Rocca Pendice: La Montagna che Non Ha Mai Smesso di Resistere

Quando la leggenda si incontra a 304 metri. Come il Monte Pendice nei Colli Euganei ha raccontato mille anni di potere, coraggio e verticalità umana.

18 gennaio 2026 06:00
Rocca Pendice: La Montagna che Non Ha Mai Smesso di Resistere - Foto: Rics1299/Wikipedia
Foto: Rics1299/Wikipedia
Condividi

L'altra faccia della pianura padana

Si sale per un sentiero diventato scuro di sole estivo, tra giovani faggi e legni intricati. Chi conosce il monte sa che non ci vuole molta esperienza per raggiungerlo: quaranta minuti di cammino senza tecnica particolare. Eppure qualcosa cambia quando il bosco si apre e gli occhi trovano per la prima volta il vuoto. Le pareti della Rocca Pendice non sono montagne. Sono un evento geologico interrotto a metà della verticale, una rottura che decide di restare lì sospesa per milioni di anni.

Non è una falesia delicata. Non è il paesaggio tondeggiante che la pianura veneta regala tutt'intorno. Qui la roccia taglia l'aria come una risposta, una negazione fisica della dolcezza. Ed è proprio questo contrasto che ha attratto uomini diversi nei secoli: signori che cercavano il dominio, cavalieri che scappavano l'imperatore, alpinisti che credevano di trovarvi la purezza.

La geologia della resistenza

Per capire Rocca Pendice bisogna tornare a quando il mare copriva tutto. Non il mare di oggi: un'acqua tropicale, 35 milioni di anni fa, quando nei fondali iniziavano a muoversi forze sotterranee silenziose.

Il magma non è semplice. È stato forzato a risalire lungo fratture, a passare attraverso strati di roccia sedimentaria già compatta. Quando alla fine si è fermato, ancora caldo, ancora in movimento, ha sollevato l'intera colonna di roccia soprastante come una mano che spinge da dentro. La gente chiama tutto questo "laccolitico", una parola che non racconta il vero dramma: una massa di magma alcalino intrappolato tra gli strati, che non poteva scendere e non poteva emergere. Così rimase.

La roccia che ne uscì si chiama quarzotrachite: grigia, compatta, resistentissima. Quando il raffreddamento avvenne lentamente, il magma ebbe il tempo di cristallizzarsi in modo marcato, generando quelle colonne verticali caratteristiche che ancora oggi disegnano la parete ovest del monte. Sono il marchio di una solidificazione tranquilla, il contrario di quello che queste rocce avrebbero potuto essere.

Nel Medioevo, nessuno sapeva di vulcani o cicli eruttivi. Ma sapevano leggere la roccia. Sapevano che quella montagna era diversa perché il suo colore grigio non ingannava: qui la pietra teneva. Qui si poteva costruire qualcosa che durasse.

Quando la leggenda era politica

Nel 1161, il Vescovo di Padova cedette il castello a Federico Barbarossa. Non fu una scelta: fu una capitolazione, una delle tante che disseminavano l'Italia medievale durante le lotte tra il Papato e l'Impero. Barbarossa aveva bisogno di simboli di controllo, di presidi che costringessero i comuni a ubbidire.

La Rocca Pendice divenne una prigione. E la prigione ha avuto un volto, nel ricordo popolare: una giovane donna, Speronella Dalesmanini, figlia di un nobile padovano, rapita dal vicario imperiale Pagano (ma qui la storia inizia già a sfilacciarsi: alcuni dicono che Pagano era il secondo di sei mariti, che Speronella non era vittima ma donna complessa, legata alle trame del potere).

La leggenda dice che il popolo di Padova si sollevò, che assediò il castello, che lo liberò. Successe davvero nel giugno del 1164. Ma la figura di Speronella ha preso il posto della verità storica, è diventata il simbolo della libertà comunale contro l'imperatore tedesco. Non è menzogna: è la prova che le storie importanti non sono quelle che accadono, ma quelle che la gente ricorda di loro. Speronella è il nome dato a questa volontà collettiva.

Nel 1320, il castello resistette all'assedio degli Scaligeri. Poi passò ai Carraresi, che lo usarono come carcere. Infine i Veneziani, nel 1405, lo presero senza problemi. Il momento della fortezza inespugnabile era finito. Nel Cinquecento, la famiglia Orologio lo trasformò in villa di villeggiatura. Nel sedicesimo piano di un'epoca del tutto diversa, un tale Gaspare Orologio scivolò dal ciglio della roccia e morì. La montagna continuava a prendere vittime, anche se ormai non era più importante.

