Sant'Apollonia a Tricesimo: quando la comunità sceglie di tornare a casa

Dal 30 gennaio all'8 febbraio, Adorgnano festeggia la martire dei denti. Ma la tradizione racconta qualcosa di più profondo: come un rito antico rinnovato ogni anno tiene insieme una comunità.

19 gennaio 2026 18:00
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Quando inizia tutto, in silenzio

Qualcosa accade in Friuli dopo la Befana. Non è annunciato da bandi né da manifesti pubblicitari aggressivi. È una cosa che la gente sa semplicemente, perché l'ha vista crescere negli anni, perché la nonno l'ha vista, e il nonno prima ancora. Verso la fine di gennaio, le frazioni si preparano. A Adorgnano, nel territorio di Tricesimo, fra le colline moreniche che degradano verso la pianura di Udine, le assemblee parrocchiali cominciano i primi sopralluoghi. I tendoni vengono ordinati. Il comitato che organizza la sagra di Sant'Apollonia già sa come partire, perché ha ripetuto lo stesso percorso decine di volte, ma ogni volta ricomincia da zero: è questo il senso di una tradizione, non la ripetizione morta di uno schema, bensì il rinnovamento consapevole di un patto.

Il patto è fra i vivi e i morti, fra chi c'è adesso e chi ha deciso di restare attraverso questa festa.

Il santo dei denti e il dolore che accomuna

Sant'Apollonia non è una figura misteriosa. La storia che la riguarda è stato tramandata dai primi storici cristiani, e ha un'asprezza quasi brutale. Nel 248 d.C., ad Alessandria d'Egitto, una sommossa popolare aizzata da un indovino pagano si scatenò contro i cristiani. Una donna anziana, Apollonia, fu catturata. I persecutori le ruppero i denti—alcuni dicono con i pugni, altri con tenaglie arroventate—e le minacciarono di bruciarla viva se non avesse abiurato la fede. Piuttosto che rinnegare Cristo, Apollonia si lanciò da sola nel rogo. Non fu una scelta di disperazione: fu una affermazione di potere, il rifiuto di lasciar toccare qualcosa di più profondo dei denti.

Nel Medioevo, il culto si diffuse in tutta la cristianità. I denti di Apollonia divennero reliquie così numerose che papa Pio VI, nel Settecento, dovette ordinarsi di farli gettare nel Tevere. Eppure il popolo continuò a invocarla contro il mal di denti, contro ogni dolore che fosse slegato dalla ragione, irrazionale, ingiusto—proprio come deve essere sembrato a una comunità che non aveva antibiotici.

Ma perché proprio Adorgnano, fra tutte le frazioni del Friuli, ha scelto Sant'Apollonia? La risposta non sta negli archivi ecclesiali. Sta nella semplice geografia del bisogno. Una comunità rurale, fra Medioevo e Rinascimento, conviveva con il dolore ai denti come parte della vita. Scegliere una santa protettrice non era scegliere un simbolo astratto: era stringere un patto con qualcuno che capisse quel dolore specifico, viscierale, il dolore di chi non poteva permettersi cure. Apollonia, con le sue tenaglie e il suo martirio, divenne la santa di chi soffriva senza poter gridare.

Gennaio-febbraio: il tempo che ritorna

Sul calendario liturgico, Sant'Apollonia cade il 9 febbraio. Ma a Tricesimo, la festa scoppia il 30 gennaio e si protrae fino all'8 febbraio—una decina di giorni che sconvolge il ritmo invernale della frazione. Non è un caso che cada in questo momento dell'anno. In tutta Europa, fra Natale e Quaresima, gli uomini hanno sempre sentito il bisogno di invertire l'ordine, di trasgredire prima di pentirsi. La data di Sant'Apollonia coincide con il carnevale friulano: una sovrapposizione che non è accidentale ma il frutto di secoli di assestamento fra il calendario religioso e il desiderio umano di festa.

