Studenti stranieri in classe, il CNDDU: non conta la cittadinanza ma l’italiano da imparare
Nel dibattito sulla composizione delle classi, il Coordinamento chiede criteri basati sui bisogni reali e non sulla sola cittadinanza.
TRIESTE - Nel confronto sulla presenza degli alunni stranieri nelle classi, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani propone di spostare l’attenzione dalla cittadinanza ai bisogni linguistici effettivi degli studenti, con un sistema nazionale di rilevazione delle competenze per chi entra da poco nella scuola italiana.
Il punto, secondo il Coordinamento, è evitare che la discussione sulla composizione delle classi si fermi al richiamo della Circolare ministeriale 26 luglio 1990, n. 205, emanata quando Sergio Mattarella era ministro della Pubblica Istruzione e tornata al centro del dibattito politico dopo il riferimento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Per il CNDDU, il nodo non è replicare criteri fissati oltre trent’anni fa, ma capire se siano ancora adeguati a una scuola profondamente cambiata.
La circolare del 1990, richiamando un precedente orientamento della Circolare n. 301 dell’8 settembre 1989, indicava infatti, ove possibile, una distribuzione degli alunni tale da evitare nella stessa classe la presenza di più di cinque studenti appartenenti allo stesso gruppo linguistico. Un criterio, sottolinea il Coordinamento, legato a esigenze linguistiche e organizzative specifiche, non a un limite generale fondato sulla cittadinanza.
I numeri della scuola e della demografia
A rendere più complesso il quadro sono soprattutto i cambiamenti demografici. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Nello stesso anno il saldo naturale è stato negativo per circa 296 mila unità. Al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti risultavano 5,56 milioni.
Secondo il CNDDU, questi dati spiegano perché immigrazione, denatalità e trasformazione della popolazione scolastica non possano essere affrontate come temi separati. Gli ultimi dati consolidati indicano inoltre oltre 931 mila studenti con cittadinanza non italiana, pari all’11,6% della popolazione scolastica, con un’incidenza più alta nella primaria.
Dietro questa cifra, però, rientrano situazioni molto diverse tra loro: studenti appena arrivati in Italia, studenti presenti da anni e alunni con cittadinanza straniera ma nati e scolarizzati interamente nel Paese. È proprio questa distinzione, osserva il Coordinamento, a dover guidare le scelte scolastiche.
Perché la cittadinanza non basta
Il CNDDU insiste su un punto: cittadinanza straniera, immigrazione recente e scarsa conoscenza dell’italiano non coincidono automaticamente. Uno studente nato e cresciuto nel sistema scolastico italiano può non avere alcun bisogno linguistico specifico; al contrario, uno studente entrato da poco può aver bisogno di un supporto intensivo per acquisire l’italiano necessario allo studio.
In questa chiave vengono letti anche i dati sugli apprendimenti. Le rilevazioni INVALSI mostrano differenze tra studenti di prima e seconda generazione e studenti italiani, ma segnalano anche che alcuni divari si riducono nel corso del percorso scolastico. Anche le analisi comparative dell’OCSE, ricorda il Coordinamento, mettono in evidenza il peso delle condizioni socioeconomiche e della padronanza della lingua di istruzione nell’interpretare le differenze nei risultati.
Per questo la quota di studenti stranieri presenti in una classe, presa da sola, non viene considerata una misura sufficiente della sua complessità educativa. Il Coordinamento osserva comunque che restano concrete le difficoltà quando nella stessa classe si concentra un numero elevato di studenti che necessitano contemporaneamente di un sostegno linguistico iniziale.
La proposta: test omogenei e percorsi di italiano L2
Da qui la richiesta di accompagnare qualsiasi eventuale nuova disciplina sulla composizione delle classi con un sistema nazionale omogeneo di rilevazione delle competenze linguistiche degli studenti di recente ingresso, collegato a percorsi strutturati di italiano L2 e a verifiche successive dei progressi.
Secondo il CNDDU, il bisogno linguistico dovrebbe essere accertato all’ingresso e seguito con interventi mirati, destinando le risorse professionali alle situazioni in cui venga rilevata una reale concentrazione di bisogni educativi. Una linea che, nella lettura del Coordinamento, va anche nella direzione indicata dalle precisazioni del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, che ha riferito le nuove misure alla conoscenza della lingua italiana e agli studenti di nuovo ingresso.
Nel dibattito su alunni stranieri nelle classi, il Coordinamento invita quindi a passare da una logica numerica basata sulla presenza a una valutazione centrata sul bisogno educativo reale.
Dal limite numerico al bisogno educativo
La denatalità, aggiunge il CNDDU, rende questo passaggio ancora più necessario. In un Paese in cui le generazioni più giovani diminuiscono, gli studenti provenienti da famiglie di origine straniera rappresentano ormai una componente strutturale della popolazione scolastica.
Per il Coordinamento, la Circolare n. 205 del 1990 mantiene interesse storico e amministrativo, ma non come formula numerica da riprodurre oggi. Con strumenti di rilevazione più precisi rispetto a quelli disponibili allora, viene ritenuto riduttivo usare la cittadinanza come indicatore approssimativo di un bisogno linguistico che può invece essere accertato direttamente.
Il risultato da misurare, conclude il CNDDU, non dovrebbe essere la diminuzione statistica degli studenti stranieri in una classe, ma la riduzione progressiva del numero di alunni che non possiedono ancora gli strumenti linguistici necessari per partecipare in autonomia all’apprendimento.