I ruderi rimangono. Poche pietre, un accenno di muri, niente di monumentale. Non sono i resti di una fortezza leggendaria, ma di una struttura che ha ceduto alle stagioni come cede tutto. Eppure ogni pietra ancora registra il privilegio di essere stata scelta: il magma l'ha cotta, gli uomini l'hanno modellata.

Quando la ricerca divenne verticale

La storia di Rocca Pendice riprende verso la fine dell'Ottocento, quando uno scrittore e alpinista di rilievo, Antonio Fogazzaro, cominciò a descrivere le pareti del Monte Pendice come un luogo di "possibilità alpinistiche". Non è retorica di montagna: è l'inizio di una relazione totalmente diversa con la roccia. Non più castello, non più potere, non più leggenda storica. Solo la verticalità come sfida personale.

Nel 1909, due amici di Fogazzaro salgono la parete orientale. Fino a quel momento, rimaneva vergine. Non è un dettaglio storico: significa che nessuno, per secoli, aveva cercato di salirla. Le rocce erano muri, limite, confine. Poi diventano itinerari.

La storia moderna di Rocca Pendice comincia negli anni '80, con il boom dell'arrampicata sportiva. Magnesio, spit, scarpette di aderenza, assicurazioni meccaniche. Qui non serve la coraggio mitico di un tempo: serve la tecnica, la concentrazione, il controllo del corpo. Oddio, serve anche il coraggio, ma è un coraggio calibrato, misurabile, assicurato.

I climber che oggi salgono sulla Rocca cercano esattamente quello che i costruttori del castello cercavano sei secoli prima: il dominio di sé sullo spazio verticale. La forma è diversa, la volontà è la stessa. Là dove il vicario imperiale vedeva una fortezza, l'alpinista contemporaneo vede una parete da "numerate". La roccia è identica. Lo sguardo si trasforma.

Il falco pellegrino torna e rivendica il luogo

Nei primi anni del 2000, qualcosa di atteso accade. Una coppia di falchi pellegrini sceglie la parete est di Rocca Pendice per nidificare. Non è una semplice ecologia: è una riconciliazione. Il falco pellegrino era scomparso, avvelenato dall'uomo, perseguitato dai cacciatori. La sua recomparsa sulle rocce di questo monte significa che il luogo ha recuperato una dignità selvatica che gli uomini gli avevano tolto.

Ora, in primavera, alcune sezioni della parete vengono interdette. Non per proteggere il falco dai climber, ma per proteggere il nido dall'accesso umano. È una sottile inversione di poteri. Per secoli il monte è stato una questione umana: potere feudale, libertà comunale, ricerca personale di sé. Ora, pochi mesi all'anno, gli uomini devono farsi da parte. Devono aspettare che il falco faccia quello che i falchi fanno da prima della civiltà: riprodursi, inseguire una femmina nel cielo, costruire una eredità.

Il falco è il guardiano di una memoria che non ha bisogno di parole.

La memoria invisibile

Nei testi turistici, Rocca Pendice è un "sito di interesse naturalistico e storico", una destinazione per "escursioni in famiglia" o "palestra di arrampicata sportiva". È tutto vero. Ma manca qualcosa.

Manca la sensazione di silenzio che avvolge il monte quando vi giungi di primo mattino. Non è il silenzio della natura inanimata: è qualcosa di più complesso. È il silenzio di un luogo dove la gente ha smesso di gridare. Dove le torture, gli assedi, i proclami di potere hanno lasciato il posto al vento costante che attraversa le rocce.

Manca il fatto che ogni volta che qualcuno cade dalle pareti di Rocca Pendice, quella caduta entra in una genealogia silenziosa: Gaspare Orologio nel Seicento, giovani climber nei decenni recenti, uomini e donne che underestimano la verticalità e scoprono troppo tardi il limite della gravità. La montagna non insegna, semplicemente ricorda.

Manca la domanda che nessuno osa fare: chi racconta veramente la storia di un luogo? Il castello che se ne va? I nomi che la leggenda custodisce? Le rocce che rimangono uguali a se stesse, indifferenti ai significati? O sono gli sguardi che vi si posano sopra, sempre gli stessi ma sempre diversi?

Rocca Pendice è questo: una montagna che ha ospitato il potere medievale, la libertà urbana, la ricerca personale della verticalità, la resistenza della natura selvaggia. E continua a ospitare tutto questo simultaneamente. Non è che il castello sia scomparso e sia arrivato il falco. È che il falco vola sopra le rovine, il climber sale sulle stesse rocce dove Speronella era imprigionata, il turista passeggia dove i cavalieri arrivavano di notte.

Una montagna che non ha mai smesso di resistere, solo ha cambiato a chi dire di no.

Le migliori notizie, ogni giorno, via e-mail