Tragedia al Porto Vecchio, il SIULP: «Gli sgomberi non bastano. Chi deve mettere in sicurezza l’area?»
Dopo la tragedia al Porto Vecchio, il SIULP chiede vigilanza, messa in sicurezza degli edifici e soluzioni per l’emergenza umanitaria.
TRIESTE – Gli sgomberi periodici non possono risolvere da soli la situazione del Porto Vecchio. Servono vigilanza sugli edifici, interventi che ne impediscano realmente l’accesso e una risposta all’emergenza umanitaria. È la posizione di Francesco Marino, segretario generale del SIULP di Trieste, dopo l’incendio nel quale hanno perso la vita due persone.
In una nota, il sindacalista richiama una condizione che, secondo la sua valutazione, si trascina da anni senza misure sufficientemente efficaci e lungimiranti.
«Chi gestisce la sicurezza ha fatto il massimo»
Marino riconosce il lavoro svolto dalle forze dell’ordine attraverso i ripetuti interventi di sgombero delle strutture.
«Chi è deputato a gestire la sicurezza ha fatto il massimo che era nelle sue possibilità sgomberando periodicamente le strutture», afferma.
Il punto sollevato dal SIULP riguarda ciò che accade successivamente: la vigilanza degli immobili, sostiene Marino, deve essere affidata agli enti competenti. L’azione degli operatori della sicurezza necessita quindi di interventi capaci di mantenere nel tempo i risultati ottenuti.
Il ritorno nelle strutture dopo gli sgomberi
Secondo il segretario generale, impiegare ingenti risorse per conseguire risultati soltanto parziali e temporanei non rappresenta una soluzione adeguata. Risorse che, aggiunge, attualmente non sono disponibili.
«Quante volte è capitato che persino la sera stessa le persone disperate abbiano ricominciato ad occupare l’area?», domanda Marino.
Il richiamo alle difficoltà operative si inserisce nelle preoccupazioni già espresse dal sindacato sulla carenza di personale e sulle condizioni di lavoro dei poliziotti triestini.
Le domande sulla messa in sicurezza degli edifici
Marino chiede di chiarire chi sia responsabile della messa in sicurezza dei luoghi, precisando che, secondo quanto riportato nella nota, gran parte delle strutture è riconducibile a proprietà private.
Il sindacalista pone anche una domanda sugli interventi materiali da adottare: «Perché non è stata effettuata tempestivamente un’opera di demolizione o quanto meno di reale interdizione dell’area?».
La richiesta è quella di affrontare le condizioni degli immobili e impedirne effettivamente l’accesso, superando una gestione fondata sulla ripetizione degli sgomberi.
La risposta umanitaria come dovere morale
Accanto alla sicurezza, il SIULP pone la necessità di occuparsi delle persone che cercano riparo nelle strutture.
Per Marino, l’aspetto umanitario non può essere lasciato al caso, ma costituisce un dovere morale per una città che intenda rappresentare un’idea di Europa fondata su risposte concrete.
Nella sua valutazione, limitarsi ad alzare muri non ha dimostrato efficacia. Occorrono invece soluzioni capaci di produrre risultati duraturi, affrontando insieme la protezione delle persone, la vigilanza e la sicurezza degli edifici.