Quello che resta della Quercia di San Basilio: il confine invisibile tra Delta, memoria e futuro

Era la “Rovra”, ultimo frammento di foresta planiziale del Delta del Po. Perché la sua assenza pesa ancora oggi su chi attraversa San Basilio.

30 gennaio 2026 06:00
Quello che resta della Quercia di San Basilio: il confine invisibile tra Delta, memoria e futuro - Foto: Threecharlie/Wikipedia
Foto: Threecharlie/Wikipedia
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Un albero solo, in mezzo al fiume della storia

Chi arriva a San Basilio, sul margine sinistro del Po di Goro, non trova più la chioma che per secoli ha fatto da quinta naturale al paesaggio d’acqua e argini. Al suo posto, un vuoto: uno spazio che chi conosce il Delta riconosce subito, come quando in una famiglia manca la voce che teneva insieme le altre.

La Quercia di San Basilio – “La Rovra”, in dialetto – era una farnia, un esemplare di Quercus robur alto 26 metri, con un tronco di oltre sei metri di circonferenza, considerato l’albero più antico della provincia di Rovigo, con circa 500 anni di vita. Ma ridurla a numeri significa perdere il punto: quell’albero era l’ultimo superstite della foresta planiziale che, in epoca medievale, copriva gran parte della Pianura Padana, una selva bassa e intricata che l’uomo ha tagliato, bruciato, drenato per far spazio a campi, strade, argini.

Il dato che stupisce non è che una foresta sia scomparsa – il Nord Italia ne è pieno di esempi – ma che un solo albero sia riuscito a sopravvivere a tutto: alle bonifiche, alle guerre, alle grandi piene, ai capricci della politica agraria. È lì che nasce il suo valore simbolico, come se il paesaggio avesse conservato un testimone minimo ma ostinato del proprio passato selvatico.

Perché proprio qui? La quercia come confine e come prova

Quando si dice che la Quercia di San Basilio “esisteva perché serviva”, non è solo una metafora: per secoli è stata un segno di proprietà, un riferimento giuridico oltre che visivo. Documenti del XVI secolo la citano infatti come “segnaconfine”, prova vivente di dove passavano limiti e diritti in una terra in cui l’acqua spostava continuamente la geografia.

In un Delta dove i punti fermi sono pochi, un albero di quella stazza diventava una sorta di pilastro naturale, utile alla navigazione, alla delimitazione fondiaria, alla memoria orale. Era lì che si diceva “di qua è nostro, di là è loro”, che si fissavano accordi e ricordi, prima ancora che fossero disegnate mappe dettagliate. Per chi abita l’area del Po di Goro, la quercia era una garanzia: non spostabile, non negoziabile, più affidabile delle palizzate e dei cippi di pietra.

Non è un caso che, in un territorio fatto di argini spostati, canali rettificati, golene cambiate più volte, quell’albero sia stato percepito come un “punto fermo” fisico e mentale. A guardarla in questo modo, la Quercia di San Basilio racconta molto più dell’ecologia del luogo: racconta il bisogno di ancoraggi in un paesaggio in cui l’uomo ha sempre dovuto contrattare con un fiume che non ama le linee dritte.

Dante, la selva e il mito che riempie i vuoti

Da qualche decennio, la quercia è entrata anche in un’altra storia: quella che la vuole legata al passaggio di Dante nel 1321, durante il viaggio verso Ravenna attraverso l’area del Delta. Secondo una tradizione locale, il poeta si sarebbe smarrito in questi intrecci di acque e boschi, e la “selva oscura” dell’Inferno avrebbe qualcosa a che fare con questo paesaggio umido e indecifrabile.

Che l’identificazione sia filologicamente fragile è quasi irrilevante per chi vive qui: il mito di Dante serve a dire che questo luogo, per secoli percepito come periferia, è in realtà uno dei possibili centri simbolici della cultura europea. È un modo per riscrivere la gerarchia tra città note e margini apparentemente secondari: il Delta come scenario di smarrimento esistenziale, non solo come problema idraulico da gestire.