Nel Friuli, il carnevale non è un'invenzione turistica. È una festa pagana cristianizzata che mantiene ancora tracce del suo significato originale: il passaggio dall'inverno alla primavera, la necessità collettiva di scacciare gli spiriti maligni, di riaffermare il potere della comunità sulla natura. I carri allegorici che sfilano a Tricesimo il 1° febbraio non sono diversi, nella loro funzione profonda, dalle figure demoniache dei "Pust" di Aquileia o dai "Cjarsons" del Gemonese. Sono atti di possesso simbolico di uno spazio, di un tempo, di un'identità.

Adorgnano, in questi giorni, diventa il centro del mondo per chi vi abita. Non per i turisti—il programma ufficiale della sagra non promette "un'esperienza imperdibile" perché sa che non deve persuadere nessuno. Chi viene, viene perché sa che le luci saranno accese sotto il tendone, che ci sarà la pastasciutta gratuita per chi gioca a briscola, che la banda cittadina suonerà. Viene perché è così da decenni, e perché l'assenza significherebbe rompersi da una tradizione che tiene insieme il tessuto della frazione.

La briscola: il gioco che è rito

Venerdì 30 gennaio, ore 20, parte la "Briscolissima di Sant'Apollonia". Non è un torneo importante, non ha sponsor, non ha premi milionari in palio. Ci sono premi gastronomici, la pastasciutta per chi gioca. La briscola, nel Friuli, non è uno spettacolo: è una lingua.

Il gioco di carte si gioca in due da secoli in questi territori. Ha radici probabilmente medievali, forse eredità dei giochi francesi che si diffusero a partire dal Quattrocento, ma non è questo che importa. Quello che importa è che ogni frazione ha le sue varianti, i suoi modi di giocare, le sue regole non scritte. La briscola friulana, come racconta la tradizione ludica, si gioca talvolta a quattro carte, talvolta con il sistema delle prese. Non è un gioco di puro caso: richiede memoria, strategia, e soprattutto capacità di leggere il viso dell'altro. Nel momento in cui un giocatore rivela qual è la sua briscola, la mano diventa narrazione reciproca. Il viso dice più delle carte.

Questo è il perché i tornei di briscola durante le sagre mantengono una vitalità che i giochi virtuali non potranno mai togliere. La briscola è un atto di appartenenza, una affermazione: "Io conosco le regole di questa comunità. Io parlo la lingua che mio padre mi ha insegnato." Quando i giocatori si siedono sotto il tendone di Adorgnano, non stanno "passando il tempo". Stanno dicendo qualcosa sullo spazio che occupano.

La sfilata: l'ordine invertito

Il 1° febbraio, domenica, parte da via dei Carpini la sfilata di carnevale. I carri allegorici arrivano in Adorgnano, sotto il tendone riscaldato. Dopo la sfilata, c'è il Mago Ari—un intrattenitore che riporta l'atmosfera a una dimensione ludica, infantile, liberatoria.

Questo è il momento in cui Adorgnano inverte simbolicamente l'ordine della settimana. Durante i giorni ordinari, la frazione segue i ritmi comuni: il lavoro, la scuola, le incombenze. Nel carnevale, tutto viene rovesciato. Le maschere permettono di essere qualcun altro per poche ore. Gli adulti diventano bambini, i bambini imitano gli adulti. È una trasgressione contenuta, regolata, ma vera.

L'antropologia religiosa insegna che queste inversioni non sono giochi innocenti. Sono rituali di rinnovamento, momenti in cui la comunità rinnegota i suoi confini, i suoi valori. Una sfilata di carnevale in una frazione friulana non è molto diversa dalle festività dionisiache dell'antichità: è il momento permesso in cui chiedere perdono a una comunità in cambio di conformità per il resto dell'anno.

Il pranzo e la memoria

Domenica 1° febbraio, ore 12.30, c'è il pranzo comunitario su prenotazione. Questo dettaglio, apparentemente minore, è invece essenziale. Il pranzo riunisce la comunità attorno al cibo. Non è una cena di gala, non è un'esperienza gastronomica mediata da critici e valutazioni. È il momento in cui gli anziani ricordano i pranzi di anni fa, in cui i bambini assaggiano i piatti che la loro famiglia non cucina più regolarmente, in cui le donne che hanno preparato gli ingredienti vedono il frutto del loro lavoro consumato collettivamente.

