Trieste Film Festival 2026 e la Memoria di Chi Abita i Confini: Quando la Bora Scende Sulle Platee

La 37° edizione del Trieste Film Festival (16-24 gennaio 2026) è più che cinema. È lo spazio dove la memoria collettiva di una città di confine incontra lo sguardo di registi che raccontano l'Europa che non smette di ricominciare.

15 gennaio 2026 18:00
Trieste Film Festival 2026 e la Memoria di Chi Abita i Confini: Quando la Bora Scende Sulle Platee - Foto: sito ufficiale triestefilmfestival.it
Foto: sito ufficiale triestefilmfestival.it
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La compagna silenziosa che torna ogni gennaio

Non è una coincidenza che il Trieste Film Festival cada sempre a gennaio, quando la bora scende dalla Carnia con la sua violenza consonante, il suo vento capace di spazzare via nuvole e certezze. La bora non è una scenografia. È un attore di questo festival da trentasette anni. Un attore senza voce che soffia nelle strade mentre i triestini si avviano alle proiezioni, che gonfia i capelli nei fotogrammi della locandina ufficiale – quella scattata nei primi anni Cinquanta da Ugo Borsatti, il fotografo scomparso a marzo che ha raccontato Trieste più di molti scrittori.

Una donna e un uomo, ritratti in bianco e nero, procedono controvento. Trattengono il cappello. Le giacche si gonfiano. Non sono in fuga. Avanzano. È questa l'immagine simbolo della 37° edizione, e non potrebbe essere più eloquente: il festival apre le porte quando il vento più duro batte sulle spalle di chi sa vivere in una città di passaggio, di confini, di lingue intrecciate.

Quand'era il 1989, e il Muro stava cadendo

Il Trieste Film Festival non nasce per caso nel 1989. Era l'anno in cui la storia europea stava fratturandosi, con il Muro di Berlino che cominciava a cedere sotto i colpi dei picconi. A Trieste, che il Muro l'aveva già inciso nelle carni della comunità – divisa tra chi era rimasto a est e chi l'aveva costruito a ovest della cortina – un gruppo di cinefili appassionati disse: ci sono storie dall'altra parte che dobbiamo conoscere. Non per esotismo. Per sopravvivenza culturale.

Quello che oggi i critici definiscono "festival che crea ponti tra Est e Ovest" era allora un gesto di resistenza. Dire nel 1989 che il cinema dell'Europa centro-orientale meritava una piattaforma italiana significava non rassegnarsi alla divisione, significava riconoscere un'appartenenza che le mappe politiche negavano.

Trieste è una città che ha cambiato sei bandiere in quarant'anni del Novecento. Italiana, austriaca, libera, smembrata, comunista, italiana di nuovo. Non si stupisce facilmente. Conosce il valore della memoria plural, della coesistenza tra gli irriconciliabili. Ed è proprio perché conosce questa lezione sulla pelle che ha saputo costruire uno spazio dove il cinema sloveno, ungherese, russo, polacco, lituano, georgiano – i cinema dei paesi che ancora navigavano in acque geopolitiche torbide – potessero essere visti non come "i film dell'Est", ma come lo specchio di una Europa che non smetteva mai di cambiare forma.

Nicoletta Romeo, chi continua la missione

Dalla fondazione fino al 2016, il festival era stato retto da Annamaria Percavassi, che aveva costruito questa istituzione come un'osservatrice privilegiata di tutte le fratture, le rinascite, i riassestamenti che attraversavano il continente. Nicoletta Romeo ha ereditato questo ruolo non come peso, ma come continuità. E la 37° edizione che sta per aprirsi ne è una prova: 120 eventi distribuiti in nove giorni, tre sedi sparse per la città, concorsi per lungometraggi, documentari, cortometraggi. Masterclass con Kirill Serebrennikov, il regista russo che nei documenti di Cannes è ancora in prima fila nonostante la guerra, come se il cinema fosse quello spazio dove la storia può essere giudicata non dalle bandiere, ma dalle immagini che lasciano.

La scelta dei film di apertura e chiusura non è casuale. Si apre con "Franz" di Agnieszka Holland, che racconta Kafka nella Praga dei confini identitari. Si chiude con "Silent Friend" di Ildikó Enyedi, dove un albero di ginkgo osserva silenziosamente un secolo di vite umane. Non sono storie di azione. Sono meditazioni su come si vive quando non si sa bene da che parte si appartiene.

L'omaggio a Ugo Borsatti non è nostalgia

Quando il festival ha deciso di usare la fotografia di Borsatti come immagine simbolo, non era un semplice tributo a un fotografo scomparso. Era un'affermazione: la memoria visiva è continuità. Gli scatti di Borsatti – quei trecentocinquantamila negativi conservati ora presso la Fototeca dei Civici Musei – non sono archivio morto. Sono testimonianza viva di come si viveva a Trieste nei momenti in cui la città non sapeva ancora se sarebbe tornata all'Italia, se sarebbe rimasta libera, se avrebbe abbracciato l'occidente o avrebbe dovuto guardare a est.

Borsatti fotografò i moti del 1953, il pianto delle donne al ritorno di Trieste all'Italia, i caffè, le strade fangose, le feste, i visi ordinari che portavano dentro la storia della più straordinaria cittadinanza. Le sue immagini non parlano. Sussurrano. Come il festival.

Che il festival scelga di rappresentarsi con questa fotografia – una donna e un uomo che procedono controvento – significa dire: abbiamo capito. La memoria non è un monumento. È il modo in cui continui a muoverti quando il vento ti spinge.

Cosa se ne va quando le luci si spengono

Quando la 37° edizione si chiuderà il 24 gennaio con l'ultimo applauso al Politeama Rossetti, e i film usciranno dalla sala nel buio triestino dove ancora soffia la bora, cosa rimarrà?

Non resterà uno scandalo culturale. Non resterà nemmeno il "fenomeno del mese". Resterà il ricordo di persone – pubblico triestino, visitatori, registi – che per nove giorni hanno condiviso lo spazio di cinema centro-orientali dove si discute di trauma, resilienza, identità, amore, abbandono, rinascita. Resterà l'immagine di registi come Serebrennikov che spiegano, in una masterclass mattutina al Teatro Rossetti, come il cinema possa ancora essere il luogo dove raccontiamo chi siamo quando lo Stato non ce lo permette.

E soprattutto, resterà l'umile affermazione che questa città di confine non ha mai avuto paura di guardare ciò che succede dall'altra parte. Non per turismo culturale. Non per fare la mostra di cosmopolitismo. Ma perché conosce, dalle ferite della storia, che i confini sono solo sulla carta geografica, e che le persone – le loro storie, i loro cinema, i loro modi di convivere con l'incertezza – sono il vero tessuto continentale.

Quando la 37° edizione del Trieste Film Festival chiuderà, la bora continuerà a soffiare su una città che avrà di nuovo scelto di stare dritto. Sarà un'altra forma di resistenza.

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