L’intitolazione della quercia come “Quercia di Dante”, le mostre, i percorsi dedicati, e perfino il recente progetto di un “bosco di Dante” con la piantumazione di centinaia di querce, mostrano questa volontà di trasformare un singolo albero in un racconto collettivo di appartenenza. Non per nostalgia, ma per rispondere a una domanda implicita: se il paesaggio tradizionale scompare, chi ci dirà chi siamo?

La caduta del 2013: quando un paesaggio perde la voce

Nella notte tra il 24 e il 25 giugno 2013, la quercia ha ceduto: le radici, già compromesse e indebolite da carie e sbilanciamento della chioma, non sono più riuscite a reggere il peso dell’albero. È un crollo che arriva dopo anni di ferite: un fulmine nel 1976 che ne danneggia pesantemente la chioma, operazioni di cura negli anni Novanta e Duemila, monitoraggi e potature tentate per rallentare un declino che sembrava inevitabile.

La scena della mattina successiva – un colosso disteso, rami e tronco come una grande carcassa vegetale sull’argine – per molti abitanti del Polesine è stata vissuta come un lutto pubblico, anche se non c’erano cerimonie ufficiali. È qui che emerge una delle domande che raramente trovano spazio negli articoli turistici: che cosa succede a una comunità quando il suo “albero simbolo” muore? Non si tratta solo di estetica: salta un orientamento, viene meno un elemento di scala con cui misurare il tempo (i nonni, i padri, i figli che l’hanno vista “sempre lì”), si interrompe una continuità di sguardi.

Dal punto di vista ecologico, la caduta di una farnia secolare è la fine di un microcosmo: nicchie per insetti, funghi, uccelli, piccoli mammiferi, un’intera architettura vivente svanita nel giro di poche ore. Dal punto di vista umano, invece, quella caduta ha costretto il territorio a fare qualcosa che spesso si rimanda: decidere se limitarsi al rimpianto o trasformare la perdita in un dispositivo di memoria attiva.

Dall’albero alla “reliquia”: come si custodisce un vuoto

La storia non finisce con il tronco a terra. Negli anni successivi, attorno alla quercia caduta nasce l’associazione “Amici della Quercia”, guidata da figure locali come la storica guida naturalistica Sandro Vidali, oggi assessore all’Ambiente del Comune di Ariano nel Polesine. Il loro obiettivo è concreto e al tempo stesso quasi liturgico: salvare ciò che resta dell’albero, evitare che il tronco marcisca o venga disperso, dargli una forma di “seconda vita” pubblica.

Il recupero del tronco – 26 metri per 6 di diametro – è un’operazione tecnica e simbolica insieme: trasportarlo, metterlo al riparo dalle intemperie, trovare spazi e fondi, significa riconoscere alla quercia uno status simile a quello di un bene culturale. In più occasioni, un grande telo che riproduce la silhouette del tronco – una sorta di “sindone” vegetale di 25 metri – è stato issato in ricordo della sua caduta, trasformando il vuoto in un’apparizione temporanea.

Questi gesti dicono qualcosa di importante sul modo in cui, oggi, il Nord-Est prova a fare i conti con la propria eredità ambientale: non più solo tutela degli habitat, ma tentativo di costruire rituali e linguaggi condivisi per parlare di paesaggio come si parla di un monumento o di un’opera d’arte. È un passaggio non banale, perché costringe amministrazioni e cittadini a considerare alberi, dune, argini come parti di una stessa memoria materiale.

Una nuova quercia, 700 querce: quando la memoria diventa progetto

La scomparsa della grande farnia non si chiude con un cartello commemorativo. A partire dal 2016, grazie alla collaborazione tra associazioni locali, enti pubblici e realtà come la Fondazione Cariparo, viene recuperato il tronco e si lavora a un progetto più ampio: piantare una nuova quercia vicino al luogo originario, nata dalle sue radici, e dare vita a un “bosco di Dante” con 700 querce nel territorio comunale di Ariano nel Polesine.

