementare la capacità della Roggia Rosà, il principale canale derivato dal Brenta, e di vendere le quote d'acqua eccedente a nuovi utilizzatori. Non era una decisione idraulica. Era una decisione commerciale. Era capitalismo che si manifesta in paludi e campi.​

Da quel momento in poi, il territorio si riempì di rogge secondarie, terziarie, quaternarie: la Moresca, la Munara, la Dieda, la Balbi. Ogni canale aveva un proprietario, un consorzio, una storia di negoziazioni e conflitti. La terra non poteva più esistere senza acqua distribuita e controllata. La natura non poteva più esistere senza contratto.​

Dentro lo spazio della memoria

Oggi, quando camminate nel Parco della Civiltà delle Rogge, siete dentro una archeologia ancora vivente. Non è come visitare un sito archeologico dove la storia è morta ed è diventata museo. Qui la storia respira, scorre, irriga ancora.

Lungo le rogge vedete ancora le tracce delle proprietà nobiliari, in particolare quella della famiglia Morosin, che per secoli controllò il territorio e l'acqua come una forma di potere più profonda del territorio stesso. Vedete i mulini, gli opifici, le infrastrutture che l'acqua gestita ha reso possibili. Vedete la piccola chiesa di San Giorgio, di epoca longobarda, rimasta piccola e fedele a un'architettura che il tempo aveva già superato quando la costruirono.​

E vedete le strade non asfaltate – alcune delle ultime strada romane rimaste in Veneto – dove ancora il battistrada segue l'orientamento della centuriazione, dove i solchi tracciati duemilacinquecento anni fa continuano a governare il cammino contemporaneo.

Qui accade qualcosa di inusuale nella narrazione turistica italiana. Non c'è nulla da visitare nel senso convenzionale. Non c'è un cartello informativo ogni dieci metri. Non c'è il selfie davanti al monumento. C'è invece il silenzio di uno spazio che ha smesso di essere selvaggio senza diventare completamente civile.

Il significato del confine

Il Parco delle Rogge non è interessante perché è bello, anche se lo è, in un modo difficile da spiegare a chi lo vede per la prima volta. È interessante perché rappresenta il momento di una transizione che non è ancora finita.

In questo spazio di 250 ettari accade una cosa strana: la natura continua a esistere, ma non come entità autonoma. Esiste come conseguenza di una decisione umana. L'acqua scorre perché un consiglio della Repubblica Veneziana del 1519 ha deciso che dovesse scorrere in quel modo. Le piante crescono perché lo spazio tra i campi coltivati è quello che rimane dopo che il controllo ha reclamato il resto.

Non è apocalittico, questo. È realistico. È la forma che il Veneto ha scelto di darsi per rimanere abitabile e produttivo. È la traccia di una civiltà che ha guardato il paesaggio naturale non con reverenza romantica, ma con lucidità economica. "Possiamo usare questo fiume per costruire ricchezza?" Sì. "Allora lo faremo." E così hanno fatto.

Il confine invisibile del Parco è esattamente questo: il punto dove la decisione umana ha preso il posto dell'arbitrio naturale, e dove quel passaggio continua a essere visibile, tangibile, calpestabile.

Cosa non viene raccontato

Le guide turistiche vi raccontano di Bassano del Grappa. Vi spiegano il Ponte degli Alpini, la grappa, la storia della Prima Guerra Mondiale, le visite ai borghi circostanti. Quello che non vi raccontano è che il valore reale della zona non sta nei monumenti, ma nella struttura del territorio stesso.

Le rogge non sono un attrazione turistica. Sono un sistema di vita che continua a funzionare. Sono un laboratorio dove potete vedere come una civiltà ha scelto di organizzarsi nello spazio e nel tempo. Sono una risposta concreta a una domanda che rimane ancora rilevante: come si vive insieme, come si condivide una risorsa scarsa come l'acqua, come si costruisce un paesaggio che sia simultaneamente pratico e sostenibile?

Il Parco della Civiltà delle Rogge non vi darà la risposta di un'app turistica. Non vi darà hashtag da usare sui social. Vi darà invece qualcosa di più raro: la possibilità di camminare dentro una decisione storica e di capirla con i piedi.

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