Lingua friulana, a Udine l’allarme sui parlanti: servono nuove misure a 30 anni dalla legge

Nel confronto del 25 giugno 2026 chiesto un cambio di passo sulla tutela linguistica e una nuova norma di attuazione dello Statuto.

26 giugno 2026 16:46
Lingua friulana, a Udine l’allarme sui parlanti: servono nuove misure a 30 anni dalla legge -
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UDINE - Trent’anni dopo la legge regionale 15 del 1996, la tutela della lingua friulana torna al centro del dibattito pubblico con un dato che pesa più di tutti: 160 mila parlanti in meno in dieci anni. È il quadro emerso a Udine nell’incontro “Lingua friulana. Un bilancio trent’anni dopo la prima legge di tutela”, promosso dal gruppo consiliare Patto per l’Autonomia-Civica FVG e ospitato giovedì 25 giugno 2026, con la moderazione di Elia Mioni, direttore editoriale de “Il Passo Giusto”.

Al centro del confronto non c’è stato solo il bilancio della norma che nel 1996 anticipò di tre anni la legge statale 482 del 1999, ma soprattutto la domanda più concreta per il presente: cosa manca oggi perché la tutela del friulano abbia effetti reali nella vita quotidiana, nella scuola, nelle istituzioni e nell’uso pubblico della lingua.

Il tema del calo dei parlanti si inserisce in un quadro già richiamato anche dall’analisi di Nordest24 sulla lingua friulana, che segnala la perdita di parlanti registrata nell’ultimo decennio.

Cosa prevedeva la legge del 1996

A ricostruire il percorso che portò all’approvazione della legge regionale 15/1996 è stato Sergio Cecotti, già presidente della Giunta regionale e sindaco di Udine. Cecotti ha ricordato come quella norma nacque da una volontà politica trasversale e rappresentò la prima legge di tutela globale del friulano.

Tra gli effetti più rilevanti della legge ci furono l’istituzione di strumenti di programmazione e coordinamento, l’introduzione dell’uso del friulano negli atti amministrativi e nelle comunicazioni ufficiali degli enti locali, la definizione della grafia ufficiale e il sostegno ad attività culturali diffuse sul territorio.

Secondo Cecotti, quella scelta era legata a un’idea precisa: la politica linguistica come parte integrante dell’autonomia regionale. Nel suo intervento ha sostenuto che oggi quella visione si sia indebolita, riducendo la materia a una funzione delegata e perdendo gli obiettivi originari della legge.

Dalla scuola agli strumenti digitali, i passi avanti non bastano

Stefania Garlatti-Costa, consigliera comunale di Udine con delega all’identità friulana e al plurilinguismo, ha ricordato il clima seguito all’approvazione della norma, quando attorno alla tutela linguistica si svilupparono progettualità nuove, una piccola imprenditoria di settore e anche un percorso universitario a Udine per traduttori e interpreti in friulano.

Nel suo intervento ha riconosciuto che in questi trent’anni ci sono stati progressi, dagli strumenti informatici all’insegnamento del friulano a scuola, ma ha anche osservato che questi avanzamenti non sono sufficienti a garantire il futuro della lingua. Come possibile riferimento ha indicato l’esperienza del Galles, citata come esempio di politiche capaci di rilanciare una lingua in una condizione iniziale ancora più fragile.

Un passaggio del dibattito ha toccato anche il ruolo degli strumenti contemporanei di diffusione linguistica, tema su cui si colloca anche il lavoro di Arlef sui social, già riconosciuto in ambito europeo.

La richiesta: una politica linguistica più incisiva

Lorenzo Fabbro, già presidente dell’Agenzia regionale per la lingua friulana, ha parlato della necessità di una politica linguistica di valore, cioè condivisa con il maggior numero possibile di soggetti sia nella definizione sia nell’attuazione.

Nel suo intervento ha indicato alcuni elementi ritenuti indispensabili: sostegno politico e legislativo, enti di riferimento capaci non solo di pianificare ma anche di coordinare, organizzare, dialogare e monitorare l’applicazione concreta delle misure. L’obiettivo, secondo Fabbro, è accompagnare in modo continuativo i soggetti coinvolti e rendere più efficace la presenza della lingua nella società.

La proposta sullo Statuto di Autonomia

A chiudere l’incontro è stato Massimo Moretuzzo, capogruppo del Patto per l’Autonomia-Civica FVG, che ha definito la legge del 1996 un passaggio politico e istituzionale di rilievo, nato da un lavoro d’aula trasversale e approfondito.

Moretuzzo ha rilanciato la necessità di riprendere quel percorso con strumenti aggiornati, partendo dal dato del costante calo dei parlanti. In questa prospettiva ha ribadito che la tutela delle lingue minorizzate è strettamente legata agli spazi di autonomia che la Regione decide di esercitare.

La richiesta avanzata riguarda una nuova norma di attuazione dello Statuto di Autonomia, per ampliare le competenze regionali in materia di lingue minoritarie. Secondo quanto ricordato nell’incontro, questa richiesta era stata approvata quasi all’unanimità dal Consiglio regionale più di due anni fa, ma non è stata ancora tradotta dalla Giunta in una proposta da sottoporre alla Commissione paritetica Stato-Regione.

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