Questo atto quotidiano, il mangiare insieme, è la forma più concreta della memoria collettiva. Nella tradizione friulana, il cibo è una lingua attraverso la quale si trasmettono legami: i "cjarsons" con le verdure, il brodo di arzilla, la minestra d'orzada. Quando il comitato organizza un pranzo comunitario durante una festa, sa che sta trasmettendo non soltanto nutrizione, ma appartenenza.

Il silenzio dopo: quando la festa finisce

L'8 febbraio, domenica, la festa termina. La messa solenne alle 15.30, la processione con l'immagine di Sant'Apollonia, il concerto della banda cittadina. Poi, alle 22, l'estrazione della lotteria di Sant'Apollonia. E tutto finisce.

Ma qui accade qualcosa che nessun calendario liturgico registra. Nel lunedì mattina del 9 febbraio, quando le luci del tendone si spengono e il tendone stesso viene tolto, resta qualcosa che non è visibile. Resta la sensazione che quella comunità ha rinnovato il suo patto con un'altra comunità, quella dei morti, quella del passato. Resta il ricordo del riso di un bambino che ha visto il Mago Ari. Restano le mani sporche di salsa di chi ha preparato i piatti. Resta il ricordo di un turno di briscola vinto, di uno perso. Resta l'assenza di chi era sempre venuto e non c'è stato quest'anno.

Le feste non sono importanti per quello che accade nel mentre. Sono importanti per quello che lasciano dietro. Una comunità che celebra Sant'Apollonia una volta all'anno ha un'ancora nel tempo. Sa che, indipendentemente da quanto sia cambiato il mondo esterno, da quanti giovani se ne siano andati, da quante case nuove siano state costruite, c'è un momento dell'anno in cui la frazione torna a essere quello che era.

Questo è il senso profondo della tradizione. Non è resistenza al cambiamento—Adorgnano, come molte frazioni friulane, è cambiata molto dagli anni Cinquanta. È il rifiuto di dimenticare che il cambiamento è possibile solo perché c'è qualcosa che rimane. Una festa senza memoria collettiva è solo intrattenimento. Una festa con memoria è un atto di resistenza umana.

Quello che chi partecipa dà per scontato

Se chiedete a qualcuno di Adorgnano perché partecipa alla sagra di Sant'Apollonia, difficilmente vi dirà: "Perché amo rinnovare il mio patto con la comunità attraverso un rito annuale di inversione simbolica del caos e dell'ordine." Dirà semplicemente: "Perché c'è. Perché l'ho sempre vista. Perché è nostra."

Questo "è nostra" contiene universi. Non significa "siamo proprietari". Significa "noi siamo questa cosa, e questa cosa è noi." Non è dichiarativa, non è consapevole nel senso della retorica turistica. È la forma più profonda di appartenenza: quella che non ha bisogno di essere dichiarata perché è già nel sangue, nelle abitudini, nella memoria cellulare della famiglia.

Quando un anziano va alla Briscolissima di Sant'Apollonia, sa che compie un gesto che era già un gesto compiuto dal suo nonno. Non per obbedienza, non per nostalgia romanttica, ma perché quella catena non è mai stata spezzata. È questa continuità che le feste tradizionali mantengono viva, anche quando tutto il resto è stato trasformato. Anche quando il mondo esterno nega alla comunità ogni altra forma di potenza—economica, politica, culturale—rimane il potere di riunirsi, di festeggiare insieme, di dire: "Noi esistiamo. Siamo qui. Questo è nostro."

Le luci del tendone si spengono l'8 febbraio. Il tendone viene tolto. Adorgnano torna al silenzio delle frazioni invernali. Ma qualcosa rimane: l'attesa.

La speranza che il prossimo gennaio arriverà di nuovo. E con esso, il rinnovamento di un patto che nessun documento può certificare, ma che nessuno ha mai tradito.

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