Trieste, studio su 13mila cibi ultra-processati: il 64,3% ha profilo nutrizionale sfavorevole

Analisi pubblicata su Foods dalla Fondazione Italiana Fegato con l’Università di Trieste.

31 luglio 2026 11:00
Trieste, studio su 13mila cibi ultra-processati: il 64,3% ha profilo nutrizionale sfavorevole -
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TRIESTE - Non tutti gli alimenti ultra-processati hanno le stesse caratteristiche nutrizionali, ma nella maggior parte dei casi il quadro resta sfavorevole: in un’analisi su 13.025 prodotti preconfezionati venduti in Italia, il 64,3% è stato classificato con Nutri-Score D o E, cioè nelle due fasce meno favorevoli per qualità nutrizionale.

È il dato centrale di uno studio della Fondazione Italiana Fegato, realizzato con l’Università degli Studi di Trieste e il Philippine Council for Health Research and Development e pubblicato sulla rivista scientifica Foods. La ricerca ha esaminato i prodotti ultra-processati, gli UPF, valutandoli non solo per il livello di trasformazione industriale ma anche per composizione nutrizionale, Nutri-Score, densità energetica e presenza di combinazioni di nutrienti associate all’iperpalatabilità.

Lo studio è stato condotto dall’Unità di ricerca MASLD della Fondazione Italiana Fegato ed è firmato da Melvin Bernardino, Julia Theresa Regalado, Silvia Gazzin, Claudio Tiribelli e Natalia Rosso. Il titolo del lavoro scientifico è “Are All Ultra-Processed Foods Created Equal? Descriptive Analysis of Nutritional Composition, Nutritional Quality, Energy Density and Hyperpalatability in Relation to Non-Communicable Disease Risk”.

I dati principali emersi dall’analisi

Secondo i ricercatori, i prodotti esaminati appartengono tutti al Gruppo 4 della classificazione NOVA, quello degli alimenti ultra-processati, ma mostrano differenze marcate per caratteristiche nutrizionali, densità energetica e iperpalatabilità.

La categoria numericamente più rappresentata è quella degli snack, che pesa per 41,4% sul totale dei prodotti analizzati. È anche il gruppo con il profilo più critico: circa l’87% degli snack rientra infatti nelle classi Nutri-Score D o E. In questa categoria si registrano inoltre i valori mediani più elevati di energia, carboidrati, grassi saturi e zuccheri.

Tra gli altri gruppi, le carni processate si distinguono per l’alto contenuto di sale, mentre grassi e salse fanno segnare le quantità più elevate di grassi totali. In senso opposto, alcune categorie come le alternative vegetali e determinati prodotti a base di frutta e verdura mostrano profili nutrizionali relativamente più favorevoli.

La ricerca segnala anche un altro elemento: alcune categorie di alimenti ultra-processati che in studi epidemiologici precedenti erano state associate a un rischio inferiore o neutro di malattie croniche comprendono comunque numerosi prodotti con un profilo nutrizionale sfavorevole.

Perché non basta la sola classificazione industriale

Il punto messo in evidenza dal lavoro è che giudicare un alimento solo in base al livello di trasformazione può essere riduttivo. “Il nostro studio mostra che classificare un alimento esclusivamente in base al suo livello di trasformazione industriale potrebbe non essere sufficiente per comprenderne pienamente il potenziale impatto sulla salute”, spiega Melvin Bernardino, autore corrispondente dello studio.

Trieste, studio su 13mila cibi ultra-processati: il 64,3% ha profilo nutrizionale

Secondo i ricercatori, per una valutazione più completa vanno considerati anche i nutrienti critici, come grassi totali, grassi saturi, zuccheri e sale, oltre alla densità energetica, all’iperpalatabilità e al ruolo che l’alimento ha nell’alimentazione complessiva.

Il nodo dell’iperpalatabilità

Lo studio ha analizzato anche la presenza di combinazioni di nutrienti che possono rendere i prodotti particolarmente gratificanti e spingere al consumo, come grassi e zuccheri, grassi e sale oppure carboidrati e sale.

Una quota consistente dei prodotti esaminati soddisfa almeno uno dei criteri di iperpalatabilità. La distribuzione cambia a seconda delle categorie: le combinazioni di grassi e zuccheri risultano particolarmente frequenti negli snack e nei prodotti lattiero-caseari, mentre quelle di grassi e sale sono più comuni nelle carni processate, nelle salse, nei piatti pronti e nelle alternative vegetali.

L’iperpalatabilità, osservano gli autori, può favorire un consumo più rapido o un’assunzione maggiore di cibo e rappresenta per questo un elemento da considerare nella valutazione complessiva dei prodotti ultra-processati.

Cosa suggerisce lo studio ai consumatori

Le conclusioni della ricerca rafforzano le preoccupazioni sul consumo di alimenti ultra-processati, perché molti di questi presentano profili nutrizionali scadenti. Allo stesso tempo, però, gli autori sottolineano che gli UPF non vanno letti come un blocco uniforme.

Per questo, il suggerimento è di valutare insieme più aspetti quando si acquistano alimenti preconfezionati: livello di trasformazione, lettura dell’etichetta nutrizionale, dimensione delle porzioni e frequenza di consumo. Secondo i ricercatori, un approccio più articolato può aiutare a individuare meglio i prodotti con maggiori criticità per la salute e a orientare interventi su formulazione, commercializzazione, accessibilità e modelli di consumo.

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