50 anni dal terremoto del Friuli: cosa successe il 6 maggio 1976 e il Modello Friuli
Cinquant’anni dopo l’Orcolat, il Friuli ricorda il sisma del 1976 tra commemorazioni, luoghi simbolo e il valore del Modello Friuli
Il 6 maggio 2026 il Friuli Venezia Giulia arriva a uno degli anniversari più importanti della sua storia contemporanea: i cinquant'anni dal terremoto del 1976. Non è una ricorrenza qualsiasi. È il ritorno di una data che in molte famiglie friulane non è mai uscita davvero dal racconto quotidiano: le 21.00 di giovedì 6 maggio, la scossa, il buio, la polvere, i campanili spezzati, le case aperte, i paesi irriconoscibili, la corsa dei soccorsi, le tende, le fabbriche da rimettere in piedi, la scelta di restare.
Per il Friuli quel sisma, ricordato ancora oggi con il nome popolare di Orcolat, non fu soltanto una tragedia. Fu una frattura nella vita di un popolo, ma anche l'origine di una ricostruzione diventata riferimento nazionale: il cosiddetto Modello Friuli. Un modello nato dalla responsabilità dei sindaci, dal lavoro dei tecnici, dalla partecipazione delle comunità, dalla solidarietà dei volontari e da una convinzione rimasta impressa nella memoria collettiva: ricostruire dov'era, ricostruire com'era quando possibile, ricostruire per far tornare viva una terra e non solo per rialzare muri.
Oggi, lunedì 4 maggio 2026, a due giorni dal cinquantesimo anniversario, l'attenzione torna su Gemona, Venzone, Osoppo, Buja, Majano, Artegna, Trasaghis, Bordano, Forgaria nel Friuli e sugli altri luoghi che pagarono il prezzo più alto. Mercoledì 6 maggio sono previste commemorazioni ufficiali, momenti religiosi, cerimonie civili e una seduta straordinaria del Consiglio regionale a Gemona del Friuli, con la partecipazione annunciata del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni secondo quanto comunicato dal Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia. Per seguire gli aggiornamenti istituzionali è utile consultare il portale ufficiale 50terremotofriuli.it e la pagina della Regione Friuli Venezia Giulia dedicata al 50° anniversario.
Su Nordest24 abbiamo seguito l'avvicinamento a questo anniversario con diversi approfondimenti: dalla presenza del Capo dello Stato a Gemona nell'articolo su Mattarella alle celebrazioni del terremoto del 1976, al quadro istituzionale con l'arrivo atteso di Giorgia Meloni a Gemona, fino all'analisi su memoria, prevenzione e attualità dell'Orcolat. Questo articolo vuole mettere tutto in fila: cosa accadde davvero, perché il Friuli seppe rialzarsi, quali luoghi visitare e perché questa memoria riguarda anche chi nel 1976 non era ancora nato.
Le cose da sapere subito
Data e ora: il terremoto principale colpì il Friuli la sera del 6 maggio 1976, intorno alle 21.00.
Magnitudo: la Protezione Civile indica una magnitudo 6.5.
Area più colpita: il Friuli centro-settentrionale, in particolare la fascia tra pianura e rilievi, con oltre cento paesi coinvolti nelle aree di Udine e Pordenone.
Vittime: secondo la Protezione Civile morirono complessivamente 965 persone.
Feriti e sfollati: INGV ricorda circa 3.000 feriti, 17.000 case distrutte e quasi 200.000 persone senza casa.
Repliche: la sequenza proseguì a lungo; il 15 settembre 1976 una nuova scossa di magnitudo 5.9 provocò ulteriori distruzioni.
Anniversario 2026: Gemona del Friuli è uno dei centri simbolo delle commemorazioni del cinquantesimo.
La sera del 6 maggio 1976: quando il Friuli cambiò per sempre
Il terremoto arrivò in una sera di primavera. In molti paesi la giornata era già scivolata nella routine domestica: famiglie a cena, negozi chiusi, anziani in casa, bambini davanti alla televisione, giovani nelle piazze o nei bar. Poi, in pochi secondi, il rumore. Chi lo ha vissuto racconta spesso prima il suono e poi il movimento: un rombo profondo, un boato, una vibrazione che saliva dal terreno e trasformava case, strade, campanili e fabbriche in qualcosa di improvvisamente fragile.