Il numero non è casuale: le 700 piante corrispondono simbolicamente agli anni trascorsi dalla morte di Dante, trasformando un semplice intervento di rimboschimento in una narrazione che lega letteratura, paesaggio e futuro climatico. Per chi vive qui, sapere che esiste una discendente diretta della quercia, e che un nuovo bosco sta crescendo a partire da quella storia, significa vedere il territorio non più solo come luogo di perdite (terre erose, giovani che se ne vanno) ma come spazio di rigenerazione lenta.

Allo stesso tempo, in altri luoghi del Polesine vengono messi a dimora “figli” della quercia, come l’esemplare nel parco di Villa Labia a Fratta Polesine, dedicato al botanico Francesco Corbetta, studioso degli alberi monumentali della zona. È come se la biografia di un singolo albero si fosse disseminata in tante piccole presenze, meno spettacolari ma forse più adatte al tempo in cui viviamo, in cui la monumentalità rischia di essere fragile.

Cosa cambia per chi passa oggi da San Basilio

Chi arriva ora a San Basilio trova un paesaggio che a prima vista può sembrare “povero”: argine, campi, il fiume che scorre, qualche filare, il Centro Visite, la chiesetta, gli scavi archeologici. Ma proprio l’assenza della grande chioma costringe lo sguardo a fare un lavoro in più: immaginare ciò che c’era, leggere nel territorio strati che non si vedono più.

Per il visitatore informato, la quercia diventa una sorta di esercizio di lettura del paesaggio: perché questa farnia era sopravvissuta qui e non altrove? Perché è stata curata, studiata dall’Università di Padova, inserita tra gli alberi monumentali del Veneto, e perché si è scelto di investire risorse nel suo recupero postumo? Capirlo aiuta a leggere in modo diverso tutto il Delta del Po: non solo come scenario naturalistico, ma come laboratorio da decenni al centro di politiche di bonifica, agricoltura intensiva, protezione ambientale, turismo lento.

Se la quercia non fosse mai esistita, probabilmente il paesaggio sarebbe apparso più anonimo, uno dei tanti tratti di argine del Po. La sua presenza – e oggi la sua assenza narrata – ha invece reso questo punto una sorta di “aula all’aperto” per riflettere su che cosa significa convivere con un fiume e con i cicli lunghi della vita degli alberi: tempi che non coincidono quasi mai con quelli della politica e dell’economia, ma che li sfidano silenziosamente.

Perché questa storia riguarda anche chi non ha mai visto il Delta

Per chi vive nel Nord-Est, la vicenda della Quercia di San Basilio è un promemoria: nessun paesaggio è davvero “naturale”, ogni argine, ogni filare è il risultato di una trattativa lunga secoli tra necessità economiche, sicurezza idraulica, memoria collettiva. La farnia secolare sopravvissuta e poi caduta racconta un’Europa dove le foreste planiziali sono state quasi ovunque ridotte a margini, riserve, singoli esemplari simbolici.

Allo stesso tempo, la risposta alla sua scomparsa – associazioni, mostre, boschi di nuove querce – indica una direzione possibile per altre zone di pianura tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige: usare gli alberi non come semplice arredo, ma come dispositivi di memoria attiva, capaci di connettere passato agro-forestale, presente industriale e futuro climatico. Non si tratta di romanticismo: in un’epoca di crisi ambientale, sapere leggere la storia di un singolo albero aiuta a capire quali compromessi abbiamo accettato e quali potremmo ancora negoziare.

In questo senso, anche chi non ha mai visto San Basilio si trova coinvolto: ovunque ci sia un albero “vecchio”, sopravvissuto a trasformazioni radicali del territorio, c’è una domanda in sospeso su che cosa vogliamo ricordare e su quanto siamo disposti a lasciare durare nel tempo.

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