La scossa del 6 maggio 1976 ebbe magnitudo 6.5 e colpì duramente il Friuli, in particolare la media valle del Tagliamento e la fascia pedemontana. Secondo il Dipartimento della Protezione Civile, furono coinvolti oltre cento paesi. I nomi di Gemona, Venzone, Osoppo, Buja, Majano e degli altri centri colpiti entrarono nelle cronache nazionali come luoghi della distruzione, ma anche come luoghi della risposta civile.
Non fu un evento isolato chiuso in una sola notte. Dopo la scossa principale seguirono numerose repliche. Alcune furono molto forti e contribuirono ad aggravare danni, paura e precarietà. Il 15 settembre 1976, quando una parte della popolazione provava già a organizzare una nuova normalità, una scossa di magnitudo 5.9 provocò nuove distruzioni. La sequenza sismica del Friuli rimase quindi aperta per mesi, entrando nella memoria non come un singolo momento, ma come una lunga stagione di incertezza.
I numeri aiutano a misurare la tragedia, anche se non bastano a raccontarla. La Protezione Civile indica 965 vittime. L'INGV ricorda circa 3.000 feriti, 17.000 case distrutte e quasi 200.000 persone rimaste senza casa. Dietro questi dati ci sono famiglie spezzate, comunità costrette a vivere all'aperto, scuole inagibili, chiese crollate, aziende ferme, strade interrotte e un patrimonio storico ferito in profondità.
I paesi simbolo: Gemona, Venzone, Osoppo, Buja, Majano, Artegna
Il terremoto non colpì tutti allo stesso modo. Alcuni luoghi diventarono il volto stesso della catastrofe. Gemona del Friuli fu uno dei centri più devastati e ancora oggi resta il nome che più spesso viene associato all'Orcolat. Il Duomo di Santa Maria Assunta, la Loggia, il centro storico e il paesaggio urbano ricostruito raccontano una ferita e una rinascita. Visitare Gemona nel 2026 significa entrare in un luogo in cui il ricordo non è relegato al passato: è nelle pietre, nelle fotografie, nei racconti delle famiglie, nei nomi delle strade e nelle cerimonie del cinquantesimo.
Venzone è un altro simbolo potentissimo. Il centro medievale, ricostruito pietra su pietra, è diventato una delle immagini più chiare di cosa significhi ricostruire un'identità e non soltanto un edificio. Camminare dentro le mura di Venzone vuol dire vedere un borgo che non ha cancellato la tragedia, ma l'ha trasformata in una lezione di metodo, pazienza e fedeltà alla propria storia.
Osoppo richiama invece uno dei punti centrali del Modello Friuli: la ripartenza economica. Il territorio industriale, la necessità di rimettere in moto le aziende e la scelta di non abbandonare il lavoro furono decisive. Non a caso, tra le espressioni rimaste legate alla ricostruzione c'è la formula "prima le fabbriche, poi le case e infine le chiese", citata anche nel programma regionale del cinquantesimo anniversario. Non fu uno slogan freddo: fu una gerarchia di sopravvivenza collettiva. Prima bisognava garantire lavoro, reddito e futuro; poi ricostruire l'abitare; poi restituire pienamente forma ai luoghi simbolici della comunità.
Buja, Majano, Artegna, Trasaghis, Bordano, Forgaria nel Friuli, Montenars, Tarcento, Pinzano al Tagliamento e molti altri comuni fanno parte della stessa geografia della memoria. In questi territori il terremoto non è soltanto un capitolo nei libri di storia locale. È una linea che divide un prima e un dopo, e che ancora oggi orienta il modo in cui si parla di casa, protezione civile, comunità, sicurezza, manutenzione del territorio e prevenzione.
Tra le iniziative recenti raccontate da Nordest24, il nuovo monumento inaugurato ad Artegna sul Colle di San Martino conferma quanto i luoghi della memoria siano ancora vivi. L'opera è stata presentata come un segno di ricordo e rinascita in uno dei punti simbolici del paese: qui il nostro approfondimento su Artegna e il monumento per i 50 anni dal terremoto.
Perché nacque il Modello Friuli
Il Modello Friuli non nacque da una teoria scritta a tavolino. Nacque dentro l'emergenza, quando bisognava decidere in fretta come organizzare soccorsi, alloggi provvisori, rimozione delle macerie, sicurezza degli edifici, ripresa produttiva, gestione dei fondi, priorità dei cantieri e rapporto tra Stato, Regione, Comuni e cittadini. A cinquant'anni di distanza, il suo valore non sta nella retorica della rinascita, ma nella capacità di aver trasformato una tragedia in un processo amministrativo, sociale e culturale.
Il punto decisivo fu il protagonismo del territorio. I sindaci, i tecnici locali, le comunità e la Regione ebbero un ruolo centrale. La ricostruzione non venne vissuta soltanto come un'operazione dall'alto, ma come un percorso in cui i paesi colpiti dovevano restare protagonisti. Questo aiutò a evitare lo sradicamento. Ricostruire significava permettere alle persone di continuare a riconoscersi nei propri luoghi.
Un altro elemento fu la rapidità della ripartenza produttiva. La distruzione e il danneggiamento delle fabbriche provocarono un impatto enorme sul lavoro. La Protezione Civile ricorda che circa 15 mila lavoratori persero il posto per la distruzione o il danneggiamento degli stabilimenti. In una terra in cui lavoro, casa e comunità erano profondamente legati, far ripartire le imprese significava impedire lo svuotamento dei paesi. Senza lavoro, la ricostruzione delle case avrebbe rischiato di produrre borghi vuoti.
Il Modello Friuli fu anche una lezione di responsabilità pubblica. Le risorse dovevano arrivare, ma anche essere usate bene. Le procedure dovevano essere efficaci, ma non cancellare il controllo locale. Le opere dovevano essere rapide, ma abbastanza solide da non trasformare l'urgenza in approssimazione. In questo equilibrio sta una delle ragioni per cui il Friuli viene ancora citato quando si parla di ricostruzione post-sisma in Italia.
La figura di Giuseppe Zamberletti, spesso associata alla nascita della moderna Protezione Civile italiana, resta centrale in questa storia. Non è un caso che nel 2026 diversi appuntamenti siano dedicati al suo ruolo e alla cultura della prevenzione. Su Nordest24 abbiamo raccontato anche l'omaggio di Pozzuolo del Friuli nell'articolo Pozzuolo ricorda Zamberletti per i 50 anni dal terremoto.
Il cinquantesimo anniversario nel 2026: cosa succede a Gemona e in Friuli
Il 2026 non è soltanto l'anno di una commemorazione. È un percorso diffuso che attraversa istituzioni, comuni, associazioni, scuole, Protezione Civile, Alpini, Vigili del Fuoco, università, mondo della cultura e comunità locali. La Regione Friuli Venezia Giulia ha raccolto molti appuntamenti nella pagina ufficiale dedicata al 50° anniversario del terremoto, con iniziative che vanno dal ricordo religioso agli incontri sul Modello Friuli, dalla memoria dei soccorsi alle attività sulla prevenzione sismica.
La giornata di mercoledì 6 maggio 2026 ha il suo centro simbolico a Gemona del Friuli. Il portale ufficiale del cinquantesimo segnala cerimonie al mattino con deposizioni di corone, alzabandiera e momenti di commemorazione, promosse in collaborazione con Alpini, Vigili del Fuoco, Brigata Alpina Julia e Comune di Gemona. La pagina ufficiale delle commemorazioni del 6 maggio 1976 indica appuntamenti dalle 9.00, con momenti dedicati alle vittime e all'opera di soccorso.
Nel pomeriggio, secondo il Consiglio regionale, l'appuntamento istituzionale più atteso è fissato alle 17.00 al Cinema Teatro Sociale di Gemona del Friuli, dove il Consiglio regionale si riunirà in seduta straordinaria per commemorare il cinquantesimo anniversario del sisma. Alla cerimonia è prevista la partecipazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, come indicato nel comunicato del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia.
La sera, sempre a Gemona, è prevista la cerimonia religiosa e civile con ritrovo sotto la Loggia comunale, trasferimento al Duomo di Santa Maria Assunta, Messa solenne e corteo verso il cimitero comunale. I dettagli sono pubblicati nella scheda ufficiale Messa solenne e corteo commemorativo del 6 maggio 1976. Prima di partire, come sempre per eventi istituzionali e commemorativi, è consigliabile controllare eventuali aggiornamenti su orari, accessi e misure di sicurezza.
Il calendario non si esaurisce il 6 maggio. Il 7 maggio è indicato anche un concerto gratuito di Andrea Bocelli a Gemona a ricordo delle vittime. Nei mesi successivi il programma prosegue con incontri sul Modello Friuli, iniziative sulla sussidiarietà, momenti dedicati al monitoraggio della sismicità e appuntamenti sulla memoria territoriale. Tra gli eventi collegati rientra anche il raduno nazionale dei Vigili del Fuoco in Friuli, in programma a giugno tra Udine e Gemona, raccontato da Nordest24 nell'approfondimento A 50 anni dal terremoto, Udine e Gemona ospitano il raduno dei Vigili del Fuoco.
Dove andare per capire il terremoto del Friuli: itinerario della memoria
Chi vuole vivere il cinquantesimo anniversario non solo come spettatore, ma come occasione di conoscenza, può costruire un itinerario nei luoghi più significativi. Non serve trasformare la memoria in turismo superficiale. Serve invece camminare con attenzione, leggere le targhe, entrare nelle chiese ricostruite, osservare i centri storici, ascoltare le persone del posto quando raccontano cosa significò vivere in tenda, ripartire, scegliere di non andarsene.
Gemona del Friuli
Gemona è il punto da cui partire. Il Duomo, il centro storico, la Loggia comunale, il cimitero e i luoghi delle cerimonie del 6 maggio formano un percorso intenso. Qui il terremoto non è un tema astratto: è una presenza storica che convive con la città ricostruita. Per chi arriva mercoledì 6 maggio, la giornata richiederà attenzione agli accessi e agli orari a causa della presenza delle autorità nazionali.
Venzone
Venzone è il luogo ideale per capire la ricostruzione come atto di fedeltà. Il borgo medievale fu gravemente danneggiato e poi ricomposto con un lavoro minuzioso. La visita permette di comprendere una domanda centrale: quando un paese crolla, cosa bisogna salvare? Soltanto la funzione degli edifici o anche la loro memoria? Venzone risponde con le sue pietre, con le mura, con il Duomo e con l'immagine di un centro storico che è tornato a essere comunità.
Artegna
Artegna offre un altro punto di osservazione importante, anche grazie al Colle di San Martino e al monumento inaugurato per il cinquantesimo. È un luogo adatto a una visita più silenziosa, dove il rapporto tra paesaggio, paese e memoria si legge con forza. Per approfondire, su Nordest24 c'è l'articolo dedicato al monumento di Artegna per i 50 anni dal sisma.
Osoppo e l'area della ripartenza produttiva
Osoppo aiuta a capire la dimensione economica della ricostruzione. Il Friuli non si rialzò soltanto ricostruendo case, ma rimettendo in moto il lavoro. In questa prospettiva, visitare l'area significa leggere il terremoto non solo come disastro edilizio, ma come rischio di spopolamento, impoverimento e perdita di futuro. La ripresa delle fabbriche fu una scelta strategica perché permise alle famiglie di restare.
Buja, Majano, Trasaghis, Bordano e Forgaria
Questi comuni rappresentano la dimensione diffusa della tragedia. Il terremoto del Friuli non fu soltanto il dramma di una città simbolo, ma una ferita larga, distribuita, fatta di molte comunità. Per questo un itinerario della memoria dovrebbe evitare di fermarsi a un solo luogo. La storia dell'Orcolat è fatta di paesi piccoli e medi, di frazioni, di famiglie, di cimiteri, di scuole, di campi sportivi trasformati in spazi di emergenza e di comunità che si organizzarono con poche certezze e molta determinazione.
Pinzano al Tagliamento e la memoria degli Alpini
Il Tagliamento e i paesi lungo il suo corso ricordano un'altra parte essenziale di questa storia: il contributo degli Alpini, dei volontari e dei cantieri della ricostruzione. Su Nordest24 abbiamo seguito anche il ricordo dei cantieri Ana con il treno storico a Pinzano, uno degli esempi di come il cinquantesimo anniversario stia riportando alla luce storie concrete di lavoro, solidarietà e presenza sul territorio: Terremoto del Friuli, a Pinzano il ricordo dei cantieri Ana.
Il terremoto e la nascita di una cultura della Protezione Civile
Una delle ragioni per cui il terremoto del Friuli parla ancora all'Italia è il suo rapporto con la Protezione Civile. Nel 1976 il sistema nazionale non aveva ancora la forma che conosciamo oggi. L'emergenza friulana mise in evidenza la necessità di un coordinamento più moderno tra istituzioni, soccorritori, volontariato, amministrazioni locali e competenze tecniche. Il Friuli fu quindi anche un laboratorio di protezione civile prima ancora che il termine diventasse familiare come oggi.
Il ruolo dei Vigili del Fuoco, degli Alpini, dell'Esercito, dei volontari e delle comunità locali fu decisivo nelle prime ore e nei mesi successivi. Le operazioni di ricerca, soccorso, messa in sicurezza e assistenza alla popolazione furono enormi. Ma la lezione più lunga arrivò dopo: un territorio fragile deve conoscere il proprio rischio, prepararsi, monitorare, educare, mantenere viva la memoria non per paura, ma per responsabilità.
Questo è il punto che rende il cinquantesimo anniversario attuale anche nel 2026. Parlare di terremoto oggi non significa alimentare allarmismo. Significa ricordare che il Friuli Venezia Giulia è un territorio sismico, che la prevenzione richiede manutenzione, conoscenza e informazione, e che la memoria ha senso se aiuta le nuove generazioni a sapere cosa fare, come comportarsi e perché la sicurezza degli edifici non è un tema tecnico lontano dalla vita quotidiana.
Proprio per questo, gli eventi del cinquantesimo non riguardano soltanto la commemorazione delle vittime. Riguardano anche scuole, università, istituti di ricerca, Protezione Civile e amministratori locali. Nella programmazione regionale compaiono incontri sul monitoraggio della sismicità, sulla resilienza come asset di governo del territorio e sulla rete della memoria. La memoria, in altre parole, diventa strumento di prevenzione.
Perché questa storia parla anche ai giovani
Molti lettori nati dopo il 1976 conoscono il terremoto del Friuli attraverso i racconti dei genitori o dei nonni. Per loro l'Orcolat può sembrare una pagina lontana, quasi mitica. Eppure il cinquantesimo anniversario dimostra il contrario: quella storia è ancora dentro il modo in cui il Friuli si vede e si racconta. È nella prudenza verso il territorio, nella forza delle associazioni, nella centralità dei volontari, nella fiducia verso i sindaci, nella cultura del lavoro, nel rapporto con la casa e con il paese.
Raccontare il terremoto ai giovani non significa consegnare loro soltanto dolore. Significa spiegare che una comunità può attraversare una tragedia senza perdere se stessa. Significa mostrare che la ricostruzione non è magia, ma organizzazione, competenza, scelta politica, responsabilità collettiva. Significa dire che ogni territorio ha bisogno di persone capaci di restare, curare, progettare, controllare, mettere insieme memoria e futuro.
La scuola può avere un ruolo decisivo. Le visite ai luoghi della memoria, gli incontri con testimoni, le mappe dei paesi ricostruiti, gli archivi fotografici, i racconti dei soccorritori e le attività di Protezione Civile possono trasformare una ricorrenza in educazione civica concreta. Non una lezione astratta, ma una domanda semplice: se domani succedesse qualcosa, sapremmo cosa fare? Sapremmo come aiutarci? Sapremmo quali edifici sono sicuri, quali comportamenti tenere, quali informazioni seguire?
Il Friuli prima e dopo: identità, lavoro, paesi
Il terremoto del 1976 spezzò una regione che stava cambiando. Il Friuli era una terra di emigrazione, lavoro, paesi fortemente identitari, famiglie radicate e comunità abituate alla fatica. Il sisma colpì in profondità questo equilibrio. Distruggere una casa, in un contesto così, non significava soltanto togliere un tetto. Significava colpire un archivio familiare, un'eredità, un segno di appartenenza, un rapporto con la terra e con i vicini.
Per questo la ricostruzione fu anche una battaglia contro lo sradicamento. Se le persone fossero state spostate altrove per anni, molti paesi avrebbero rischiato di non tornare più comunità. Il Friuli scelse invece di ricostruire mantenendo il più possibile il legame con i luoghi. Questo non cancellò difficoltà, ritardi, tensioni e problemi, ma diede alla ricostruzione un obiettivo chiaro: non bastava costruire edifici, bisognava far tornare vita.
Il lavoro fu il secondo pilastro. Senza fabbriche e senza reddito, le case ricostruite sarebbero rimaste fragili. La ripartenza economica diventò quindi parte della ricostruzione civile. Il Friuli non voleva soltanto essere assistito. Voleva rimettersi in piedi, produrre, esportare, trattenere i giovani, dare continuità alle famiglie. In questo senso, il terremoto fu una tragedia, ma anche un passaggio che accelerò una nuova consapevolezza regionale.
Il 6 maggio 2026 come giornata di memoria viva
Mercoledì 6 maggio 2026 sarà una giornata carica di significato. Al mattino, le cerimonie ufficiali a Gemona richiameranno il ruolo di Alpini, Vigili del Fuoco, Brigata Alpina Julia e istituzioni locali. Nel pomeriggio, la seduta straordinaria del Consiglio regionale porterà a Gemona il livello più alto della rappresentanza istituzionale. La sera, la Messa solenne e il corteo verso il cimitero restituiranno la dimensione più intima: il ricordo dei morti, delle famiglie e delle comunità colpite.
Chi parteciperà dovrebbe farlo con lo spirito giusto. Non è una festa, anche se racconta una rinascita. Non è soltanto una cerimonia, anche se avrà momenti istituzionali importanti. È un passaggio collettivo in cui il Friuli guarda al proprio dolore senza restarne prigioniero. La parola più giusta, forse, è riconoscenza: verso chi perse la vita, verso chi scavò tra le macerie, verso chi amministrò con responsabilità, verso chi ricostruì, verso chi ha continuato a tramandare la memoria.
Il cinquantesimo anniversario può diventare anche un momento per leggere altre storie pubblicate da Nordest24 sul territorio friulano e sul Nordest: le sezioni Friuli Venezia Giulia, Cronaca, Eventi e Cultura permettono di seguire aggiornamenti, commemorazioni, iniziative locali e approfondimenti collegati.
Domande e risposte sul terremoto del Friuli
Quando avvenne il terremoto del Friuli?
La scossa principale avvenne la sera del 6 maggio 1976, intorno alle 21.00. La sequenza sismica proseguì nei giorni e nei mesi successivi, con repliche molto forti anche a settembre.
Quale magnitudo ebbe il terremoto?
Il Dipartimento della Protezione Civile indica una magnitudo 6.5 per la scossa del 6 maggio 1976. Il 15 settembre una nuova scossa di magnitudo 5.9 provocò ulteriori distruzioni.
Quante furono le vittime?
Secondo la Protezione Civile, persero la vita complessivamente 965 persone. L'INGV ricorda inoltre circa 3.000 feriti, 17.000 case distrutte e quasi 200.000 persone senza casa.
Quali furono i paesi più colpiti?
Tra i luoghi simbolo ci sono Gemona del Friuli, Venzone, Osoppo, Buja, Majano, Artegna, Trasaghis, Bordano, Forgaria nel Friuli, Montenars, Tarcento e altri comuni del Friuli centro-settentrionale.
Cosa significa Orcolat?
Orcolat è il nome popolare con cui in Friuli viene ricordato il terremoto del 1976. Richiama l'immagine di una forza oscura e gigantesca, quasi un mostro della tradizione, usata per dare un nome a un'esperienza collettiva di paura e distruzione.
Cos'è il Modello Friuli?
Il Modello Friuli è il nome con cui viene ricordata la ricostruzione dopo il terremoto: un percorso basato su protagonismo delle comunità locali, ruolo dei sindaci, responsabilità amministrativa, ripartenza del lavoro, ricostruzione dei paesi e attenzione all'identità dei luoghi.
Dove si tengono le commemorazioni principali nel 2026?
Il centro simbolico è Gemona del Friuli, con cerimonie al mattino, seduta straordinaria del Consiglio regionale nel pomeriggio e Messa solenne con corteo commemorativo la sera. Altri eventi sono diffusi in diversi comuni della regione.
Fonti e approfondimenti utili
Dipartimento della Protezione Civile - Il terremoto del Friuli
Portale ufficiale 50° anniversario terremoto Friuli 1976-2026
Regione Friuli Venezia Giulia - Programma del 50° anniversario
Nota per i lettori: gli eventi istituzionali del 6 maggio 2026 possono prevedere modifiche agli accessi, aree riservate e aggiornamenti di orario. Prima di partire è consigliabile consultare le pagine ufficiali degli organizzatori e del Comune interessato.